L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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irina lungu

Bellini, il passo falso

 di Francesco Lora

Recite dei Puritani a Modena (16, 19 e 21 marzo), Piacenza (24 e 26) e Reggio nell’Emilia (30 marzo e 2 aprile): meritevole atto di coraggio, ma lo spettacolo con regìa di Esposito, direzione di Bernàcer e voci di Lungu e Albelo conferma requisiti testuali fuori portata.

MODENA, 16 marzo 2017 – Attenti ai Puritani di Bellini. Spiace vederli passare così di rado nei cartelloni italiani e internazionali, a causa delle note difficoltà esecutive: un quartetto vocale di prim’ordine ove soprano e tenore si arrampicano ai confini del possibile; un passo drammatico che non concede riposo – si trascorre da un “numero” musicale all’altro mediante recitativi ridotti all’osso – e una strumentazione raffinatissima che reclama particolare cura di concertazione. Ciò dovrebbe tuttavia valere da cave canem per interpreti e istituzioni non adeguati all’opera, tanto più che la nuova edizione critica curata da Fabrizio Della Seta – obbligatorio avvalersene – le ha restituito la fisionomia originale, ancora più fulgida, corposa, entusiasmante, temibile e ineludibile. Armato di un’economica edizione pratica, zeppa di errori e omissioni, nonché di una locandina arrischiata, dei cui esiti qui si dice, il Teatro Comunale di Modena ha invece coprodotto l’opera con le scene liriche di Piacenza e Reggio nell’Emilia, e nel meritevole atto di coraggio ha commesso anche un passo falso.

Esso consiste anche nel nuovo allestimento con regìa e costumi di Francesco Esposito, scene di Rinaldo Rinaldi e Maria Grazia Cervetti, luci di Andrea Ricci e coreografie di Domenico Iannone. Si apprezza l’idea della struttura semicircolare che chiude lo spazio scenico: i fondali appropriati alle diverse situazioni sono estratti dal suo perimetro a mo’ di raggi. Ma il lavoro con gli attori trova solo di rado la loro collaborazione: procede dunque trasandato e persin imbarazza, per esempio quando nelle scene d’assieme coppia amorosa, antagonista, coadiutore e comprimari si ritrovano disposti ad arco, eludendo gerarchia e conflitti, mentre il coro commenta inutilmente decorativo dal balcone sovrastante. Bozzetti, gesti e figurini non inseguono la bellezza, bensì il plumbeo crollo psichico della protagonista; e però non procurano le emozioni auspicate dal regista nel programma di sala: ne fanno anzi strame, come quando nell’atto III Elvira e Arturo, anziché gettarsi l’uno nelle braccia dell’altro con atto istintivo e commosso, sono in ciò regolati da un gruppetto di dame impiccione.

Se l’aspetto teatrale delude, quello musicale lascia desolati. Sotto la direzione di Jordi Bernàcer un buon quinto della partitura è stralciato in decine di punti, fino allo sfregio di strutture compositive e ritmi drammatici. L’Orchestra regionale dell’Emilia-Romagna e il coro residente, sfilacciati e chiassosi, cercano invano d’indovinare il suo orizzonte di lettura. E la compagnia di canto fallisce a dispetto di nomi importanti o plausibili. Irina Lungu, con modi protervi e colore scuro, estranei all’adolescenza di Elvira, mostra l’approssimazione della coloratura e mette a repentaglio l’intonazione. La psicologia del personaggio (pazzia compresa) non la scalfisce, così come non interessa a Celso Albelo come Arturo: sparo impavido di acuti possenti ma canto così dimentico di legato, con quei fiati presi a casaccio, da dissestare il naturale flusso melodico. Quando i due trovano momenti ottimi nell’ultimo atto, il cruccio supera l’apprezzamento: perché solo allora balena l’impegno sin lì mancato? Non vale a compensare il grezzo Riccardo di Fabián Veloz; valide intenzioni espressive ma materiale da maturare nel Giorgio di Luca Tittoto.