L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Lucia sul capo ti pende 

 di Roberta Pedrotti

Con una messa in scena fallimentare, che non teme di scadere nel ridicolo, la nuova produzione di Lucia di Lammermoor al Teatro Comunale di Bologna non convince nemmeno per una resa musicale e vocale, non sempre a fuoco.

BOLOGNA, 16 giugno 2017 - Edgardo intona “Tu che a Dio spiegasti l’ali” mentre il manichino della “bell’alma innamorata” penzola impiccato a mezz’aria e in sala le risate si soffocano a malapena. Si deve essere ispirato più a Maurizio Cattelan che all’annunciato Millais, Lorenzo Mariani, per questo finale affondato nel brutto, nello sciocco, nel ridicolo. Brutto è senz’altro un pupazzo di plastica appeso a un grosso cavo che ondeggia sulla testa del tenore (se poi voleva sembrar altro, oltre che brutto sarà pure maldestro), sciocca è l’illustrazione didascalica delle parole di Raimondo “è in cielo!” e di conseguenza ridicola senza speranza di redenzione, sorprendente nel disegno di un regista d’esperienza per di più dopo una serie di prove nelle quali pare impossibile nessuno abbia fatto notare il potenziale comico distruttivo di questa scena. Si butta così allegramente a mare lo splendore struggente della morte di Edgardo senza che nulla possa giustificare la svolta verso un granguignol buffonesco e parodistico.

Non è, tuttavia, che l’esito estremo di uno spettacolo tutto mal concepito e incoerente fin dall’inizio, e su diversi piani. In primis quello basilare della recitazione, che indulge sistematicamente in mossettine e ridondanti gesti retorici che paiono presi e riprodotti a mo’ di diorama animato da illustrazioni di mezzo secolo fa, e pochi vi sfuggono (meno di tutti l’Alisa di Elena Traversi) facendo ricorso a doti personali, mentre il coro si limita a entrare, prender posizione e uscire quando richiesto. La stessa definizione dei personaggi non convince, perché si muove troppo spesso attraverso immagini a effetto che zavorrano o azzoppano la drammaturgia, come già nel caso dell’introduzione: il coro, invece di affrettarsi alla ricerca di Edgardo, riporta un cervo testé cacciato e perde tempo per una bella foto con la preda (e gli scatti al lampo di magnesio sarebbero ormai irrimediabilmente stucchevoli pure nell’opera buffa), preda che servirà unicamente a mostrarci un sadico Enrico in guanti di gomma e seghetto che canta “Cruda funesta smania” frugando nelle viscere del bestione per poi decapitarlo e farne un trofeo. Da qui, del Lord Ashton sanguinario tassidermista non avremo più traccia, ma in compenso lo troveremo impacciato e poco convinto molestatore della sorella, il cui timido quanto improvviso e sconclusionato tentativo di stupro verrà sventato da Raimondo armato di rivoltella da borsetta in un’altra scena ad alto rischio comico. Quando non vuole inserire elementi posticci con ambizioni psicologiche, Mariani imbalsama gli assiemi più del cervo, coreografandoli in schieramenti ordinati con pochi movimenti privi di spessore teatrale, come nel momento in cui inquadra Enrico ed Edgardo a sussurrarsi a pochi centimetri i versi del Sestetto (che dovrebbero essere tutti a parte) prima di allontanarsi “con scenica scienza” per disporre tenori, soprano, baritono, basso e seconda donna ben impalati in fila, volti fissi alla platea. Troppi elementi, assortiti con poca coesione e convinzione, un’idea che, se c’è, si perde, come Lucia quando si aggira folle inseguita a malapena da luci non proprio a fuoco (Linus Fellbom), mentre il povero sposino si trascina rantolando sul tavolo ignorato da tutti.

La scena unica (Maurizio Balò), con le sue vetrate a definire interni ed esterni, può essere funzionale all’azione, meno all’acustica, con quel secondo sipario fonoassorbente troppo spesso teso a coprire l’intero fondale. Curate da Fabio Massimo Iaquone e Luca Attilii, le proiezioni di alberi mossi dal vento (o proprio deambulanti, si direbbe, nella pazzia) o di coste battute dalla tempesta aggiungono poco, anche senza considerare i troppo frequenti problemi tecnici incorsi durante la prima. Silvia Aymonino non ha dato propriamente fondo alla propria creatività e la povera Lucia nei tre mesi in cui si dipana l’azione, comprendenti una cerimonia nuziale e la notte seguente, indossa sempre il medesimo abitino bianco da collegiale.

