L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Antonio Pappano e Radu Lupu

Lupu e Pappano

 di Stefano Ceccarelli

L’Accademia di Santa Cecilia si rallegra del ritorno di Radu Lupu al pianoforte e di quello del suo direttore stabile, Antonio Pappano, nel suo primo concerto dell’anno. Assieme eseguono il Concerto n. 4 in sol maggiore per pianoforte e orchestra op. 58 di Ludwig van Beethoven. La seconda parte prevede – con dedica al recentemente scomparso Georges Prêtre, l’immenso direttore d’orchestra che ha rappresentato una delle anime musicali più raffinate del secolo scorso – l’esecuzione della Sinfonia n. 7 in mi maggiore di Anton Bruckner. Gli applausi del molto pubblico accorso attestano il successo della serata.

ROMA, 12 gennaio 2017 – L’uno, rumeno, enfant prodige, nato sotto la guerra, allevato musicalmente in Russia, mentre in patria sorgeva la dittatura comunista, cresciuto suonando con i migliori musicisti del glorioso ‘900 (von Karajan, Giulini, Muti), genialmente inconsueto; l’altro, italoinglese, allevato musicalmente negli Stati Uniti, cresciuto musicalmente nell’Europa del nord e presto affermatosi come direttore di riferimento. Generazioni diverse, Radu Lupu e Antonio Pappano: background quasi antitetici, direi. Eppure l’armonia fra loro crea la sublime magia in grado di regalarci una musica ai limiti della perfezione. Sì, la perfezione: il Quarto concerto di Beethoven ha rasentato l’agognata, irraggiungibilmente utopica perfezione. Lupu è ispirato al pari della Sibilla e suona Beethoven in maniera incredibile; Pappano e l’orchestra sono ineccepibili, straordinariamente precisi e naturali. La pulizia dei passaggi, la delicatezza dell’intensità, assolutamente fatata, sembrano provenire da un’altra dimensione: Lupu ha un modo talmente naturale di sentire la musica da lasciare attoniti. Sembra quasi che il suo volare sui tasti – che ricorda le volate naturalissime di Arthur Rubinstein, più robuste invero – possa infrangersi da un momento all’altro, come l’ali di tenue farfalla: ma non avviene mai – almeno stasera: il che, si badi, non è vero in senso assoluto. Del I movimento (Allegro moderato) la cadenza raggiunge livelli di tale spiritualità da librarsi quasi oltre l’umano; la direzione di Pappano, agogicamente nobile, mai spinta né sovraccaricata, accompagna tutto superbamente. Questa armonia sublime arriva a un parossismo ancor più spirituale nell’Andante (II), che si libra nell’etere purgatoriale di un Romanticismo in nuce. Pappano imposta un Rondò (III) epico, controllato, mai ruzzante, raffinato, esaltando al massimo grado una serie di cromatismi cui sovente non si bada fino in fondo: tutta la compressa drammaticità emerge senza sforzo alcuno – come nelle migliori esecuzioni. Lupu suona col corpo tutto, accenna a dirigere il tempo con la sinistra – quando non gli serva –, è in tensione totale e piena. Lupu e Pappano realizzano appieno lo spirito beethoveniano del brano: «aperture all’intimismo più segreto, quasi preschubertiano, irregolarità di scansione ritmica, preziosità armoniche che ancora non si erano sentite in questi primi anni del secolo; anche gli elementi più tecnici, come le scale o i “passaggi” che il pianoforte libera in misura inconsueta, si trasfigurano in elementi poetici; su tutto vapora una nobile dolcezza che è il rovescio della medaglia del Beethoven titanico ed eroico» (G. Pestelli, dal programma di sala). Gli applausi sono scroscianti: autentiche ovazioni accompagnano un pianista la cui fama, già da molti anni, precede ad ogni concerto. Solo dopo diverse insistenze Lupu concede un bis: l’incantata barcarola Giugno, dalle Stagioni čaikovskijane.

La seconda parte del concerto è specificamente dedicata alla memoria del recentemente scomparso Georges Prêtre, musicista fra i più incredibili di tutto il ‘900, i cui meriti sarebbe ridondante elencare qui: possa essergli lieve la terra. Per celebrarlo, Pappano sceglie – a ragione – la somma Settima sinfonia di Bruckner, imbevuta di «misticismo, sensualità, candore, dottrina, fede e inquietudine; il tutto come in una estrema, maturata decantazione dell’esperienza romantica, assunta nello spirito dell’ascesi, dilatata in amplissime campiture formali, in strutture compositive beatamente sterminate, sospese nella tesa contemplazione di una eterna armonia naturale» (S. Sablich). Tutta l’orchestra è tesa in uno slancio di più di un’ora di musica. L’Allegro (I) è un microcosmo a sé stante di wagneriano misticismo; Pappano vi si immerge facendosi trascinare dalle architettoniche ondate sonore. Nell’Adagio (II) il misticismo arriva, a tratti, al parossismo. Qui, il maggior talento di Pappano è quello di palesare il microcosmo delle screziate nuance sonore nel più ampio arco del macrocosmo: nella sua lettura, tutto il tripudio della scrittura bruckneriana è riportato con estrema naturalezza. Solenne, commovente la marcia funebre che Pappano sceglie di concludere con il fragore dei piatti – come riportato in partitura, ma inizialmente non voluto da Bruckner, che forse avrebbe preferito concludere il pezzo con maggiore intimità. Dello Scherzo (III) l’orchestra deliba tutte le arditezze agogiche, le forti tinte, i picchi drammatici, sotto le convinte mani di Pappano. Il Finale (IV), saldo, eroicamente conscio della caducità della vita di tutti, ci riporta alla dimensione reale eppur ci galvanizza. Gli applausi premiano un’ottima performance


 

 

 
 
 

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