L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

james conlon e misha maisky

Il profeta del violoncello

 di Alberto Ponti

Alla soglia dei settant'anni Mischa Maisky stupisce e incanta nel concerto di Dvořák

TORINO, 12 maggio 2017 - Come accade per qualsiasi tentativo di classifica, nonostante la forte tentazione è difficile e rischioso affermare se Mischa Maisky si possa definire il massimo violoncellista vivente. Di certo la sua apparizione, lunga chioma adagiata sulle spalle e tunica color crema, venerdì 12 e 13 maggio sul palco dell'auditorium 'Toscanini' di Torino per uno dei concerti-evento della stagione, ci autorizza, per personalità, originalità interpretativa e dominio assoluto della tecnica ad annoverarlo nel ristrettissimo gruppo delle star musicali la cui fama mondiale non sia superiore alle eccezionali capacità.

Fin dall'esordio nell'Allegro del concerto in si minore Op. 104 (1894/95) di Antonín Dvořák (1841/1904) la seduzione del suono di Maisky è totale, con il respiro delle note che riesce ad espandersi e ad affievolirsi all'interno della stessa arcata. Il solista, cittadino israeliano da decenni ma nato nel 1948 in Lettonia, ricrea il monumentale lavoro con una libertà che a volte trascende le indicazioni in partitura, soprattutto nell'Adagio ma non troppo, con un canto vibrante e appassionato, di commovente profondità, molto al di là del lied disteso e un po' malinconico pensato dal compositore.

Anche nel finale, Allegro moderato, nonostante l'imponente taglio sinfonico a tratti si ha quasi la sensazione di assistere a un concerto senza orchestra, tanto intenso, magnetico è il dialogo che il violoncello riesce a instaurare con se stesso, piegando all'urgenza superiore dell'espressione ogni difficoltà della scrittura (doppie e triple note, armonici, trilli), ammantata sotto le sue dita di una stupefacente musicalità.

La bacchetta di James Conlon, dal canto suo, non si tiene in disparte e non instaura nemmeno un'improbabile competizione con il protagonista assoluto ma valorizza con sommo equilibrio i momenti rivelatori dell'anima di grande sinfonista dell'autore boemo, come il secondo tema del primo movimento enunciato dal corno con soffice delicatezza e il tempo marcato del rondò, intriso di una tensione trattenuta e crescente, liberata con con somma maestria solo nelle elettrizzanti battute conclusive.

L'entusiasmo alle stelle di tutta la sala, tra l'echeggiare dei 'bravo' e inestinguibili battimani, è premiato e prolungato da due intense esecuzioni bachiane (l'Allemanda dalla suite n. 2 e la corrente dalla suite n. 1).

Altrettanto superba risulta la prova dell'OSN Rai nella sinfonia n. 8 in sol maggiore Op. 88 (1889) sempre di Dvořák. Meno compatta della straordinaria, drammatica settima (probabilmente il capolavoro sinfonico del musicista), l'opera rimane tra le partiture meglio scritte dell'intero repertorio, con il suo discorso a carattere più improvvisatorio, costruito con inarrivabile maestria sull'accostamento di idee melodiche sempre spontanee e incisive e sfruttando nel contempo al meglio le potenzialità di tutte le sezioni strumentali.

La mano di Conlon si avverte soprattutto nel fulgore di certi passsaggi smaglianti degli ottoni, per l'occasione a livello delle migliori compagini americane, a cui è demandato nei tempi veloci un notevole virtuosismo, dimostrandosi altrimenti capace di passaggi repentini a intime, pudiche tenerezze in punta d'arco, a cinguetti gioiosi e leggeri di flauti e clarinetti.

Liquidate certe mestizie passeggere dell'Adagio e dello scherzo (a cui in fondo non dovette credere troppo nemmeno Dvořák), alla fine a risaltare è il lato più estroverso del lavoro, che trova la sua sublimazione nella spettacolare stretta dell'Allegro ma non troppo finale , in grado di rinnovare nel migliaio di presenti la medesima ovazione già riservata a Maisky.