L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

stiffelio

La fiamma dell'alchimista

 di Roberta Pedrotti

Lo spazio ostico del Teatro Farnese di Parma divene la culla di un lavoro straordinario di Graham Vick, che illumina da par suo la drammaturgia di Stiffelio sviluppando la compenetrazione fra azione teatrale e pubblico con un sofisticatissimo reticolo di significati e suggestioni. 

PARMA, 30 settembre 2017 - Chi non avrà, almeno una volta, immaginato di entrare in un’opera, sia nella vicenda, com protagonista o testimone diretto, sia nella sua dimensione teatrale, intrufolandosi fra le quinte, prendendo parte all’azione, sbirciando qua e là o intonando qualche frase?

Come la fiamma per la falena, l’opera seduce, ma avvicinarsi troppo può essere molto pericoloso, pericoloso e irresistibile. Bisogna essere come sapienti rinascimentali, un po’ maghi e un po’ scienziati, per domare il fuoco senza bruciarsi e rivelare la pietra filosofale, per portare il pubblico dentro l’opera sul crinale fra realtà e rappresentazione. Oggi a Parma, a far reagire fra alambicchi alchemici elementi solidi e pregiati come un’opera di Verdi con altri variamente volatili e imprevedibili come gli interpreti, il pubblico, la nostra contemporaneità sono maestri come il regista Graham Vick e il coreografo Ron Howell (con lo scenografo e costumista Mauro Tinti e Giuseppe di Iori a curare le luci), capaci di regolare l’imponderabile per dar vita all’incantesimo, per far riuscire l’esperimento.

Il primo spunto viene dalla sala. Chi conosce il teatro Farnese sa che si tratta di uno spazio bellissimo, affascinante, ma acusticamente problematico quando non infelice, strutturalmente ripido e allungato sì da porre non poche difficoltà, oltre che per l’ascolto, per la messa in scena di un’opera in senso tradizionale. Al Farnese bisogna avere il coraggio di fare altro, se si vuole osare, e tale dovrebbe essere il compito di un festival che così si definisca non in quanto sagra (rispettabilissima) ma in quanto stimolo culturale anche audace. Non si rappresenti qui, dunque, l’opera nella sua forma tradizionale, stiracchiandola in spazi inadeguati con esiti mai pienamente soddisfacenti, ma la si liberi totalmente dai suoi confini, la si faccia dilagare compenetrandosi con il pubblico, come due materie liquide libere di mescolarsi e reagire reciprocamente. Una novità per l’Italia che, però, Vick e Howell praticano già da quindici anni a Birmingham.

Se, però, si trattasse solo di far agire i cantanti su pedane mobili o in platea (anzi, in quella che nel teatro greco si chiamava propriamente orchestra) in mezzo agli spettatori, il gioco potrebbe presto esaurirsi. Invece la forma in cui prende vita questo Stiffelio coincide esattamente con una riflessione sul testo, con un lavoro drammaturgico approfondito in cui nulla è lasciato al caso, fin nel minimo dettaglio, nulla è privo di significato, ma senza creare una rappresentazione univoca e definita, bensì un universo mobile che ciascuno può sperimentare direttamente e con il quale interagire. Il miracolo che si realizza e di cui siamo, in un tempo, oggetti e artefici, è l’essere noi stessi sia attori, parte dell’azione, immedesimati totalmente nella vicenda, sia intrusi curiosi, sia voyeur che sbirciano i segreti e i privatissimi drammi familiari di Stiffelio. E ce lo godiamo, ci immedesimiamo, ci liberiamo di ogni inibizione e preconcetto nel rapporto con l’azione perché padroni di una sorta di parallelo melodrammatico dei “Diritti del lettore” di Pennac: abbiamo il diritto di muoverci, di fotografare, di toccare i cantanti, perfino di distrarci. E per questo nessuno si distrae sul serio e siamo tutti parte integrante dello spettacolo, senza riuscire più bene a distinguere fra chi canta, chi è un attore, chi sarebbe pubblico.