Il procedere a tentoni di una messa in scena che quando imbocca una strada sembra sempre sia quella sbagliata non è riscattata, purtroppo, dalla concertazione di Michele Mariotti, stranamente poco persuasivo in quello che dovrebbe essere un titolo, seppur affrontato per la prima volta, a lui particolarmente affine. Prevale, invece, una sensazione d’incompiutezza, come se ci trovassimo di fronte a uno spettacolo ancora da affinare nelle prove e non a una prima vera e propria. Vi sono squarci lirici e dettagli molto ben curati, come nei tratti plumbei del Preludio, nella poetica ripresa di “Verranno a te sull’aure” o nel grande finale centrale, ma non si inanellano fluide, restando piuttosto episodi fra altri di maggiore, quasi furiosa irruenza, e momenti decisamente meno incisivi, come se non tutto fosse ancora a fuoco, se consequenzialità e contrasti fossero ancora del tutto da calibrare. Così, notiamo anche qualche sbandamento sulla scena (specie per Enrico ed Edgardo nei rispettivi duetti con Lucia) e una forma non proprio eccellente dell’orchestra, specie negli ottoni.

All’attivo c’è senz’altro da lodare il fatto che l’opera si dia com'è giusto e sacrosanto, ma ancor raro, in forma praticamente integrale (mancano in effetti solo poche battute e il recitativo dopo la pazzia) ed è sicuramente un piacere ascoltare tutti i numeri nelle loro naturali proporzioni, senza i consueti colpi di forbice fra riprese, raccordi e code. Proprio per questo, se l’opzione del flauto in luogo della glassharmonica è senz’altro ben giustificata, non ci si capacita di come ancora, nel 2017, si possa perseverare nell’amputare così la maledizione di Edgardo: i tenori dovrebbero studiare l'invettiva completa, i direttori dovrebbero imporre loro di cantare “ma di Dio la mano irata” prima di “Vi disperda”, una malnata tradizione dovrebbe essere finalmente estirpata.

Anche correggendo il vezzo vetusto di questo taglio, Stefan Pop potrà di certo affermare i mezzi di un ottimo tenore donizettiano, a condizione però soprattutto che lavori debitamente sul fiato per evitare ogni emissione spinta che oggi gli regiudica la possibilità di legare e sfumare a dovere. Così, invece, il suo Edgardo finisce per risultare un po’ monocorde e stentoreo, facile a perdere di vista l’eleganza belcantista nei passi più concitati, per quanto l’impegnativo finale risulti il suo momento migliore, premiato da un’interminabile ovazione, e il sangue freddo di fronte alle situazioni sceniche più improbabili sia degno del più grande encomio.

La questione dello stile, sorprendentemente, si apre anche con Marcus Werba, vale a dire con uno dei baritoni più raffinati e intelligenti dei nostri tempi, che pure, in un ruolo eccentrico rispetto ai suoi cavalli di battaglia, sembra non trovare, in questo contesto, la giusta quadratura, perdere incisività e ricercarla a discapito di quell’eleganza che dovrebbe essere la sua arma migliore. Non aiuta il fatto che Mariani sia indeciso se farne un sadico squartatore, un perverso incestuoso, un Danilo Danilowitsch scozzese o un surreale damerino pettinato alla Clark Gable e uscito da Bastardi senza gloria o Fratello dove sei?

Evgeny Stavinsky, Raimondo, può avere buone potenzialità, ma pare ancora un po’ acerbo e incline a cercare suoni più rotondi e corposi portando la voce indietro e perdendo quindi vieppiù d’incisività. Gianluca Floris ripropone il suo puntuto Normanno, Alessandro Luciano conferisce un piglio marziale e distaccato ad Arturo. Il coro si disimpegna corretto.

Veniamo così a Lei, a Lucia. Ultima ma non ultima, eroina romantica per eccellenza del melodramma italiano. Ed eroina belcantista: ecco quel che Irina Lungu ha perso di vista e che solleva forti perplessità sulle sue più recenti scelte di repertorio, ché una cantante come lei, dotata di un così bel timbro corposo e intenso, versata in origine anche alla coloratura ma non certo virtuosa d’elezione, mette in luce in parti come questa troppi fondamentali problemi e si distingue solo in occasionali frasi più liriche e centrali. Se l’acuto è sistematicamente duro, prossimo al grido, al limite nell’intonazione, preso forte e di slancio nella quasi totalità dei casi, ciò non giova alla scrittura donizettiana, come non giova l’impaccio con il canto di coloratura, arruffato, glissato, eluso. Presumibilmente fin troppo preoccupata di far quadrare i conti vocali e musicali, non trasmette la benché minima emozione fino alla scena della pazzia, dove effettivamente si avverte una ben diversa cura del fraseggio e della declamazione, ma se questa non si esprime e non si sublima nel belcanto, se “Spargi d’amaro pianto” s’impantana fra troppe difficoltà, la prova non può proprio dirsi superata.

Gli applausi, trionfali solo per Pop, non mancano alla fine per tutti gli interpreti musicali, ma come spesso avviene l’attenzione è catalizzata dalla messa in scena e non si può dire che Mariani e i suoi collaboratori non abbiano fatto tutto il possibile per calamitare su di sé una meritatissima e unanime salva di contestazioni.

Non resta che sperare che musicalmente la seconda compagnia si ricompatti e lasci almeno ascoltare, nelle repliche, una Lucia più coerente e interessante.

foto Rocco Casaluci


 

 

 
 
 

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