L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Sogno sul Danubio

 di Andrea R. G. Pedrotti

 

Torna al Filarmonico di Verona il capolavoro di Lehár nello splendido allestimento di Gino Landi, ripreso da Federico Bertolani. Nel cast spiccano le riconferme di Mihaela Marcu come Hanna Glawari e Marisa Laurito, vulcanica Njegus; bene anche Enrico Maria Marabelli (Danilo) e Giorgio Misseri (Camille).

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Leggi anche la recensione della recita con Lucrezia Drei e Francesco Marsiglia: La vedova allegra, 23/12/2017

VERONA, 17 dicembe 2017 - Chi mai sia stato a Vienna, non ha certamente potuto evitar di osservare l’imponente fontana dedicata a Pallade Atena, sita sulla Ringstraße innanzi al neoclassico parlamento austrico. Ai piedi della divinità greca stanno quelle dei quattro fiumi principali dell'Austria Cisleitania: il Danubio, l'Inn, l'Elba e la Moldava.

Proprio il Danubio fu simbolo dell’Austro-Ungheria, poiché fu fonte di sostentamento, prosperità e attraversava i suoi territori da occidente fino a spegnersi in un Delta condiviso dall’attuale Romania e Ucraina. Se il Nilo garantiva, a cicli stagionali, col limo fertilità alle messi d’Egitto, parimenti il Danubio ha consentito alle terre che attraversava fertilità intellettuale. La differenza fra i due corsi d’acqua è che il Nilo, secondo l’antica mitologia, fu fiume fecondo grazie allo smarrito fallo (unica parte del corpo che Iside non seppe recuperare) di Osiride, fatto a pezzi, dopo esser stato annegato, per mano dell’invidia del fratello, Seth. Il Danubio non offrì frumento, ma stimolò l’intelletto, per questo la sua raffigurazione antropomoforma non poteva che essere quella del corpo di una donna. Tutta l’operetta viennese, e Vienna in genere, ha visto nel suo periodo di massimo splendore l’elemento femminile come epicentro del pensiero. Die lustige Witwe venne scritta in un’epoca di decadenza; lo splendore della città era intatto e pochi intuivano che in meno di tre lustri tutto sarebbe cessato, travolto dal primo grande conflitto mondiale e la Dea del Danubio sarebbe rimasta lì, giovane e bella, come la rimembranza dell’Austria felix.

L’operetta, in fondo, fu il sogno di Joseph Roth: un’epoca eternata, ma non in forma museale.

Il 17 dicembre, a Verona, abbiamo assistito a ciò che è rimasto di allora, nella sua forma viva e dinamica, lontana dai tomi di saggistica, ma vicina agli uomini che li scrissero e che di quell’epoca lasciarono testimonianza. È stato, ancora una volta il Danubio a trionfare con Vienna - che questo genere fece fiorire e offrì un magistrale libretto (scritto da Victor Léon e Leo Stein) alla musica dell’ungherese di Franz Lehár - e al Filarmonico ha visto ispirata profetessa della divinità fluviale un’artista che ebbe natali proprio in una città danubiana, Timișoara. Mihaela Marcu (Hanna Glawari) è stata l’unico elemento del cast vocale confermato rispetto alla splendida edizione del 2014 [leggi la recensione], confermandosi, più di allora, fra le migliori (la migliore a parere personale) interpreti d’operetta e dello spirito viennese della contemporaneità. La recitazione è spigliata, maliziosa, elegiaca e raffinata al tempo stesso, la morbidezza del timbro avvolge come l’atmosfera che solo a Vienna si può vivere passeggiando fra gli eleganti palazzi alle prime luci dell’alba, fra negozi con articoli che paiono usciti dalla belle époque. La sua voce quando necessario diviene imponente, senza perdere eleganza, rammentando di Vienna la statua della monarca a cui fu dedicata Maria-Theresien-Platz e che ritroviamo nella stessa piazza. Uniforme nei tre registri vocali, è corposa nei centri e svettante in acuti di rara bellezza e precisione. Non è trascurabile notare come, sebbene non sia (ancora) una delle artiste più note al pubblico internazionale, il suo carisma sia assolutamente fuori dal comune: accentra l’attenzione nell’incedere dalla scalinata al suo ingresso in scena e mantiene l’egemonia del protagonismo con innata naturalezza e semplicità, come si confà all’oggetto del contendere dei pretendenti dell’ambasciata pontevedrina. Momento più applaudito della serata, senza dubbio, la sua indimenticabile esecuzione del Vilja Lied, interpretata e fraseggiata con la maestria di tutto il pomeriggio.

