L'ape musicale - rivista di musica arti cultura
 

Roma, Concerto Poga/Chamayou

Fra Wagner, Saint-Saëns e Strauss

 di Stefano Ceccarelli

Ottimo il concerto all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, sul cui buon esito si temeva vista la defezione all’ultimo secondo di Orozco-Estrada. Ma Andris Poga, lettone, esordiente in Accademia, dimostra di avere una fulgida carriera davanti, per il piglio, l’ottima lettura e viva interpretazione delle partiture. Di qualità, quindi, sia il Siegfried-Idyll di Richard Wagner, che Also sprach Zarathustra op. 30 di Richard Strauss. Magnifica l’esecuzione del Concerto n. 2 in sol minore per pianoforte e orchestra op. 22 di Camille Saint-Saëns, che mancava quasi da mezzo secolo nei cartelloni di Santa Cecilia: al pianoforte l’esordiente e talentuoso Betrand Chamayou, che interpreta con piglio raffinato la brillante scrittura saint-saënsiana.

ROMA, 4 marzo 2017 – Ancora Wagner in Accademia, dopo la recentissima suite dal Ring des Nibelungen: il Siegfried-Idyll, una «musica tramata di immagini, di ricordi, di richiami segreti, l’eco delicata di una passione» (F. Serpa, dalle belle note di sala). A dirigerlo, l’esordiente (in Accademia, s’intende) Andris Poga, filosofo di studi oltre che musicista, lituano di assai promettenti speranze, in sostituzione dell’indisposto Orozco-Estrada. Poga dirige l’idilliaca partitura con decisione, indugiando poco nel languore, facendo emergere il senso consono dell’interno familiare, di una nuova nascita (il figlio maschio di Wagner e Cosima, Sigfrido appunto) attraverso l’accostamento delle dolci melodie, ma senza appesantirle retoricamente, improntando tale decisione agogica sulla chiara, stagliante linea degli archi acuti. Un risultato pregevole, se si consideri appunto lo scarso o nullo abbandono propriamente romantico. Poga ha un gesto deciso e chiaro: ha buone idee e va dritto al sodo.

Una splendida partitura come il Concerto per pianoforte n. 2 di Saint-Saëns manca dai programmi dell’Accademia di Santa Cecilia da ben quarantacinque anni, quasi mezzo secolo: a Roma l’hanno eseguito raffinatissimi interpreti quali Arthur Rubinstein – forse il più acclamato, fra i moderni, in questa partitura –, Molinari e Alberto Zedda, che qualche giorno fa è venuto tristemente a mancare. Vederlo eseguito da due esordienti in Accademia, tal è anche il pianista Bertrand Chamayou, è un evento di notevole rilievo. Dell’incredibile talento pianistico di Saint-Saëns testimonia oggi, fortunatamente, Youtube: l’aerea leggerezza, la spedita velocita, la pulizia e la raffinata musicalità erano per lui doti innate. Il Saint-Saëns «nato nella Francia di Luigi Filippo, delle rivoluzioni borghesi e delle nostalgie ancient régime, dei cavalli e delle carrozze» (F. Serpa), emerge brillante nella sua tripudiante scrittura tardoromantica, che attinge già a piene mani all’aurea aetas della musica occidentale (il XVIII sec e l’inizio del XIX). Chamayou, dotato di un pianismo umile, senza fronzoli, pulito, chiaro, asciutto (tanto da poter sembrare addirittura naïf al confronto di colleghi più blasonati, ma di minor sostanza), svela una profondità di gusto e di attenzione alla lettura della partitura fuori dal comune, restituendoci un Saint-Saëns dalle intensità delicate (quasi mai oltre il mezzoforte), come testimonia l’insolita cadenza che apre l’Andante sostenuto (I). Ecco, poi, gli accordi mozartiani che danno avvio anche alla parte orchestrale, che rimane comunque quasi atmosfericamente di contorno nel I movimento, consentendo al pianoforte di cantare con tripudiante «neoclassica finezza» (ancora Serpa) le sue melodie – il concerto ebbe una stesura fulminea, di getto, fatto che attesta la felicità dell’invenzione del francese. Trilli, caldissime successioni di accordi, gentili verticalizzazioni di passaggi aerei: Chamayou s’assesta su intensità mediane, trasognato nell’azzeccato colore che riesce a conferire al pezzo. L’Allegro scherzando (II) risulta brillante, cristallino; il Presto (III) più deciso – anche nei volumi –, ma sempre con effetto di tersa precisione. Sgranatura dei passaggi, uniformità e musicale eleganza delle fioriture e delle volatine sono le doti di Chamayou, che ci restituisce, in armoniosa sinergia con una straordinaria orchestra e con l’ottima direzione di Poga, un magnifico Saint-Saëns. Calorosi applausi li accolgono: Chamayou ci regala la trascrizione lisztiana per solo pianoforte del lied Auf dem Wasser zu singen di Schubert.

La seconda parte del concerto è occupata dall’esecuzione del poema sinfonico Also sprach Zarathustra di Richard Strauss, «la fantasia celebrativa di un profeta (persiano, ma c’è chi suggerisce greco in incognito) che, uso alla più alta e mistica forma di conoscenza, può amare solo gli uomini “che non sanno vivere se non tramontando”; perché l’uomo è una “transizione, non uno scopo”» (C. M. Cella). L’omaggio al genio di Nietzsche (i cui «pensieri più oscuri non trovano posto in Strauss» come ricorda Cella) è una storia musicale «dell’evoluzione della razza umana, dalle sue origini, attraverso varie fasi di sviluppo, fino all’idea nietzschiana di Superuomo» (com’ebbe a scrivere Strauss in persona). Poga si concentra per far vibrare intensamente, con notevole allargamento agogico, il celeberrimo attacco, il deflagrare della luce aurorale (Sonnenaufgang) – che sa della «vibrazione primordiale con cui si apre Das Rheingold» come annotava Quirino Principe – che viene dopo un lungo pedale d’organo ravvivato dalle terrigne vibrazioni in pianissimo dei contrabbassi, dalla cui pasta primordialmente melmosa emergono le trombe che salgono imperniate sul do maggiore (la luce e la natura, fin dall’haydniano Die Schöpfung). Poga cura moltissimo lo sviluppo delle restanti sezioni: l’orchestra lo segue perfettamente. Inoltre, il lettone riesce a dare epica vitalità alle grandi architetture, senza renderle sterilmente monolitiche: la ieraticità di Von der grossen Sehnsucht; la ‘matematica’ climax di Von der Wissenschaft; il classicissimo valzer (Das Tanzlied), cui Poga conferisce un incredibile colore – straordinario il primo violino Roberto González-Monjas, nel suo assolo, talentuoso, preciso, caldissimo e incredibile nel filato in smorzando sul finale –; ricco di colori Das Nachtwandlerlied, il finale. Applausi salutano il felice esito del concerto.