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stefano bollani

Gershwin e Bollani

 di Stefano Ceccarelli

Una calda notte di un luglio romano particolarmente accaldato ci regala un bel concerto che miscela musica contemporanea e classica. Stefano Bollani è ospite dell’Accademia di Santa Cecilia, eseguendo il suo neonato Concerto azzurro e uno dei suoi cavalli di battaglia nel repertorio classico, la Rapsody in Blue di George Gershwin. Il secondo tempo, interamente classico, gershwinniano, si chiude con An American in Paris, in un ideale dittico con la Rapsody oramai sancito da centinaia di incisioni. Sul podio Kristjan Järvi, che di Bollani è amico e collaboratore, ben dirige l’orchestra dell’Accademia. Apre la serata un pezzo di Joey Roukens, Morphic Waves.

ROMA, 5 luglio 2017 – Grande folla – rallentata da un concomitante evento allo stadio Olimpico, che fa slittare l’inizio del concerto – affastella gli spalti del bel teatro esterno dell’Auditorium, la cavea che si crea nel cortile principale all’ingresso delle tre sale progettate da Renzo Piano. Non mi sarei aspettato di meno: Stefano Bollani, musicista versatile che si muove fra l’improvvisazione jazz e qualche opera di un repertorio più classico, è assai amato dal grande pubblico. Assieme all’amico direttore Kristjan Järvi, Bollani porta un programma che oppone un primo tempo prettamente contemporaneo, con una composizione orchestrale di Roukens e il suo Concerto azzurro, a un secondo tempo decisamente più convenzionale, con il dittico dei capolavori ghershwinniani: la Rapsody in blu e An American in Paris.

Morphic Waves di Joey Roukens, un lungo, ininterrotto brano per orchestra, è interamente imperniato su un ondulatorio movimento ritmico, che in alcuni snodi si sviluppa, mantenendo sempre, però, il carattere di una sorta di perpetuum mobile. Mi pare che il pezzo sia apprezzabile soprattutto per taluni passaggi orchestrali, accostamenti di campiture tonali, screziature timbriche di vari strumenti: insomma, che sia il colore la parte migliore – del resto non facendo ascoltare proprio nulla di realmente inaudito, ma traendo linfa vitale dal tardoromanticismo almeno fino alle sonorità stravinskiane. Probabilmente è un pezzo troppo lungo, senza che ne sia riuscito a scorgere un senso effettivo, diciamo logico, che ne giustificasse l’estensione: ma potrebbe essere un mio limite. Apprezzabili, come dicevo, talune aperture timbriche, come quelle estatiche verso il finale. Gli applausi attestano il gradimento del pubblico. Järvi mostra di avere buona bacchetta e senso della direzione: ma, del resto, questo è il suo repertorio d’elezione.

All’ingresso di Bollani il pubblico si fa sentire. È il momento del suo Concerto azzurro, nato proprio in sinergia con Järvi e basato sulla sempre nuova improvvisazione pianistica: il titolo è un omaggio alla cultura orientale (l’azzurro come colore del chakra della gola, dell’espressione creativa). Potrà sembrar strano, ma in senso strutturale il Concerto azzurro è il pezzo più ‘classico’ della serata: all’epoca dello stile galante e delle Accademie primo romantiche e giù di lì per tutto il XIX sec, era perfettamente normale che un musicista improvvisasse durante un concerto, strutturato proprio affinché vi fossero delle oasi in cui lo strumentista potesse far ascoltare qualcosa di nuovo, data una struttura precomposta, al pubblico. Bollani fa lo stesso. Di fatto il Concerto azzurro è nato, appunto, dalla collaborazione non solo con Järvi, ma anche con Paolo Silvestri, che ne ha permesso l’orchestrazione: stringendo, a Bollani sono da ascrivere le linee melodiche e l’improvvisazione, che ha grande parte nell’opera e che al pianista riesce magnificamente. Anzi, si può dire che il miglior talento di Bollani sia proprio l’improvvisazione. A un inizio convenzionale, dove a una ‘minimalista’ ripetizione di cellule ritmiche concorre l’orchestra e il pianoforte, ci si trova poi in un mondo di ritmi latini, cui il pianoforte e i legni danno gagliarda vita: Bollani inizia a farsi apprezzare come commentatore melodico del suo discorso concertistico, variando, giocando e divertendosi con i ritmi e le note. Sono presentissimi Bernstein e Gershwin, non solo nel loro gusto elegiacamente melodico (da musical, per intenderci) ma anche proprio nell’uso dei ritmi latini. Il lato estetico prevale ancora su quello logico: ci troviamo, di fatto, davanti a una rapsodia pianistica con vaghe pennellate orchestrali. Bernsteiniana m’è suonata, proprio, l’oasi di dolcezza vagamente jazzistica, sorretta dagli archi, che trascolora in zone di più energica varietà ritmica. Bollani mescola tutto, sempre improvvisando, infarcendo di citazioni il discorso: ironia e leggerezza sono i sentimenti prevalenti. Su un trillo tenuto parte un grande applauso: e Bollani si diverte col pubblico, portando poi a conclusione il concerto con accenti ancora gershwinniani. L’applauso caldissimo è tutto per il beniamino. Seppur strutturalmente acerbo – si vede, insomma, che è un’opera sperimentale – e benché nelle sue improvvisazioni Bollani si sia forse dilungato troppo (perlomeno in taluni passaggi), il concerto ha molto di gradevole: e, soprattutto, non può che essere suonato da lui.

Bollani ha già inciso la Rapsody in Blu (con Chailly) e, benché non si trovi a suo agio con partiture già scritte e una grande orchestra, come lui stesso ha dichiarato, certo Gershwin gli è congeniale per il repertorio che pratica abitualmente, quello jazz. Bollani ha nell’anima, fra gli autori classici, il sound gershwinniano: anche nel Concerto azzurro mi pare di averlo percepito distintamente. Nella Rapsody tutto fila assai bene: il portamento swingato in acuto del clarinetto apre la breve introduzione orchestrale, soffusa, poi timidamente entra il pianoforte: Bollani e Järvi sono molto affiatati. Il pianista riesce a non appiattire tutto al jazz, ma a interpretare bene anche i ritmi del ragtime. Assai bene i momenti soffusi, da melodie di musical che tanto bene riuscivano a Gershwin e il cui suo naturale erede fu Leonard Bernstein, la cui esecuzione della Rapsody in Blue mi sembra ancora, ascoltandola, la migliore di tutte, anzi l’inimitabile. Grandi applausi salutano l’uscita di Bollani, che regala due bis: una divertente improvvisazione basata su una rapsodia di motivi vari, da canzoni alla musica classica (cosa che gli riesce magnificamente), e una versione per pianoforte di Mattinata di Leoncavallo, che definisce (ma mi sfugge ancora il motivo) il ‘Gershwin italiano’.

Il concerto si chiude sulle magnifiche note di An American in Paris, una colonna sonora di un film senza immagini: un «balletto rapsodico» come lo definì il compositore stesso. Järvi e l’orchestra dell’Accademia eseguono bene i cangianti caratteri delle diverse scene che caratterizzano la rapsodia, esaltandone i ritmi e i colori melodici. Il senso della sfrontatezza yankee di fronte al ‘vecchio mondo’ parigino, con le sue ambientazioni da romanzo realista, viene risolto da Järvi nell’esaltare il maggior numero di colori possibili, data anche la precarietà dell’acustica all’aperto per un concerto di musica classica. Gli applausi attestano il gradimento del pubblico, di una bella serata di musica.