Siamo invitati a una manifestazione organizzata dal gruppo religioso guidato dal leader carismatico Stiffelio. Già nel cortile della Pilotta un gruppo di attivisti illustra e inscena brevemente le traversie e il trionfo dell’amor coniugale del protagonista, poi gentilissime maschere, tutte con la maglietta rosa della congrega, ci introducono in sala dopo averci consegnato il pass di partecipanti a “Stiffelio in piedi”, con il logo della cosiddetta "famiglia tradizionale". I discepoli ci accolgono con sorrisi insinuanti sulle note dell’ouverture, che è la vera e propria “apertura” della sala e accompagna la manifestazione dei seguaci che, ritti e immobili, leggono chi la Bibbia, chi La storia dei papi, chi Obbedire è meglio di Costanza Miriano, mentre appositi banchetti esibiscono gadget (ovviamente libri e dvd dello stesso Stiffelio, mescolati a magliette e a una bibliografia assortita con la medesima incoerenza dei corrispettivi reali, fra veterocattolicesimo oscurantista e L’inchiesta su Gesù di Augias) e raccolgono firme “contro l’ideologia gender”. Un po’ si sta al gioco e si sorride, un po’ ci si turba, ma quando entra in scena Stiffelio con i suoi siamo travolti dall’entusiasmo collettivo per il leader, ci si abbraccia e ci si abbandona al contesto, sperimentando l’inquietante potere della suggestione di massa. Ma non è tutto oro quel che luccica e dietro le persuasive parole e gli ideali familiari dei vertici assasveriani si nasconde un verminaio di segreti inconfessabili. E noi li spiamo. Vediamo, pian piano, i religiosi e i discepoli cedere alla carne, sfiorarsi le mani, scambiarsi sguardi teneri; vediamo la moglie insoddisfatta di Stiffelio, ancora con il suo lettino rosa di bambina cresciuta “da brava femminuccia”, incapace di gestire i propri sentimenti e i propri istinti, in balìa di uomini che le impongono una morale e un’identità o la precipitano in un eros squallido; vediamo pian piano l’immagine perfetta della famiglia tradizionale sgretolarsi, malamente difesa da uno Stankar che non si fa scrupoli a far pestare e poi a sgozzare l’amante della figlia, da discepoli che massacrano di botte i compagni “peccatori". O, mentre si canta garrulo l’inno “Plaudiam! Di Stiffelio”, si espelle con violenza un gruppo di Femen disturbatrici.

Stiffelio, in tutto questo, sembra a sua volta una vittima, un uomo completamente assorbito dal suo ruolo, dalla sua missione, circondato da una vera e propria setta adorante che ne consolida le convinzioni senz’ombra di dubbio. Eppure quel dubbio arriva, s’insinua, lo rode, finché non crolla, non rimette tutto in discussione e infine predica l’amore, l’amore che non è peccato, non lo è mai. E nessuno può dirsi giudice degli altri, detentore di chissà quale autorità morale per condannare o consentire un sentimento: “Sì… perdonata. Iddio lo pronunciò.” è il verso finale dell’opera, che fa dileguare finalmente tutte le affissioni degli intolleranti ipocriti.

Si scioglie allora anche un applauso sincero e liberatorio da parte di un pubblico che ha vissuto totalmente quest’esperienza, abbrancandosi alle pedane per non perdere uno sguardo, una sillaba di una performance che ha del miracoloso per la recitazione di ciascuno (e, per osmosi, perfino di noi ignari che non abbiamo partecipato ai cinquanta giorni di prove ma ci sentiamo un po’ come se l’avessimo fatto) e per una resa musicale formidabile in condizioni così particolari. Tutto è preciso, tutti cantano veramente bene, per di più con l’incomodo non evidente ma ineludibile di un moto perpetuo e di un contatto fisico costante con il pubblico. A tal proposito, chi ha esperienza dell’ascolto di un coro dall’interno sa bene quanto l’impasto vocale possa risultare sbilanciato e perfino sgradevole: invece, quando ci si accalca con i coristi del Comunale di Bologna attorno al pastore quel che udiamo è bello, morbido, avvolgente, sentito. Un’esperienza straordinaria che la dice lunga su come sia stato curato nel rispetto del testo e del dettato verdiano questo singolarissimo Stiffelio. Il concertatore Guillermo Garcia Calvo realizza quel che credevamo impossibile gestendo come meglio non si potrebbe l’insieme, i tempi, le dinamiche, dimostrando un amore totale verso il teatro. L'orchestra del Comunale di Bologna appare in ottima forma, i cantanti non ci fanno perdere una parola, un’intenzione, un significato, sottolineando così la validità della lettura contemporanea di Vick, la corrispondenza fra il conflitto pubblico/privato, principio religioso/sentimento personale del libretto e il conflitto fra ipocrisia intollerante e realtà degli affetti e dei sensi dell’attualità.

Bravo, bravissimo, dunque, il protagonista Luciano Ganci, che canta splendidamente una parte assai ostica affinando il bello squillo con la sensibilità dell’interprete. Parimenti brava come mai l’avevamo intesa prima d’ora Maria Katzarava, Lina inquieta, turbata anche nelle bruniture del timbro. E con loro vanno lodati lo Stankar di Francesco Landolfi e il Raffaele di Giovanni Sala, vivi, reali, incisivi come, del resto anche le figure solitamente semitrasparenti di Jorg (Emanuele Cordaro), Dorotea (Cecilia Bernini) e Federico (Blagoj Nakoski). Quando ogni singolo elemento della partitura (nell'edizione critica di Kathleen Kuzmick Hansell) è tenuto in tale considerazione, non si può non parlare di un grande spettacolo d’opera, anche se anticonvenzionale, unico, irripetibile, alternativo. Uno spettacolo senza paragoni, degno di un festival; uno spettacolo che non ha avuto spettatori, ma solo interpreti, e che nessuno, fra chi ha avuto la fortuna di essere al Farnese, potrà dimenticare.

foto Roberto Ricci