L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

Le ceneri della pira

 di Luigi Raso

Un cast decisamente poco elettrizzante sotto il profilo interpretativo, un protagonista (il tenore Gustavo Porta) oggetto di contestazioni e una concertazione anodina caratterizzano la ripresa del Trovatore verdiano nell'allestimento irrisolto di Michal Znaniecki. 

NAPOLI, 15 luglio 2017 - Di fuoco ce n’è davvero poco nel Trovatore, secondo appuntamento del San Carlo Opera Festival 2017, riproposto nell’allestimento firmato da Michal Znaniecki che inaugurò la stagione lirica 2014/2015 del Massimo napoletano; un impianto visivo che mescola, senza coerenza, elementi novecenteschi (le divise del coro maschile, i costumi dei protagonisti maschili), con altri del ‘400, epoca di ambientazione del dramma verdiano. Non colpiscono per bellezza le spoglie scene di Luigi Scoglio, che si avvalgono dell’apporto delle proiezioni di Ludwick Bobo Skala (rosone di una cattedrale medioevale e montagne innevate percorse da nuvole) e delle luci di Alessandro Carletti; per contro risaltano, pur impossibilitati a ribaltare il livello dello spettacolo, i costumi belli e curati, soprattutto quelli femminili, di Giusi Giustino.

Nel complesso tutto il progetto registico - che, probabilmente, nelle intenzioni pretenderebbe di essere innovativo - finisce per proporre una narrazione priva di originalità, sostanzialmente statica, senza un’idea definita.

Purtroppo l’aspetto musicale ben si accorda con l’aurea mediocritas di quello visivo.

Il trovatore è l’opera con la quale Verdi “ignora le parafrasi, s’intromette furiosamente, taglia i nodi con la roncola, e fa scorrere lacrime e sangue esilaranti, piomba sul pubblico, lo mette in un sacco, se lo carica sulle spalle e lo porta a gran passi entro i rossi vulcanici dominii della sua arte” (Bruno Barilli, “Il Paese del melodramma”, Ed. Adelphi), ma la direzione del catalano Josep Caballé Domenech, pur caratterizzata da tempi spediti, non “piomba sul pubblico e lo mette in un sacco” (per ritornare alle icastiche parole di Barilli), limitandosi ad accompagnare i cantanti, a coordinare il più possibile quanto accade in palcoscenico con la buca orchestrale; una lettura nella quale non emerge il fuoco che aleggia nella partitura, quello del racconto iniziale di Ferrando, delle allucinazioni di Azucena e dei bivacchi degli zingari. Nessuna vampata orchestrale, quindi, ma tanta cenere, in una partitura che pur riserva all’orchestra preziosismi e colori strumentali di grande effetto.

Tonante e preciso il coro diretto da Marco Faelli, benché qualche asincronia delle incudini rischi di mandarlo fuori tempo.

Il ruolo di Manrico è sostenuto da Gustavo Porta, monocorde nell'interpretazione e disordinato nell'organizzazione vocale: afflitto da un evidente vibrato, apre eccessivamente le vocali e risulta problematico nel passaggio dal registro medio a quello acuto, il fraseggio è estremamente piatto, lo stile sciatto e perennemente tribunizio. Sembra che il tenore argentino tema la tessitura del ruolo, dando l’impressione di concentrarsi solo sulla cabaletta della Pira e sull’acuto finale di "All’armi!", affrontando con superficialità aspetti cantabili e lirici (e non son pochi) del ruolo. Una prestazione, la sua, che al termine è stata accolta da applausi misti a sparsi e udibili dissensi.

Corretta, ma priva di passionalità la Leonora di Saioa Hernandez: voce generosa, dal timbro gradevole, ben emessa, discreto controllo del fiato (troppi legati sono spezzati, sin dalla prima aria); ciò che latita è l’espressività, rendendo così  troppo algida l’interpretazione di un ruolo vibrante e appassionato.

Riscuote successo il Conte di Luna di Vitaliy Billyy: il baritono ucraino ha voce timbrata, ampia, con quale leggero problema di pronuncia, stile di canto misurato; il buon appoggio sul fiato gli permette di affrontare con sicurezza "Il balen del suo sorriso", pur non trasparendo l’ardore amoroso del giovane aristocratico: anche per Billyy, purtroppo, così come per gli altri protagonisti di questa produzione, è palese, infatti, una costante piattezza espressiva.

L’impervio, fondamentale e magnetico ruolo di Azucena, per la sola rappresentazione del 15 luglio, è sostenuto da Cristina Melis, mezzosoprano dalla discreta organizzazione dei mezzi vocali, corposi nel registro medio e dal timbro gradevole. Delinea una zingara poco allucinata, debole nel temperamento, ma dalla linea di canto tendenzialmente corretta.

Professionale il Ferrando di Ugo Guagliardo, il quale, però, sembra possedere, almeno in questo ruolo, voce dalla tempra più baritonale che da basso.

Si segnalano per precisione e professionalità i ruoli secondari di Ines e Ruiz, impersonati da Fulvia Mastrobuono e Gianluca Sorrentino.

Al termine della rappresentazione il pubblico, esiguo per un’opera di richiamo come Il trovatore, riserva applausi a tutti i protagonisti dello spettacolo, censurando, come detto, con qualche sonoro dissenso il Manrico di Gustavo Porta.