L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Sotto la larva del buffone

 di Silvia Campana

Con l'interesse dell'allestimento ispirato ai bozzetti del 1928, ma tuttora valido nel progetto drammaturgico, s'impone in questa ripresa di Rigoletto la prova di Carlos Alvarez nei panni del protagonista. Più deboli la concertazione di Julian Kovatchev, il Duca e la Gilda di Arturo Chacón-Cruz ed Ekaterina Siurina.

VERONA, 14 luglio 2017 - Forse il modo in cui gli scenografi di inizio secolo intendevano lo spazio areniano, se esaminato con attenzione e con un occhio mirato alle dinamiche drammaturgiche di una pièce, potrebbe non risultare oggi così vetusto o nostalgico come, di primo acchito, sembrerebbe.

Già l'edizione storica di Aida del 1913 aveva in parte (specie dopo il suo restauro per il centenario) colpito, ma la riflessione si è riproposta assistendo a questa produzione di Rigoletto, già presentata in passate stagioni (agosto 2003 la première), che si avvale della regia di Ivo Guerra e di scenografie di Raffaele Del Savio. Queste, basate su alcuni schizzi di Ettore Fagiuoli per la prima assoluta dell'opera in Arena (1928), ci illustrano, tramite una serie di quinte e teleri, con i pochi ed indispensabili praticabili, un dramma di pensiero.

Quello che queste scenografie indiscutibilmente veicolavano era un'attenta ricerca storica che, in molti casi, comunicava un dramma intimo ingigantendone l'isolamento nella vastità della scena. Non era, dunque, la ricerca bozzettistica dell'effetto l'obiettivo finale, quanto la creazione di un impianto attento al testo e allo spazio (in questo caso quello enorme dell'anfiteatro) che lo ospitava, evidenziandone caratteristiche e pregi. 

Ora è evidente che un impianto spettacolare sia vincente in Arena, come lo è seguire una chiave narrativa e pittorica che possa trasmettere in modo immediato il nucleo narrativo dell'opera.

Poca gente in scena, dunque (a parte l'infelice I quadro del I Atto nel quale tutto è eccessivo e i tritoni e le sirene, pur rifacendosi all'arte di Giulio Romano, non trovano una collocazione drammaticamente convincente): solo i caratteri dei personaggi emergono e interagiscono.

Può servire oggi assistere a un allestimento così 'antico' in un momento in cui giustamente si pretende che la teatralità del melodramma sia espressa in tutta la sua complessità? Da un certo punto di vista forse sì, se, come in questo caso (Atto III), la scenografia, ricalcando perfettamente la drammaturgia della parola scenica verdiana e potenziandone l'efficacia, consegue un maggior effetto teatrale rispetto a una tradizione di maniera già vista e scontata, sia nei gesti sia nei contenuti, e che, anche in Arena, risulta posticcia quando non pasticciata.

Carlos Álvarez disegna un Rigoletto di stampo prettamente teatrale. La sua vocalità, caratterizzata da un seducente impasto di armonici e raffinate cromie, è usata dall'artista solo come strumento per un'interpretazione asciutta e livida, dalla quale affiorano le tinte scure di un carattere tra i più cupi e tormentati della drammaturgia verdiana. Emergono così il suo egoismo come padre, la sua intransigenza e la sua viltà lasciando trapelare solo a tratti (nel finale) un'umanità piagata e sofferente. Un'interpretazione complessa e per nulla imperniata sulla ricerca di facili consensi, ma concentrata unicamente nel delineare l'uomo, con tutte le sue piaghe, "sotto la larva del buffon".

Il tenore Arturo Chacón-Cruz nel ruolo del Duca di Mantova esibiva un timbro naturale estremamente interessante, ma che ancora necessita di esser contenuto da un magistero tecnico più saldo per poter cantare con la professionalità richiesta. Anche la Gilda interpretata dal soprano Ekaterina Siurina, pur evidenziando una sensibile vocalità, non convinceva appieno per numerose carenze prettamente tecniche che la limitavano nella dovuta correttezza musicale. Gilda è un ruolo impegnativo ma non impervio e la sua esecuzione deve essere completa e teatralmente ben cesellata, altrimenti perde la sua anima e la sua espressività.

Tonante il ruvido Sparafucile ben delineato da Andrea Mastroni, mentre la Maddalena di Anna Malavasi convinceva poco sia per vocalità sia per espressività.

Completavano il cast: Marco Camastra (Marullo), Francesco Pittari (Borsa), Alice Marini (Giovanna), Nicolò Ceriani (Monterone), Dario Giorgelè (Ceprano), Marina Ogii (Contessa di Ceprano), Lara Lagni (un paggio) e Omar Kamata (un usciere di corte).

Privo di espressività e mordente, il maestro Julian Kovatchev dirigeva l'orchestra areniana che troppo spesso si trovava a dover rincorrere i solisti (e viceversa) con uno scollamento tra buca e palcoscenico, soprattutto in alcuni punti (Atto I sc.I ), troppo evidente.

Bene il coro della Fondazione diretto dal M. Vito Lombardi.

Arena non gremitissima, ma pubblico caloroso per questo Rigoletto drammatico che trovava nella scenografia e nell'interpretazione di Alvarez i suoi principali nuclei d' interesse.

foto Ennevi