L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Aida, o della maraviglia

 di Silvia Campana

 Torna il meraviglioso e intelligente allestimento della Fura dels Baus per Aida, una formula vincente per l'opera negli spazi areniani ai giorni nostri. Altalenante la resa musicale.

Leggi la recensione del 9 luglio 2017 con altro cast.

VERONA, 16 luglio 2017 - Lo spazio areniano impone una spettacolarità che, come diretta conseguenza, sposa una popolarità nata in un momento in cui il melodramma godeva di ben altra fortuna rispetto a ora e, ancora oggi, motore principale per ogni allestimento. Fatto salvo che una produzione in Arena non debba vivere solo di questo, sarebbe scorretto sostenere che in questo enorme spazio l'allestimento non giochi un ruolo fondamentale.

In questa chiave, tuttavia, le letture possibili sono molte e quella presentata anni fa, in occasione delle celebrazioni per il centenario del 2013, con l'allestimento di Aida da parte di Carlus Padrissa e Àlex Ollé/La Fura dels Baus si pone certamente come una delle più vincenti e, a oggi, significative.

La regia parte dall'Arena e dalle sue potenzialità espressive e costruisce, attraverso queste, una cornice diversa che inquadra il libretto di Ghislanzoni in uno spazio in cui vengono a poco a poco a perdersi forma e prospettiva, così come tradizione e nostalgica reminiscenza.

Nulla è come dovrebbe essere (animali, vegetazione e danze) e tutto viene reinterpretato dai visionari de “La Fura” che, pur mantenendo ben saldo il nucleo narrativo, sembrano giocare attraverso le dune di un ricordo che il tempo ha logorato e standardizzato; così gli animali diventano giochi meccanici o antropomorfi (coccodrilli) e gli stessi elementi naturali (palme) assumono reazioni e movimenti umani.

Il panorama cambia e l'uomo ne costruisce un altro (la grande valva che diverrà sepolcro agli amanti) giocando con l'enorme palcoscenico con arguzia e professionalità e stemperandone gli spazi attraverso la rappresentazione dei quattro elementi (terra, fuoco, aria, acqua ) i quali, in diverse forme e modalità, concorrono a un racconto che destando in noi la "maraviglia" ci spiazza  coinvolgendoci. Un'Aida diversa dunque, in cui ogni riferimento scivola e che stimola nello spettatore curiosità e sconcerto non lasciandolo pigramente adagiato nella sua poltroncina, o meglio, gradone.

Altalenante nella prestazione il cast impegnato in palcoscenico.

Il soprano Sae-Kyung Rim non convinceva appieno nel ruolo del titolo a causa di un timbro non particolarmente omogeneo e di una tecnica che poco la sosteneva attraverso le insidie della partitura. Aida è personaggio in sostanza semplice nella sua espressività, ma vocalmente cesellato con cura da Verdi: la centralità data alla parola e al verso deve essere sempre e comunque ben presente a ogni interprete e la vocalità deve potersi piegare ai colori e alle sfumature richieste con maggior sicurezza tecnica.

Vincente il tenore Carlo Ventre nel ruolo di Radames, grazie a un'interpretazione che, volta prettamente all'aspetto guerriero del personaggio, colpiva per timbro lucente, sicurezza tecnica e coerenza espressiva.

Teatralmente interessante, ma con numerosi problemi nella rotondità dei suoni e nella loro compattezza nel registro acuto, appariva la professionale Amneris delineata dal mezzosoprano Anna Maria Chiuri, che impostava la sua caratterizzazione della principessa egizia sull'uso di un raffinato fraseggio sull'attenzione alla parola, scelta felice che la sosteneva in coerenza e drammaticità.

Leonardo López Linares tratteggiava un Amonasro corretto nelle intenzioni musicali e attento ad accento e fraseggio pur non possedendo un timbro rilevante per volume e spessore drammatico.

Buono il Ramfis di Marko Mimica per sapiente e morbida vocalità.

Completavano il cast: Romano Dal Zovo (un promettente Re), Cristiano Olivieri (un messaggero) e Tamta Tarieli (sacerdotessa).

Priva di mordente la direzione del maestro Julian Kovatchev alla guida dell'orchestra areniana, mentre ottimo il coro diretto dal M°Vito Lombardi.

Un'Arena non gremitissima ma applausi entusiasti e convinti al termine per tutti gli artisti a testimonianza di un'attenzione crescente verso un diverso modo di fare opera che, anche in un luogo come questo, può e deve trovare spazio.