L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

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Il suono della gioventù

 di Emanuele Dominioni

L'orchestra dell'Accademia del Teatro alla Scala è protagonista di un breve tour di quattro date lombarde sotto la guida dall'emergente e già solidissima bacchetta di Lorenzo Viotti e con la presenza del tenore svizzero Benjamin Bernheim. 

COMO, 13 luglio 2017 - Dopo il primo appuntamento all'ippodromo di Varese, la compagine scaligera approda in un Sociale di Como tristemente semi-deserto nonostante l'entrata libera messa a disposizione dal teatro e la godibilissima serata di mezza estate.

Lorenzo Viotti ,figlio d'arte del compianto e illustre Marcello, presenta un programma dedicato, nella sua prima parte, al mondo dell'opera italiana e francese, e, dopo il breve intervallo, alla Quarta Sinfonia di Pëtr Il'ič Čajkovskij. Giovane di conclamato talento, Viotti dirige con grande sicurezza e piglio i complessi dell'Accademia: felice e interessante è l'accostamento con un direttore d'orchestra emergente, che ci è parso pienamente in sintonia col vigore sonoro e la brillantezza magnetica dei coetanei selezionati fra i migliori musicisti under 30 di tutto il mondo, con l'obiettivo dell'inserimento in una sfera professionale dal respiro internazionale. 

Il concerto si apre con la sinfonia da La forza del destino, che si dipana in un tempo abbastanza lento. Le singole sezioni vengono isolate e concertate con meticolosa perizia da Viotti che, sfruttando la fresca reattività dei musicisti, dà slancio alla scrittura verdiana fino al grande accelerando nel finale.

Col secondo brano appare il tenore Benjamin Bernheim. Dotato di una voce dal timbro argentino e perciò squillantissima, affronta la melanconica melodia di Werther con piglio deciso. Sia qui che in "Che gelida manina" la voce scorre limpida e l'emissione, benchè ancora inficiata da qualche suono acerbo, risulta corretta e ben sostenuta. Preso atto della giovane età, fraseggio e colori risultano ancora parzialmente indeterminati, ma ci preme ribadire di come il materiale vocale sia davvero molto buono e in particolare il registro acuto mirabilmente a fuoco e tonante. Bernheim è più a suo agio per indole e freschezza di timbro nell'aria di Alfredo, di cui ci viene regalata una rapidissima prima strofa della cabaletta, ben sostenuta dal giovane che si congeda fra i caldi applausi dal pubblico comasco.

Fra un'aria e l'altra Viotti interviene rivolgendosi al pubblico e annunciando una sorpresa. Uscito di scena, l'orchestra, guidata dal primo violino Alessandra Pavoni Belli, attacca l'intermezzo dalla Cavalleria rusticana e rimane autonoma per tutta la durata del brano. Un momento di grande emozione sia per la caratura emotiva intrinseca nella partitura, sia per l'innegabile compattezza e bravura nel sapersi autogestire della giovane compagine milanese. Da segnalare l'inserimento dei fiati a sostenere la linea dell'organo.

Col passaggio all'ardua Quarta Sinfonia di Čajkovskij viene mantenuto sostanzialmente l'organico precedente. Il primo tempo della tortuosa e rapsodica partitura procede rigoroso e severo; Viotti, lungi dal ricercare tinte troppo cupe, dirige con rigorosa baldanza l'avvicendarsi dei due temi principali. Nota di merito per la sezione degli ottoni nel loro attacco e per il clarinetto di Irene Marraccini nell'accarezzare l'insinuante secondo tema.

La sinfonia procede con toni decisamente più affini all'universo sonoro slavo, con la melodia del secondo movimento che passa dall'oboe agli archi in un espandersi sempre mitigato da una vena malinconica tipicamente russa. Viotti tiene le fila con grande attenzione al dipanarsi del discorso sonoro e al fraseggio nelle varie sezioni. Al frizzante arabesco dello Scherzo, basato sul frenetico pizzicato degli archi, segue senza soluzione di continuità l'esplosione dell'ultimo movimento Allegro con fuoco. L'orchestra mostra maggiore varietà dinamica nonostante il tempo frenetico scelto da Viotti. Encomiabile ancora una volta la sezione ottoni nel mantenersi compatta e mai sovrastare il resto dell'orchestra. La difficoltà estrema della scrittura non fa che mostrare il grande virtuosismo degli archi e in particolare dei violini primi.

Grande è il successo tributato dalla sala nonostante l'esiguità del pubblico.