L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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norma a norimberga

Una seduttiva Norma

di Giulia Vannoni

Nella nuova produzione di Norimberga con la regia di Stéphane Braunschweig svetta la protagonista Hrachuhí Bassénz

NORIMBERGA, 17 maggio 2017 – In Norma tutto ruota attorno alla protagonista e diventa fin troppo facile inebriarsi del carisma della grande diva, glissando sul resto. Se però la sacerdotessa dei Druidi è immersa in una cornice accuratamente definita, la musica di Bellini e i bei versi di Romani vengono esaltati nella loro pienezza: un fascino speciale, sospeso com’è fra classicismo e innovative atmosfere romantiche.

È accaduto nella nuova produzione dello Staatstheater di Norimberga, affidata alla compagnia stabile del teatro: un suggestivo allestimento che poteva contare su una straordinaria protagonista, il soprano armeno Hrachuhí Bassénz, affiancata da una serie di validi colleghi e, nei panni di Pollione (unico cantante ospite), il tenore finlandese Joska Lehtinen, efficace deuteragonista.

La regia di Stéphane Braunschweig, autore anche della spoglia scena (i bei costumi atemporali sono invece di Thibault Vancraenenbroek) rinuncia a qualsiasi ornamento. Un’unica scatola lignea, nuda e grigia, con la parete di fondo mobile che, ruotando, suggerisce i diversi ambienti. La quercia d’Irminsul, per esempio, ha dimensioni bonsai e un semplice effetto luminoso ne proietta la gigantesca ombra; il rogo è affidato a proiezioni e Norma canta Casta diva impugnando una simbolica falce, come se avesse tagliato una certa retorica interpretativa, sedimentata su quest’opera e la sua protagonista. Braunschweig dedica grande cura alle relazioni psicologiche dei personaggi, rappresentando lo scontro fra Norma e Pollione allo stesso modo di una coppia in crisi. Così assume notevole rilievo la presenza dei due bambini, sballottati da un genitore all’altro come succede in tante astiose separazioni. La sobrietà della narrazione, tuttavia, impedisce allo spettacolo di appiattirsi su una limitativa cornice borghese e riesce, invece, a preservare la sua impronta archetipica.

La dialettica fra i due personaggi si estende, e trova una precisa corrispondenza, anche sul piano interpretativo. Bel soprano scuro, dal timbro caldo e suadente, la Bassénz si discosta dalla Norma marmorea connaturata a una visione classicheggiante del personaggio: anzi, il suo canto possiede una notevole ricchezza di accenti che le consentono di ottenere un ampio ventaglio di appassionate sfumature. Emozionante, nel secondo atto, quando comunica il suo doloroso strazio nel duetto In mia mano al fin tu sei, andando al di là della sola furia vendicativa e inscenando un estremo tentativo di seduzione nei confronti del fedifrago Pollione. Al contrario, Lehtinen, nei panni del proconsole romano, ha tendenza a verticalizzare il suono, a scolpirlo: la sua dizione risulta nitida e l’emissione sembra incisa nel marmo, quasi in antitesi con la protagonista, proprio come lo sono i loro atteggiamenti psicologici.

Dai mezzi vocali più limitati, seppure di apprezzabile correttezza, il mezzosoprano Ida Aldrian riesce a comunicare i turbamenti di Adalgisa, anche se risulta piuttosto schiacciata nei duetti con la protagonista. Il giovane basso Alexey Birkus ha cesellato con grande naturalezza un Oroveso autorevole e solido, ma al tempo stesso paterno e capace di teneri accenti. Pagava una certa inesperienza, soprattutto sul versante scenico, il giovane tenore Yongseung Song nei panni di Flavio; mentre l’altro mezzosoprano, Ksenia Leonidova, è stata un’empatica Clotilde. Ottimo il contributo del coro, con personaggi ben differenziati sul piano visivo e della recitazione, anche se talvolta costretti in movimenti coreografici un po’ forzati.

Qualche perplessità l’ha suscitata la direzione di Volker Hiemeyer, che ha fatto suonare correttamente l’orchestra di Norimberga, peraltro ottima in tutte le sue componenti, con archi capaci di sorprendente compattezza ed elasticità. Una sinfonia dall’andamento fin troppo veloce, qualche brutto taglio di tradizione, soprattutto nel primo atto, poi inopinate dilatazioni dei tempi: non era chiaro se optasse per una lettura di spirito classicista o romantico, oppure se volesse lasciare aperte entrambe le possibilità.

foto Jutta Missbach


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