L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

vittorio prato don giovanni

Il Dissoluto soluto

 di Giuseppe Guggino

Nella non semplice impresa di risolvere in scena il Don Giovanni mozartiano si cimenta con successo – seppur in un orizzonte di incertezze sul futuro – il Teatro Massimo Bellini di Catania. Il successo collettivo arride alla realizzazione.

Catania, 13 ottobre 2017 - Opera tra le più frequentate del repertorio, il Don Giovanni di Mozart, del mito ispanico, se non archetipo, è certamente snodo cruciale, non foss’altro per le complessità drammaturgiche e musicali celate dietro l’apparente classica semplicità; sicché la sua messa in scena si traduce ogni volta, inevitabilmente in un lavoro di ricerca. Mantenendo un profilo poco incline alla velleità il Bellini di Catania punta sull’omogeneità di risultati, a cominciare dall’assemblaggio del cast, percorrendo una via che risulta vincente.

Per la prima volta prese col ruolo eponimo Vittorio Prato, baritono dalla voce chiara, punta sul lato scanzonato del personaggio, con un approccio scenicamente convincente che gli consente di non forzare il proprio mezzo; la linea di canto è sempre sorvegliata, così come il fraseggio, piuttosto vario, indicativo di un debutto preparato con indubbia cura. Suo contraltare è il servitore Gabriele Sagona, dalla vocalità più brunita e ruvida, nonché altrettanto plausibile in scena.

Alla Donna Anna di Anna Maria Dell’Oste manca lo spessore tragico nell’affrontare i recitativi istromentati anche se la sostanziale genericità di mezzi e ampiamente compensata da una gestione del canto d’agilità piuttosto accurata, che le assicura – specie al r ondò – un certo successo personale.

Diana Mian, in sostituzione dell’indisposta Esther Andaloro, è un’ottima Donna Elvira che, nonostante un registro grave meno penetrante rispetto al resto dell’estensione, affronta il ruolo con temperamento e centra l’aria al secondo atto della versione di Vienna.

Francesco Marsiglia, nei panni di Don Ottavio, con l’onere delle due arie - sia quella del primo atto della versione di Praga sia quella al secondo, aggiunta per Vienna - canta con solidità anche se con tangibile inerzia di fraseggio e con qualche problema nel legato allorquando, ad esempio nei sol di “morte mi dà”, transita all’emissione in falsetto.

Deliziosa è la Zerlina di Manuela Cucuccio, così come Giulio Mastrototaro risulta un Masetto pienamente convincente; viceversa Francesco Palmieri come Commendatore mostra i segni di una lunga e onorata carriera nella corda di basso.

Dopo un’ouverture perfettibile, la lettura di Salvatore Percacciolo, con tempi spediti e buon mordente, è capace di ottenere un’articolazione del suono molto trasparente dai complessi del Bellini; la cifra stilistica non è particolarmente aggiornata, come si rileva da tutte le chiuse retoricamente slentate e dalla realizzazione del basso continuo con il solo clavicembalo (ben suonato da Paola Selvaggio) ma, complice anche la buona prova del Coro preparato da Gea Garatti Ansini, la partitura è ben resa nella sua varietà di registri.

L’allestimento di Francesco Esposito (autore anche dei costumi), proveniente dal Teatro della Fortuna di Fano, è interamente costruito sui simboli; nello spazio scenico disegnato da Mauro Tinti, essenziale e sostanzialmente privo di connotazioni – un cerchio inclinato solcato da qualche gradino irregolare e disseminato di botole – i personaggi agiscono, sconfinando talvolta nel proscenio e nella sala, grazie a due praticabili simmetrici disposti al di sopra del golfo mistico. I feticci in scena sono le maschere, da quelle classiche a corredo del costume fino a qualche elemento scenico in ferro, gli specchi, siano essi a guisa di medaglioni indossati dalle vittime del burlatore o quello gigante sospeso a mezz’aria, le rose, rosse in gabbia o argentate calate dall’alto; anche le catene con cui i simboli sono sospesi in scena finiscono col diventare oggetto-feticcio, evocativo della schiavitù in cui i personaggi cadono, nel fluire piuttosto suggestivo dell’azione, forse intaccato da qualche interpunzione coreutica non irrinunciabile. Non c’è spazio per la Siviglia secentesca in questa rivisitazione del mito e forse, per una declinazione quasi esclusivamente lunare quale è quella mozartiana, è scelta che concorre a rafforzarne la coerenza della cifra estetica.

Repliche fino al 20 ottobre.