L’ape musicale

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martha argerich, ensemble reencuentros

La reine s’amuse

 di Roberta Pedrotti

Martha Argerich e l'Ensemble ReEncuentros inaugurano il Bologna Festival 2017 nel clima di un incontro amichevole. 

BOLOGNA, 19 marzo 2017 - Un piccolo thriller aveva accompagnato l’attesa del concerto inaugurale del Bologna Festival 2017: Martha Argerich risultava fino all’ultimo impegnata quella stessa domenica 19 marzo a Oviedo, in duo con Gidon Kremer. Buon per i bolognesi – e mal per gli spagnoli – la notizia era solo il relitto virtuale e non corretto di un programma variato: Kremer e la sua Kremerata Baltica si sono avvalsi del piano di Lucas Debargue, la Signora del pianoforte ha appagato le aspettative all’ombra delle Due Torri.

Non si presenta sola, e c’è da capirla: al di là del fatto che un recital solistico non sia, in ogni caso, la scelta prediletta per la serata inaugurale di una rassegna non esclusivamente cameristica, pare evidente che oggi più che mai, con una vita nell’olimpo della musica, la grande Martha suoni quando si diverte a farlo, e che preferisca farlo in compagnia, o di un’orchestra o di amici/colleghi fidati. Difficile, allora, pensare a un partner più fidato dell’ensemble ReEncuentros, in cui milita come viola la figlia Lyda Chen Argerich. Oltre a lei (dalla somiglianza impressionante con la madre, se non fosse per il retaggio orientale paterno nel taglio degli occhi), il violinista Anton Martynov, il cellista Jorge Bosso, il contrabbassista Enrico Fagone e il piansta Eduardo Hubert si avvicendano in un programma composito dagli organici variabili.

Si comincia con il Quartetto n.3 in do maggiore WoO 36 per piano e archi di un giovanissimo Beethoven, che invero suona come la versione cameristica di un concerto per piano e orchestra: Martha Argerich posa le mani sulla tastiera e, ancora una volta, fa sobbalzare sulla sedia per il suo suono, diventa protagonista senza scampo alcuno per chi le fa corona, si fa ammirare incondizionatamente per le meraviglie che scaturiscono dalle sue dita come se nulla fosse. In concreto: la scrittura pianistica del quartetto è in effetti particolarmente potente brillante e a poco vale lo spazio graziosamente concesso a frasi cantabili degli archi nell’Adagio centrale. Ci sentiamo di fronte allo schizzo dei maggiori lavori futuri, a un concerto solistico in miniatura in cui la grande pianista sciorina la miniatura perfetta e perfettamente calibrata del linguaggio beethoveniano, della sua costruzione ritmica e tematica, delle sue esigenze coloristiche e di fraseggio.

Poi alla Argerich si affianca Huber nei Sei studi in forma di canone op. 56 di Schumann trascritti per due pianoforti da Debussy. Nella danza la Dama continua a guidare, se non altro per la pregnanza insita nel tocco, ma, d’altra parte, per stare alla pari con lei bisognerebbe scomodare nomi ben più lussuosi del buon Hubert, con il quale si instaura un duetto discreto e salottiero, il relax della Diva che poi lascia all’ensemble al completo il palco per chiudere la prima parte con sei delle Siete canciones populares españolas di De Falla trascritte da Jorge Bosso.

La versione per due pianoforti del Prélude à l’après-midi d’un faune di Debussy apre la prima parte ribadendo il perlage suadente di Martha a sostenere la linea non altrettanto suggestiva di Eduardo: la differenza fra la professionalità di un buon musicista e la classe suprema di una grande artista che fa la differenza, che catalizza l’esecuzione quale che sia il suo peso nella partitura. Così, nell’altro punto di forza del programma, il Trio n. 2 in mi minore op. 67 per pianoforte e archi di Šostakovič, Martha Argerich ha buon gioco nello sciorinare tutto l’armamentario tecnico ed espressivo richiesto dal Russo: il piano si fa arpa o di percussione, fa scivolare fra le dita l’ironia quanto l’elegia, soppesa il dramma con gravità, è potente e leggero, perentorio e sottile. Martynov e Bosso non si limitano a far da spalle e sfruttano l’occasione per dare il meglio di sé uscendo dall’ombra in cui Beethoven lo aveva relegati. Più della tensione magnetica del capolavoro, vibra però il gusto della confidenza, il piacere salottiero della musica fra amici sic et simpliciter. Una regina se lo può permettere: uscire dalla gran gala e dagli incontri al vertice per rilassarsi nel suo Petit Trianon, consapevole che la regalità non è una posa, è innata nel più piccolo tocco sull’ebano e sull’avorio. È anche per questo che, dopotutto, la amiamo, anche quando, semplicemente, si diverte.

Così tutti si divertono, è evidente, nel bis: Piazzolla trascritto per due pianoforti e quattro archi da Eduardo Hubert per la gioia di chi suona e del pubblico che sigla la serata con copiosi applausi.


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