Falstaff

Le ombre del tramonto, le luci della notte

 di Roberta Pedrotti

Gustoso e mai scontato il Falstaff presentato al Teatro Regio con la regia di Jacopo Spirei e la direzione di Riccardo Frizza. La commedia si dipana  con naturalezza e spirito fra musica e teatro tendendo all'apoteosi della burla notturna e della fuga finale. Roberto De Candia è un protagonista che rende onore al suo maestro, Sesto Bruscantini.

PARMA, 1 ottobre 2017 - Ultima prima operistica di questo Festival Verdi 2017, completamento perfetto della triade presentata a Parma (a Busseto è in scena La traviata), Falstaff ribadisce la qualità e l’accortezza di una programmazione che pare proprio segnare una splendida svolta nella storia, finora un tantino tortuosa, della manifestazione. Dopo il titolo più raro affidato a interpreti ben noti ed esperti in una cornice tradizionale e sfarzosa, dopo una delle opere più moderne e problematiche di Verdi allestita da un genio assoluto come un’esperienza unica e totalizzante, ecco l’ultimo capolavoro del Maestro in una nuova produzione moderna, fresca e gustosa.

Non era facile, per Jacopo Spirei, presentare il suo spettacolo a un pubblico ancora turbato dalle emozioni dello Stiffelio, riportarlo, come se nulla fosse, seduto in platea dopo quell’esperienza totalizzante. Lo ha fatto e ha dimostrato quale possa essere la vitale e vivificante varietà del teatro d’opera ai giorni nostri. Il suo è un Falstaff chiaro e limpido, il cui intreccio si dipana con naturalezza senza perdere un dettaglio, né scadere nel déjà vu, giacché tutti i personaggi sono ben delineati con quel pizzico di verità e originalità che evita lo stereotipo. In un’ambientazione contemporanea gli stessi elementi tecnologici e quotidiani non sono puramente esornativi e fini a se stessi, bensì funzionali ai caratteri: la complicità fra Nannetta e una Quickly più giovanile e alternativa si esprime anche con qualche selfie scattato dalle due; se Falstaff, cavaliere d’altri tempi, invia lettere cartacee alle belle comari, Alice, ricca borghese aggiornatissima, gli fa recapitare il suo messaggio su un tablet che il pover’uomo fatica ad attivare.

In quest’Inghilterra così vicina a noi, anche nel suo essere così ironicamente surreale, la magia del parco di Windsor emerge nel centro abitato: casa Ford, aperta come quella di una bambola con il lettone ben in vista, è invasa dalla vegetazione, gli altri edifici prendono il volo lasciando spazio alla natura e luci verdi e azzurrine illuminano con magica suggestione il lampadario del Regio, che diviene a tutti gli effetti elemento scenico, la stessa Quercia di Herne. A tormentare Falstaff, giustamente bendatosi fin quasi all’ultimo per evitare la vista fatale delle fate, troviamo uomini in manti e giubbotti mimetici, donne in fantasie animalier anche audaci, per un ultimo quadro spiritoso ma anche credibile, culmine della serata anche grazie alla concertazione di Riccardo Frizza, che alla grande burla notturna sembra tendere fin dall’inizio. Sulla sua lettura, infatti, fin dall’inizio sembrano allungarsi ombre di impasti timbrici densi e cupi, con tempi tendenzialmente rilassati in perfetta sintonia con una messa in scena la cui vitalità si fonda sul ritmo sulla parola più che sulla frenesia. Tutto procede verso la notte, dove i ritmi e le polifonie di fate e spiritelli scintillano come stelle o gocce di rugiada liberando luce e leggerezza in un’apoteosi finale che conflagra naturalmente nella fuga, impeccabile, amara e ironica. Come una nuova aurora dopo il baluginare dell'incantesimo antelucano, dopo le trame dei primi due atti, che ci appaiono come un preludio, un tramonto cangiante che pian piano scivola nell’oscurità.

Roberto De Candia è Falstaff, un grande Falstaff che fa onore al suo maestro Sesto Bruscantini con un gusto intelligentissimo della parola soppesata e inclinata senza sprecar nulla, sempre cogliendo una scintilla arguta e ben ponderata nel geniale testo di Boito. Misto d’ingenuità e disincanto, questo Sir John non eccede mai la misura e, con gusto moderno e sottile, s’impone anche con abili giochi di sottrazione, spalleggiato dal Pistola allampanato di Federico Benetti e dal Bardolfo scapestrato di Andrea Giovannini, un piccolo uragano attoriale. Giorgio Caoduro è, per eleganza e incisività di timbro, peso vocale, fraseggio e atteggiamento, il Ford ideale in questo contesto; Juan Francisco Gatell, ancorché un po’ nasale e poco squillante, è un Fenton elegante e piacevolissimo che trova nel Cajus di Gregory Bonfatti, gentiluomo di tipica eleganza british, un rivale agguerrito.

Detto che Amarilli Nizza è stata annunciata indisposta e che quindi alla sua Alice non si potrà imputare una limitata brillantezza vocale, lodando invece lo spirito della caratterizzazione da ricca “casalinga disperata”, il quartetto delle comari è assai ben assortito. Jurgita Adamonyte è una Meg divertita e assai elegante, dal timbro luminoso; Sonia Prina fatica un po’ in acuto, ma è una Quickly personalissima e spassosa,; Damiana Mizzi canta e recita con grazia deliziosa e non stucchevole una Nannetta adolescente ribelle ma anche affettuosa e complice.

Nel plauso generale per uno spettacolo così ben equilibrato e godibile senza mai essere banale si associano naturalmente il coro del Regio di Parma e la Filarmonica Arturo Toscanini.

Davvero un Festival Verdi da incorniciare questo, per intenti, progetti e risultati.  

foto Roberto Ricci