L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Elena Belfiore e Desiré Rancatore

L'amore, la fede, la corona

 di Pietro Gandetto

In scena al Carlo Felice di Genova la Maria Stuarda di Donizetti. Di rilievo l’elegante Elisabetta di Elena Belfiore e la concertazione di Andriy Yurchevych.

leggi la recensione del cast alternativo: Genova, Maria Stuarda, 21/05/2017

Genova, 20 maggio 2017 - L’attuale popolarità della corona inglese non è certo tutto merito dell’inossidabile Elisabetta II di Windsor o degli scandali di Carlo e Diana. Le radici di questa febbrile ossessione per i reali britannici affondano nella notte dei tempi, e le storie di Enrico VIII, delle sue sei mogli, di figli e nipoti hanno dato lavoro a generazioni di scrittori, compositori e librettisti.

Lo dimostra per esempio il fatto che la sfortunata regina Mary Stuart, da sola, è stata oggetto di almeno una ventina di opere liriche che hanno visto la luce tra Ottocento e Novecento. Quella di Donizetti è la più nota per diverse ragioni: il Bergamasco la concepisce in un periodo particolarmente fecondo dopo una prolungata assenza da Napoli, il 12 aprile del 1834 firma il contratto con l’impresario del San Carlo per un’opera che si sviluppa sulla traccia dell’omonoma tragedia di Schiller, molto apprezzata da Donizetti a Milano. Il librettista di fiducia Romani è assente, quindi Donizetti ripiega sul giovane Giuseppe Bardari, che probabilmente conosce in qualche salotto della Napoli bene dell’epoca. Il risultato non è disprezzabile e, anzi, il bel libretto della Stuarda denota una specificità poetica, stilistica e psicologica tutta sua.

Il fascino dell’opera aumenta con il proliferare delle leggende connesse: in primis il famoso svenimento, alla prova generale, della “Beata” Maria Cristina di Savoia, moglie del re di Napoli Ferdinando II di Borbone. In realtà nessuna regina svenne alla generale della Stuarda, per la semplice ragione che la rigida etichetta della corte napoletana non prevedeva la presenza di una regina. Poi il mistero della censura tardiva, che arriva solo poco prima della prima - forse perché la Ronzi de Begnis, prima interprete della protagonista, era la favorita del Re - nonostante libretto e soggetto decisamente forti per il gusto e la sensibilità dell’epoca. Finalmente nel 1834 va in scena, ma nella forma filtrata dalla censura del bolso dramma medievale Buondelmonte. Tiepida accoglienza napoletana. La vera prima arriva alla Scala il 30 dicembre 1835, con una Malibran non proprio in formissima, ma decisa a cantare la versione originale. Insulto più e insulto meno, l’opera è ricensurata dopo sei recite. Come tanti altri capolavori di Donizetti, alcune riprese in teatri minori nel trentennio 1830-1865, e poi un secolo di oblio con riesumazione nel 1958 a Bergamo.

Maria Stuarda, nonostante le sue traversie passate, è un’opera bellissima che si regge su un delicato equilibrio tra due grandi primedonne e su un impianto orchestrale ricco di spunti tematici interessanti. Il nocciolo della vicenda è il confronto/scontro tra Elisabetta d’Inghilterra e Maria Stuarda, la sfortunata regina scozzese che, dopo la sconfitta del suo esercito nella battaglia di Langside nel 1568, si rifugia in Inghilterra, confidando in una lettera della cugina Elisabetta che le prometteva aiuto e trovandovi invece una prigionìa di vent’anni e infine la decapitazione. Donizetti omette le rivalità politiche e religiose tra le due regine e pone al centro del dramma il toyboy comune, Roberto, conte di Leicester, che secondo la storia fu amante di Elisabetta, (“Regina vergine” solo nei sogni) ma che, neanche a dirlo, amava Maria. Realtà storica nell’opera, molto poca, ma tanta tanta teatralità, colorita anche dalla copiosa aneddotica sugli scontri fra le prime interpreti durante le prove napoletane.

Venendo allo spettacolo del Carlo Felice di Genova, come si è detto Maria Stuarda funziona in tanto in quanto ci siano due interpreti in grado di “reggere la corona”. Chi sicuramente sa portare la corona è Elena Belfiore, nei panni di Elisabetta. Il personaggio viene reso nelle sue innumerevoli sfaccettature psicologiche con alternanza di odio e alterigia, amore, invidia e isteria ed Elisabetta qui esiste non in funzione, ma in piena autonomia, rispetto alla rivale. La voce del mezzosoprano genovese è piena e squillante, ricca di armonici e ben appoggiata nei piani. Non vi è una frase, una nota o una pausa che non siano adeguatamente rifiniti. L’intercedere regale e sontuoso le consentono di creare un personaggio completo e sviluppato soprattutto sull’accento e sulla recitazione oltre che sul piano vocale: ne esce un’Elisabetta altera e contraddittoria, teatralmente formidabile.

Desirée Rancatore tratteggia una Stuarda dolente e pia dall’inizio alla fine della recita, una martire della fede cattolica tradita dai sudditi e poi decapitata dalla perfida cugina, gli uni e l’altra anglicani. È mancato tuttavia il dovuto spessore tipico di una regina e l’incisività che si richiede a un ruolo come questo. La vocalità è di bel colore, ma disomogenea tra i registri e priva del dovuto controllo nell’acuto che è risultato spesso scollegato dal resto della tessitura.

Nel cast maschile, Giulio Pelligra tratteggia un Roberto appassionato, ma la vocalità eccessivamente imponente e avara di sfumature risulta sovrabbondante soprattutto nei grandi duetti. Andrea Concetti è un precisissimo Talbot e Stefano Antonucci è un autorevole Cecil. Anna Kennedy era Alessandra Palomba.

La direzione di Andriy Yurchevych è precisa e attenta a non far degradare la brillantezza donizettiana in accompagnamento bandistico. Gli equilibri dinamici sono ben dosati e pur senza particolari momenti di estasi lirica, l’orchestra è precisa e puntuale sia nei rapporti interni tra le sezioni sia nella dialettica palcoscenico-golfo mistico.

Lo spettacolo di Alfonso Antoniozzi, che si ricollega al Roberto Devereux della passata stagione [leggi le recensioni: Genova, Roberto Devereux, 20/03/2016 e Genova, Roberto Devereux, 24/03/2016], non brilla per originalità e risulta al contrario abbastanza anonimo. Compensa la libertà lasciata ai cantanti di muoversi e di esprimere le sfaccettature psicologiche dei personaggi. Non aiutano le scene di Monica Manganelli composte da una struttura unica che richiama il teatro elisabettiano. I bellissimi costumi di Gianluca Falaschi hanno invece quello stile inconfondibile tipico di ogni sua creazione e anche se l’eccesso di colori fluo rischia di compromettere la solennità dell’opera, il rischio è scongiurato grazie ad attori di prim’ordine come Elena Belfiore e Andrea Concetti.

Il pubblico, non numeroso, è prodigo di applausi per uno spettacolo sicuramente di buon livello complessivo nel panorama donizettiano contemporaneo.

 

foto Marcello Orselli


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