L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

 

 

mischa maisky e mischa damev

Ricordando Georges

 di Roberta Pedrotti

Grande successo per il concerto della Filarmonica del Comunale di Bologna in memoria di Georges Prêtre. MIscha Maisky solista e Mischa Damev, direttore, si cimentano in un programma tutto francese.

BOLOGNA, 15 giugno 2017 - “Chissà se verrà davvero?”, “Non darà forfait alla sua età?” si sussurrava incruduli ma rispettosi qualche mese fa alla notizia che Georges Prêtre sarebbe giunto a Bologna per la chiusura della stagione della Filarmonica del Teatro Comunale. Non per mancanza di fiducia o per oscuri presagi, ma perché le tante primavere del Maestro potevano rendere più probabile un’indisposizione, una debolezza. Speravamo, però, pregustando la serata, e invece, ai primi di gennaio, ecco la fatale notizia: mai più avremmo potuto incontrarlo, sul podio o altrove.

Il concerto che avrebbe dovuto dirigere si tramuta in una serata in sua memoria, Mischa Damev, storico assistente che avrebbe dovuto alternarsi con lui nel programma, lo eredita in toto e sopraggiunge come ospite d’eccezione, con qualche aggiustamento nei brani previsti, Mischa Maisky al violoncello. Ed è lui, inevitabilmente, la star della serata, l’artista a cui basta il minimo tocco dell’archetto sulle corde per fare la differenza e imporsi, magnetico, alla sala.

L’attacco netto e perentorio subito ripetuto come una morbida eco in piano nell’Elegia in do minore di Fauré già racchiude in sé la grandezza dell’artista, che sono in un semplicissimo botta e risposta sintetizza tutto il mondo che di lì a poco saprà schiudere. Un mondo mosso da una una logica interna rigorosissima , infallibile, ma che pure Maisky ci svela con l’accortezza incantatoria del prestigiatore: ci guida nella sua interpretazione illuminando man mano quel tanto che basta per avere la nostra fiducia e solleticare la nostra curiosità. Come nell’Elegia di Fauré, nel Concerto n. 1 di Saint-Saëns ammalia con una cavata di smalto singolarissimo, agile asciutto, penetrante e avvolgente sia nel pianissimo più sottile, sia là dove scocchi il suono come un dardo, sfoggiando un magistero nel trillo e nel fraseggio sempre regolato, nel fluire di tre movimenti di minute gradazioni dinamiche (Allegro non troppo, Allegretto con moto e Molto allegro) da quella logica sua personale che s’impone in due formidabili bis bachiani. Qui, non solo i tempi sono decisamente spediti e frizzanti, ma soprattutto mobili, vibranti in un disegno che par volto a esplorare queste pagine sotto una luce diversa, nuova, estraordinariamente chiara e consapevole, tale da render piacevole il disorientamento, da persuaderci senza sforzo ad abbandonarci a quest’articolazione unica e geniale.

Oltre che sull’eccezionalità del solista ospite, l’omaggio a Georges Prêtre si consuma in un programma assai ricco naturalmente consacrato alla musica francese e alle sue espressioni più fisiche e sensuali. Non si può negare alle pagine che hanno visto Maisky protagonista una fisicità inafferrabile e seducente, ma certo è con il Prélude à l’après-midi d’un faune, primo pezzo in programma, che un sottile eros panico s’insinua prepotente nel suo continuo gioco di allusione ed elusione. Tutt’altra atmosfera si respira nella suite dalla Carmen, il cui ascolto suscita più d’ogni altro commozione: quale partitura è mai stata legata a Georges  Prêtre quanto il capolavoro di Bizet? E quale partitura sfugge più clamorosamente ogni riflessione sui concetti di imitazione o astrazione in musica? Carmen non è un’opera, non riesce a essere solo musica, essa è l’azione che rappresenta, è fisicamente il passo pesante e incerto dei contrabbandieri su impervi e oscuri sentieri, è il canto con cui accompagnano il cammino, è il gesto, lo sguardo, il passo di danza della protagonista, è l’amare e il toreare di Escamillo. Musica concreta come forse nessuna mai, incarnazione sonora del dramma in tutta la sua fisicità.

Fisico a suo modo, non così spudoratamente teatrale, è anche l’incedere ipnotico del Bolero di Ravel, due sole idee, una ritmica in continuo crescendo e una melodica a rimpallarsi di voce in voce fino al parossismo finale, a costituire una spirale diabolica, perché all’apparente semplicità di costruzione corrisponde la progressiva difficoltà d’esecuzione (se non altro perché ogni strumento ha precipue trappole tecniche e d’intonazione e, aderendo in modo differente a ciascuno, uno stesso tema può sollecitarle spietato), perché l’equilibrio fra risultati e mezzi sortito da Ravel ha ispirato le ambizioni di schiere di ben più dozzinali lavori.

Damev dimostra la sua confidenza con il repertorio più amato dal maestro e una salda tecnica. Sotto la sua guida la Filarmonica del Teatro Comunale risponde pronta, attenta, si mostra in buona forma soprattutto nelle parti solistiche e nella ricerca di sonorità più soffuse, faticando un po’ di più nei passi più concitati ed esuberanti della Carmen o nella frenesia dell’akmé del Bolero.

Il pubblico, folto ed eterogeneo, acclama Maisky con ovazioni al calor bianco, ma festeggia con prolungati applausi anche il resto dei un programma particolarmente coerente e accattivante.

Da segnalare, in apertura di serata, la premiazione dei piccoli vincitori del concorso Disegna la musica promosso dalla Filarmonica e da Maserati per gli alunni delle scuole partecipanti al progetto Prove aperte.