L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Dammi i colori

 di Roberta Pedrotti

Nell'allestimento in bianco e nero firmato da Daniele Abbado con Luigi Perego (e ripreso da Boris Stetka), con una compagnia di canto non entusiasmante, si segnala l'interessante lettura di Valerio Galli, che riesce a coniugare necessità contingenti a una personale e sottile visione del dramma pucciniano.

Leggi anche la recensione della compagnia alternativa con Rossi, Torre e Hakobyan

BOLOGNA, 15 dicembre 2017 - L’approdo a questa Tosca viene da lontano e ha seguito vie tortuose. La nuova produzione di Daniele Abbado avrebbe dovuto debuttare al Comunale nel febbraio 2014, ma, anche a causa del lutto che aveva colpito con tutto il mondo della musica anche personalmente il regista, si ripiegò su una rinfrescata al precedente allestimento di Fassini. Già allora, il nome previsto sul podio inizialmente (Alberto Veronesi) si convertì felicemente in quello di Jader Bignamini, asso nella manica dello spettacolo [leggi la recensione]. Di lì a un paio d’anni la seconda tappa prevista della coproduzione con il Regio di Torino vide l’effettivo debutto del lavoro di Abbado, con risultati decisamente apprezzabili [leggi la recensione].

Oggi, finalmente, questa Tosca ritorna alle progettate origini bolognesi, ma non senza un turbinìo di alternanze in locandina rispetto ai primi annunci, a partire ancora una volta dal concertatore: indisposto Aziz Shokhakimov, giunge Valerio Galli e ancora una volta la bacchetta “d’emergenza” si fa punto di forza dello spettacolo.

Giovane ma con una saldissima gavetta alle spalle, Galli dirige innanzitutto con gran senso pratico e teatrale: sostiene le voci, affina la lettura in relazione a limiti e caratteristiche di ciascuno per evitare il più possibile difficoltà e forzature. Non può far miracoli, ma garantisce la miglior tenuta delineando una lettura chiara e coerente, grazie anche alla bella risposta che ottiene da un’orchestra in buona forma e senza sbavature. Il suo Puccini gioca con abilità su sfumature dinamiche, senza eccessi, senza violenza, preferendo la sottigliezza di tensioni insinuanti e sinuose, più che livide e taglienti. È una Tosca animata dal senso del canto, ma ben alla larga da lirismi smussati e melensi, bensì tutta articolata nella misura del melos drammatico, con una ben studiata economia di mezzi in cui emergono anche pregevoli dettagli metrici e timbrici.

Ciò ci fa desiderare di riascoltare Galli con altre voci sul palco, ché in questo caso le sue belle intenzioni troppo spesso devono venire a patti con una compagnia claudicante, che espone anche tutte le debolezze di una regia che, a Torino e con altro cast, ci era parsa suggerire più d’una finezza. Invece qui, al di là dell’impianto scenico in bianco e nero e dell’eleganza dei costumi (entrambi a cura di Luigi Perego, con le buone luci di Valerio Alfieri e le proiezioni video di Luca Scarzella), la sensazione di abbandono a sé stessi per i cantanti attori si fa evidente e fa svaporare l’effetto di quella perfetta macchina teatrale che è l’opera di Puccini, Illica e Giacosa.

Refrattario a un’idea di recitazione degna di questo nome ci pare nuovamente, a sei anni dal suo debutto bolognese in Ernani, il tenore Rudy Park, che esibisce sempre una voce granitica, robusta, scura, spavalda nell’acuto, nonché una non inferiore monotonia di fraseggio e una musicalità appena sbozzata in un ruolo neppure troppo esigente dal punto di vista interpretativo (gli è risparmiato il lavoro capillare sul canto di conversazione che fa di Tosca e Scarpia i cardini drammatici dell’opera) ma che nondimeno imporrebbe una sensualità di fraseggio, una capacità di esprimere ideale, poesia e malinconia qui decisamente latitanti.

Da parte sua, Svetla Vassileva non sarà forse stata mai voce ideale per la cantante romana e il tempo non si può dire abbia giocato a suo favore, enfatizzando una certa asprezza nel timbro e la debolezza del registro centro grave (l’acuto, quando non cade nella tentazione di aprirlo troppo, risponde ancora). Resta, nel suo caso, la scaltrezza dell’interprete consumata e della professionista in grado di gestire le proprie forze e caratteristiche nel corso della recita, arrivando al termine se non proprio a testa alta, almeno con dignità. La recitazione risente di qualche vezzo un po’ lezioso, ma tutto sommato non stride con l’idea di una diva ingenua e un po’ viziata travolta da un tragico meccanismo molto più grande di lei. Il problema è quando questa graziosa bambolina non instaura un autentico rapporto, ma si trova semplicemente sovrastata dallo Scarpia fisicamente imponente di Gabor Bretz, giacché il baritono ungherese non offre alla caratterizzazione del demoniaco barone molto più della statura e della sagoma vampiresca. Per il resto, la voce non manca, ma troppo dura e impermeabile alle mille sadiche sfumature che la parte vorrebbe con una padronanza della parola e della prosodia che purtroppo Bretz non dimostra di possedere.

Meglio il Sagrestano dal canto chiaro e ben proiettato di un Nicolò Ceriani per nulla macchiettistico, meglio lo Spoletta acido e penetrante di Nicola Pamio, che guidano un gruppo di comprimari composto da Luca gallo (Angelotti), Tommaso Caramia (Sciarrone), Michele Castagnaro (Carceriere) e Pietro Bolognini (Pastorello). Il coro guidato da Andrea Faidutti (adulti) e Alhambra Superchi (voci bianche) offre efficace contributo.

Al termine applausi per tutti, cordialmente. Per l'entusiasmo aspettiamo occasioni migliori.

foto Rocco Casaluci