L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

 

 

georgy tcharidze

Il fascino dell'enigma

 di Roberta Pedrotti

Georgy Tchaidze inaugura la quinta edizione di Pianofortissimo con un suggestivo recital in cui, da Mozart e Schumann a Mussorgsky, insinua originalità di fraseggio con gusto ben equilibrato, tocco elastico e sinuoso legato.

BOLOGNA, 20 giugno 2017 - Torna l’estate e nei torridi crepuscoli bolognesi, in quel cortile dell’Archiginnasio che è il cuore più autentico del centro, tornano a risuonare le note di Pianofortissimo, il prezioso festival che fa sfilare e spesso debuttare – in città o in Italia – talenti destinati a far parlare di sé, a pochi passi da un caos cittadino non sempre discreto, fra stemmi e fregi barocchi, brezze e calori vespertini tagliati da traiettorie acute di rondini cui succede l’ardito zigzagare di pipistrelli. Il numero cospicuo di volatili è stimolato vieppiù dal proliferare d’insetti attorno ai fari, né riesce a smorzare più di tanto l’insistente svolazzare che aureola l’eroico pianista in impeccabile completo scuro.

Si tratta di Georgy Tchaidze, ventottenne pietroburghese dal tocco elastico e flessuoso che colpisce subito per la chiarezza di un legato morbidissimo nel quale sa fraseggiare con gran gusto e sensibilità. Lo si avverte subito in un Mozart (la Sonata n. 4 in mi bemolle maggiore KV 282) poetico ed elegante in cui la piacevole, cremosa rotondità di suono si combina con la giusta misura stilistica e con una musicalità trasparente. La stessa musicalità gli permette di far crescere ombre d’inquietudine nella complessità della Sonata n. 1 in fa diesis minore op. 11 di Schumann, la cui architettura quasi sinfonica costituisce un cimento non indifferente e che Tchaidze affronta con un cipiglio sicuro, visione d’insieme salda e coerente, un soppesare minuto e sapiente di dinamiche e accenti.

Con l’intervallo cresce la curiosità: quale sarà, dunque, l’approccio ai Quadri di un’esposizione di un pianista dal suono pieno, sì, ma così controllato, virtuoso del legato e soffici gradazioni dinamiche, scevro da ogni eccesso, di oculatissima musicalità. Cosa dovremo aspettarci da Tchaidze in uno dei principali banchi di prova solistici per i più esuberanti esponenti della scuola russa? La risposta si trova nell’originalità di un cesello che non si premura tanto d’impressionare con l’imponente apparizione della porta di Kiev, quanto di gustare con ricercate variazioni il procedere, fra diversi punti di vista, della Promenade, soffermandosi, magari, in una Danza dei pulcini a tratti quasi felpata, come l’agitarsi di batuffoli di piume punteggiato da brillanti pigolii. Gli episodi più cupi non sono mai grevi o grotteschi: Gnomus è sfuggente come evocativo appare il vecchio castello; l’incontro fra Samuel Goldenberg e Schmuyle ha un che di sinistro che rievoca lo Schylock di Shakespeare, mentre il carro Bydlo sembra emergere dalla setssa foschia fitta in cui si immegono le catacombe. Agili e dinoccolati si insinuano i momenti più brillanti, fino a una Baba Yaga quasi enigmatica nella sua personalissima articolazione, nell’ambiguità dell’incedere con cui l’abile Tchaidze evoca la capannuccia mobile su zampe di gallina in cui abita la maga ora benevola ora antropofaga. Dal luogo ineffabile della fiaba e delle sue radici più profonde l’approdo alle solide porte di Kiev non appare così scontato e i suoi contorni si delineano man mano con una cura intelligentemente allusiva più che positiva e perentoria. Una lettura così sottile e perfino enigmatica non può che lasciare il segno e Tchaidze è accolto da vivi applausi, cui risponde, prima di ricevere l’omaggio del Console onorario della Federazione Russa a Bologna, con due graditissimi fuori programma: Vogel als Prophet dalle Waldszenen conferma non solo l’intelligenza del suo approccio a Schumann, ma anche la suggestione ben calibrata del tocco, rinnovata con il secondo bis, di Medtner.