L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

Angela gheorghiou, Nicola Alaimo

Fiori poveri

 di Giuseppe Guggino

È una serata in bianco e nero, in tutti i sensi, questa ultima recita di Adriana Lecouvreur portata in scena al Teatro Massimo di Palermo nell’allestimento del Teatro Sociale di Como del 2002. Delude – e non poco – il versante protagonistico femminile, composto da Angela Gheorghiu e da Marianne Cornetti, mentre convince quello maschile con Martin Mühle e Nicola Alaimo.

Palermo, 22 ottobre 2017 - La storia delle Adriane in quel di Palermo è costellata da soprani di prim’ordine da Gemma Bellincioni a Giuseppina Cobelli, da Mafalda Favero e Magda Olivero – volendo sorvolare su Antonietta Stella, Pia Tassinari, Giovanna Casolla – fino alle ultime due edizioni con Raina Kabaivanska negli anni ’90 e Daniela Dessì nel 2009. Sarà stato il libro d’oro delle presenze, tanto blasonato, a spingere verso la scelta di Angela Gheorghiu, tra le cantanti di oggi più assidue nel ruolo. Tuttavia è al comparire in scena della cosiddetta diva dei giorni nostri che tutte le aspettative vanno immediatamente deluse: si palesano da subito, infatti, i problemi che inficeranno la performance per tutta la serata, a cominciare da un volume ridotto e gestito con parsimonia negli accenti, se non in qualche passaggio occasionale, dove è praticamente impossibile non sfoderare gli artigli. Il declamato è caricaturale, con raddoppi consonantici fuori luogo, la linea di canto per nulla voluttuosa, ma ciò che alla lunga risulta più fastidioso è il continuo compromesso con i mezzi che appiattisce lo spessore tragico del personaggio a una sorta di coquette tanto smorfiosa da risultare eccessivamente caricata perfino per una Manon di Massenet. È il monologo di Fedra al terz’atto che vede il soprano rumeno finalmente tirar fuori un po’ più di voce, così come nell’ultimo atto, dove però per ben due volte in “Poveri fiori” si ritrova in anticipo rispetto all’orchestra. Poveri fiori.

Per contro, il volume non difetta al rampante Maurizio di Sassonia impersonato da Martin Mühle, autentica scoperta della serata, dai mezzi notevolissimi ancorché allo stato un po’ bradi, ma sufficienti a portare a casa la serata.

Altrettanto sonora, almeno nella regione centrale, è Marianne Cornetti quale Principessa di Bouillon, tuttavia l’amministrazione vocale poco ortodossa che la porta alla disomogeneità dei registri, coniugata alla totale assenza del physique du rôle, finiscono col sottrarre al personaggio ogni barlume di plausibilità.

Nel piccolo cameo di Nicola Alaimo non può che rintracciarsi il balsamo della serata per la morbidezza della linea di canto che è la condizione necessaria per tratteggiare un Michonnet umanissimo, paterno, talvolta perfino commovente, come dev’essere.

Compattissima l’Orchestra del Teatro Massimo (e il Coro nel terzo atto), nonostante l’azione diversiva e i grugniti provenienti dal podio. La rimanente parte del castsconta la presenza, appunto, di Daniel Oren; sicché Carlo Striuli fa il solito Principe greve e stomacale, sbiaditissimi sono poi Angelo Nardinocchi e Francesco Pittari, rispettivamente Quinault e Poisson, con le relative Jouvenot e Dangeville di Inés Ballesteros e Carlotta Vichi e l’evanescente abate di Luca Casalin. Fiori poverissimi.

Sullo spettacolo di Ivan Stefanutti, visto e rivisto da Como, Cremona, Pavia e Brescia fino a Sassari, poco si può aggiungere se non che, seppur nella modestia di mezzi scenografici (quinte nere, un fondale a suggerire le aperture déco del Villino Bonazzi di Parma e qualche lampadario di gusto rétro), riesce comunque a risultare evocativo dell’atmosfera estetizzante e decadente dei primi del ‘900, epoca di postposizione della vicenda, complici un gioco teatrale qui più riuscito che in altre occasioni e qualche taglio di luce ben studiato, complessivamente rende giustizia dell’opera.

Successo incondizionato e ovazioni per la diva Gheorghiu, accolta da bordate di fiori piovute dai palchetti di proscenio. Poveri fiori.

foto Rosellina Garbo