Oltre a lei, nel pomeriggio veronese, abbiamo un altro trionfatore, anche se non danubiano, ossia il regista Gino Landi, unico autentico regista italiano capace di comprendere appieno l’operetta viennese. La sua messa in scena è intramontabile, eterea, coinvolgente, fatta della stessa materia dei sogni: tutto è perfetto nel suo disegno registico, dalla caratterizzazione dei comprimari alla ricostruzione degli ambienti. Splendida l’idea di inserire coppie danzanti ad accompagnare con grazia anche i momenti più intimi (come il licenzioso duetto fra Valencienne e Camille), magnifico il gran valzer finale del primo atto (da cui Lehár avrebbe tratto il suo Ballsirenen), sognante il duetto fra Hanna Glawari e Danilo Danilowitsch, con le statue del giardino della villa parigina della ricca ereditiera animarsi sul tema del “Lippen Schweigen”, o il travolgente can can nel numero aggiunto nella scena di Chez Maxim sulle musiche Offenbachiane della Gaîté Parisienne, orchestrata da Léonide Massine nel 1938.

Accanto a loro torna, nelle vesti di un Njegus al femminile, una vulcanica Marisa Laurito, confermata assieme alla Marcu, convince come fece nel marzo 2014: dinamica, spigliata, tiene la scena con maestria e eccellenti tempi teatrali. I suoi interventi sono più ampi, rispetto a quelli di un Njegus di tradizione, ma la personalità dell’interprete rende il tutto funzionale e inserito con perizia da Giano Landi nella drammaturgia generale.

Uniformi e di buon livello gli altri elementi del cast: Enrico Maria Marabelli è un Danilo Danilowitsch corretto musicalmente, dal buon fraseggio nel finale secondo, quando, da buon diplomatico descrive con precisione assoluta il quadro politico europeo del 1915 (e che i librettisti seppero raccontare con incredibile precisione nel 1905). Forse il suo personaggio risulta poco carismatico, ma sostanzialmente funzionale.

Bene il Camille de Rossillon di Giorgio Misseri. Il tenore siciliano mette in luce acuti luminosi e ben proiettati. È poco dinamico scenicamente, ma questo aiuta ulteriormente nell’impressione che Camille non sia altro che un agognato svago erotico, quasi un toy boy, non colto da Valencienne. Proprio la Valencienne di Desirée Rancatore risulta l’anello debole della compagnia: poco insinuante, per nulla maliziosa o trasgressiva, soccombe in un Grisetten-Lied eseguito con affanno tale da costringere il soprano a scadere sovente nel parlato, interrompere il canto e a perdere sistematicamente la linea musicale.

Completavano il cast con pieno onore: Giovanni Romeo (Barone Mirko Zeta), Visconte Cascada (Francesco Paolo Vultaggio), Stefano Consolini (Raoul de St. Brioche), Daniele Piscopo (Bogdanowitsch), Serena Muscariello (Sylviane), Andrea Cortese (Kromow), Lara Rotili (Olga), Nicola Ebau (Prischitsch), Francesca Paola Geretto (Praškowia).

Pochissima Vienna nella bacchetta di Sergio Alapont, che interpreta con sonorità eccessivamente bandistiche gli interventi degli ottoni, troppo prossimi a uno stile areniano, non consono allo spazio d’un teatro di tradizone. Sicuramente l’orchestrazione dell’operetta viennese (da non confondere musicalmente con quella italiana) è simile a quello del grande repertorio ottocentesco, ma impone sfumature del tutto particolari: quella trascinante elegia di un eros esasperato in pulsioni irrefrenabili represse dalla convenzione borghese e riverberato nel ritmo di un walzer che alla viennese dev’essere, non all’inglese.

Bene il corpo di ballo dell’Arena di Verona, che soffre solo qualche passo nel can can del terzo atto, probabilmente per scarsa coesione. Rammentiamo che la Fondazione Arena non ha più un suo corpo di ballo e ora si affida a un coordinatore (Gaetano Petrosino), ma non più a un direttore. Questa resta sempre una ferita aperta, anche considerando che, fino a un paio d’anni fa, la Fondazione poteva avvalersi nel suo organico di uno fra i migliori coreografi e direttori di corpo di ballo al mondo, Renato Zanella.

Buono anche la prova del coro, diretto da Vito Lombardi.

Le magnifiche scene erano di Ivan Stefanutti e gli altrettanto splendidi costumi di William Orlandi.

Unico peccato è la traduzione del libretto in lingua italiana. Il pubblico, probabilmente, non conoscerà alla perfezione il tedesco, ma allora perché non si fa lo stesso ragionamento per Die Entführung aus dem Serail o Die Zauberflöte? Non ci sono forse parti recitate in un Singspiel? Lo dice la stessa parola. L’operetta ha certamente trame più complesse, ma sarebbe ugualmente auspicabile, in futuro, eseguire questi capolavori in lingua originale.

La vedova allegra sarà in scena al Teatro Filarmonico per ancora sei recite fino al 31 dicembre

 

foto ENNEVI