L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

aida a trapani

Prove tecniche di grand-opéra

 di Giuseppe Guggino

Forte dei successi delle recenti edizioni, il Luglio Musicale Trapanese decide di mirare alto per l’apertura della 69ᵅ stagione, con Aida. La serata, resa piacevole dalla frescura al di sotto dei ficus di Villa Margherita, si segnala per l’impegno in una riuscita complessivamente alterna, con il versante maschile del cast nettamente al di sopra di quello femminile.

Trapani, 11 luglio 2017 - Solite certezze e qualche prevedibile incertezza affollano questa ambiziosa inaugurazione della 69ᵅ stagione del Luglio Musicale Trapanese con Aida. Tra le certezze della rassegna musicale è da annoverarsi di diritto – cosa niente affatto secondaria per l’esotico titolo verdiano – il Coro, come di consueto istruito da Fabio Modica e come di consueto sonoro, compatto e preciso. Altra garanzia è quella di un risultato visivo decoroso nonostante la nota esiguità di mezzi; sicché la scena fissa costituita essenzialmente da una clessidra stilizzata da Paolo Vitale con due piramidi speculari consente alla trama di dipanarsi senza inciampi. Certo, alla regia di Davide Garattini Raimondi, che propone qualche inusuale trovata (Aida che si aggira in fondo durante il duetto tra Amneris e Radames, ad esempio, oppure le increspature del Nilo al terzo atto rese con una coreografia), si sarebbe potuto domandare maggior attenzione nel controllo della recitazione individuale, giacché Amonasro mai dovrebbe rivolgersi al Re con la baldanza di un Tonio; né sarebbe auspicabile utilizzare la platea per il trionfo se ai bei costumi di Giada Masi non si accompagna l’attrezzeria decorata nel recto oltre che nel fronte, ma si sa, il teatro è irrealtà e l’astrazione fa sì che si sorvoli sul dettaglio. Buona l’intuizione dell’ultimo quadro che si svolge sulla parta bassa della clessidra, richiusa a sarcofago, meno buono è aver atteso l’ultimo quadro per valorizzare le potenzialità dell’unico elemento scenico totemico in vista.

Nel cast emerge la vocalità complessivamente ben amministrata di Eduardo Aladrén, che viene a capo del ruolo di Radames con convinzione e costanza di tenuta. Parimenti solido dal punto di vista vocale è l’Amonasro di Giuseppe Garra, un po’ meno sorvegliato nel gusto. Decisamente più velleitario è il versante protagonistico femmilile che, sorvolando sull’Amneris ora vuota ora sgraziata di Daniela Diakova, è imperniato su una volenterosa Yasko Sato chiamata nella parte della schiava etiope forse al di sopra delle proprie possibilità: talvolta le intenzioni espressive sono apprezzabili, ancorché in maniera troppo discontinua, ma è il tipo di vocalità a non sembrare adeguato per carenza di armonici e per oggettivi limiti nell’amministrazione della regione acuta della vocalità.

Ben integrati il Re di Enrico Rinaldo e la Sacerdotessa di Luciana Pansa, mentre il Ramfis di Giovanni Furlanetto, basato sulla lunga esperienza che sulla freschezza dei mezzi, avrebbe dovuto evitare qualche deragliamento agogico di troppo. Leggero il Messaggero di Andrea Schifaudo.

Sarebbe troppo esigere la perfezione da una compagine sostanzialmente giovanile usualmente impiegata a Trapani, nella quale non passano in secondo luogo, anzi forse spiccano l’omogeneità dei violini nell’insidioso preludio, o il bravo primo flauto nel terzo atto. A dirigere, con tempi piuttosto scorrevoli, è Andrea Certa che, da bravo pianista accompagnatore quale è, raccomandiamo di non perdere domenica prossima, sempre a Trapani, nella ripresa del La Voix Humaine di Poulenc, già proposta lo scorso dicembre.

 

foto Giuseppe Di Salvo