L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

.

 

 

 

 

l'histoire du soldat, firenze

Igor, il violino e lo specchio

 di Roberta Pedrotti

Alessandro Talevi (regista) e Kara McKechnie (drammaturga) rileggono la fiaba musicale di Stravinskij al Teatro Goldoni di Firenze: i riferimenti alla biografia dell'autore sono anche l'occasione per una riflessione sull'arte e il mercato, l'identità e la guerra. L'unione fra l'organico klezmer originale, ulteriori brani registrati, canto, recitazione, scena e proiezioni si concretizza in uno spettacolo perfettamente equilibrato nel ritmo e nell'estetica.

FIRENZE, 28 maggio 2017 - Una fiaba russa si tramuta in un patto faustiano, la posta in gioco è un violino (con la competenza per suonarlo) contro un libro che garantisce preveggenza e ricchezze materiali; l’anima è l’arte, la tentazione il mercato. Nell’agilissima struttura dell’Histoire du soldat, Stravinskij condensa un tale intreccio di simboli, riferimenti, possibili chiavi di lettura da lasciare a ogni ricreazione scenica solo l’imbarazzo della scelta e la responsabilità della coerenza teatrale e concettuale.

Quando, al primo annuncio del cartellone di questo Maggio Fiorentino 2017, si erano letti i nomi di Alpesh Chauhan e Alessandro Talevi, l’interesse intorno al titolo si era subito acceso, vuoi per la curiosità suscitata dal giovane direttore prossimo a inaugurare il suo triennio con la Filarmonica Toscanini, vuoi per l’impatto più che positivo dei precedenti allestimenti del regista a Firenze (L'amour des trois oranges e Albert Herring) o altrove (La Cenerentola a Torino). Nei mesi immaginiamo che il progetto sia cresciuto, maturato, si sia ampliato fino ad assumere la forma di uno spettacolo annunciato in locandina come “nuova creazione”, in forza, più ancora che dell’evidente rielaborazione drammaturgica, delle integrazioni musicali che ne estendono la durata complessiva fin quasi a un’ora e mezza. Un ampliamento che non pesa, ché il ritmo rimane ben sostenuto, giocato con abilità fra toni allucinati, grotteschi, drammatici, ironici e lirici e ogni pezzo aggiunto ha una sua ben precisa motivazione espressiva e narrativa.

L’histoire du soldat secondo Alessandro Talevi e Kara McKechnie (autrice della drammaturgia) è un racconto autobiografico: Stravinskij (il Narratore Benjamin Victor), esule in Svizzera e assediato dall’eco della guerra che infiamma il resto dell’Europa, riceve da Charles-Ferdinand Ramuz un libretto nel quale egli subito si identifica: si proietta nel Soldato (Martin Bassindale), lontano da una patria in subbuglio e irrimediabilmente perduta così come l’aveva conosciuta, lusingato da un impresario tentatore (Diaghilev, Alexander Blake) che gli permette di accarezzare l’immagine dei suoi capolavori futuri, di ottenere agi e successi. Questa nuova vita non placa l’animo inquieto del Soldato/Igor, alla ricerca della propria identità, delle proprie radici, di un amore che si risolve nell’effimera conquista della Principessa e nella scatenata danza grottesca con un demonio/Diaghilev - che della principessa ha preso le vesti tradizionali - un’insistente donna-scheletro e una dama enigmatica e sofisticata (Elena Barsotti e Gaia Mazzeranghi, coreografie di Anna Maria Bruzzese). Il libretto di Ramuz veicola un incubo e nel parossismo del finale Stravinskij vedrà la carneficina della guerra, la scomparsa della Russia in cui era cresciuto, tramutata dalla Rivoluzione in qualcosa di completamente diverso che non può e non vuole accettare.

Fra i numeri dell’Histoire si incuneano allusioni a musiche future di Stravinskij, ma anche un canto popolare russo con il lamento di una madre per la partenza del figlio per la guerra, un tema klezmer, due Lieder di Schubert (Der Doppelgänger e Der Tod und das Mädchen, non a caso) intonati da  Šaljapin, che del padre di Stravinskij fu allievo, e il nostalgico canto d’amore di Paraša da Mavra affidato alla Principessa con la voce e le sembianze di Chiara Mogini. Il testo parlato, con qualche opportuno ritocco a cura di regista e drammaturga, si dipana in lingue diverse, prevalentemente inglese e francese, a evocare il destino cosmopolita dell’autore/protagonista, di cui si mettono a frutto non solo i riferimenti autobiografici riflessi nella fiaba faustiana, ma anche quegli elementi che correlano i primi, problematici capolavori realizzati per i Ballets russes di Diaghilev e le opere future (una citazione dal Sacre accompagna una partita a carte con il diavolo vinta con asso di picche e donna di cuori, esattamente come Tom Rakewell, qualche lustro più avanti, batterà Nick Shadow con donna di cuori, due di picche e “Queen of Hearts again”).

L’azione, così ben articolata, abita uno spazio scenico assai felice disegnato da Madeleine Boyd, anche costumista; nelle dimensioni contenute del teatro Goldoni si ricava l’angolo acutissimo, la prospettiva accentuata dell’hotel svizzero dove alloggia Stravinskij, che si adatta alla vicenda e ai suoi allucinati sviluppi negli abili movimenti modulari delle pareti, porte sovra e sottodimensionate come nei mondi fantastici di Luis Carrol, proiezioni suggestive e ironiche ben pensate da Apparati Effimeri, luci quantomai efficaci di Marco Faustini. Questo meccanismo perfetto emerge dalla cupa trincea dove trovano posto i sei strumentisti, altrettante ipostasi del Soldato, le cui divise momentaneamente si mutano in eleganti abiti da concerto per tornare poi alla realtà della guerra e cadere, sull’ultima nota, sotto i colpi di un’invisibile arma da fuoco. Alla guida dell’ensemble dell’Orchestra del Maggio (Domenico Pierini, violino, Riccardo Donati, contrabbasso, Riccardo crocilla, clarinetto, Stefano Vicentini, fagotto, Claudio Quintavalla, tromba, Fabiano Fiorenzani, trombone, e Lorenzo D’Attoma, percussioni) Alpesh Chauhan è sicuro e preciso, si presta volentieri al gioco senza scalpitare là dove interventi registrati (sound designer Andrea Baggio) potrebbero rischiare di rubare la scena ai musicisti in carne ed ossa, che invece si distinguono proprio per l’equilibrio ben gestito fra i vari piani dello spettacolo, in cui anche gli strumentisti sono a tutti gli effetti attori e non “accompagnatori”.

Applausi convinti per uno spettacolo davvero ben pensato e degno del Maggio Musicale Fiorentino.

foto © Terraproject - Contrasto