L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

 

 

Lo spazio per Beethoven

 di Andrea R. G. Pedrotti

L'Arena di Verona, per sua natura, è uno spazio versato allo spettacolo più che alla dimensione eminentemente sonora del concerto sinfonico. Non giova, così, all'esecuzione della Nona Sinfonia di Beethoven l'amplificazione, mentre la bacchetta di Daniel Oren riesce a sfruttare al meglio spazio e contesto. 

VERONA, 15 agosto 2017 - Nella cornice di un anfiteatro scarsamente popolato, la Fondazione Arena ha proposto per la serata di Ferragosto un Gala comprendente l’esclusiva esecuzione della Sinfonia n. 9 in re minore per soli, coro e orchestra Op. 125 di Ludwig van Beethoven, con la concertazione di Daniel Oren.

Dal principio possiamo notare qualche problema nella propagazione del suono, considerato che, viste le proporzioni dell’Arena scaligera, sarebbe stato utile un organico più nutrito, sia per quel che riguarda i professori d’orchestra, sia per i coristi. Una sinfonia, infatti, a differenza del melodramma affida la sua drammaturgia unicamente alla pura articolazione musicale e al suo equilibrio; in Arena è difficile ipotizzare di cogliere appieno sfumature di colori, intensità, etc… perciò, probabilmente vista l’impossibilità di ampliare i complessi a disposizione, si è pensato di inserire un’amplificazione. Purtroppo le casse erano mal calibrate e il suono giungeva (specialmente dagli archi) molto secco, il timpano veniva sacrificato nei suoi interventi e il rumore dell’archetto dei contrabbassi giungeva fino al pubblico a grande distanza (normalmente può essere udito solo molto d’appresso) risultando, invero, piuttosto fastidioso all’orecchio.

Considerate queste premesse, il lavoro di Daniel Oren non può che esser considerato positivo. Non potendo optare su un’autentica coerenza o originalità nella linea musicale, rinuncia alla maestosità e all’atmosfera quasi liturgica e sacrale contenuta nella musica di Beethoven per concentrarsi su alcuni momenti fondamentali e di maggior presa emotiva, dando spazio alla progressione che porta alla grande esplosione corale del quarto movimento.

Comunque si possono riscontrare delle belle, seppur sporadiche, intuizioni. L’appropinquarsi del tema del grande Inno alla gioia è ben modulato dalla bacchetta di Oren e prepara il pubblico a ciò che seguirà.

In effetti l'apice della serata è stato proprio il quarto movimento, grazie all’intervento del coro, ma anche a un tempo più consono agli spazi areniani e alla situazione acustica. Dopo Allegro ma non troppo, un poco maestoso; Molto vivace; Adagio molto e cantabile si passa da un Presto a un Prestissimo, attraverso varie gradazioni di allegro, rendendo l’effetto comunicativo certamente più trascinante. 

A conclusione dell’esecuzione è stato concesso un bis del finale dell'ultimo movimento.

Discreta la prova di un’orchestra che paga l’assenza di un direttore musicale, ma che, con la guida di Oren, mantiene una discreta omogeneità fra le sezioni (fatti salvi i problemi dell’amplificazione citati prima). La qualità del suono risente dell’abitudine a suonare all’aperto, concedendo una gamma espressiva ridotta nel repertorio sinfonico. Tuttavia la prova non può dirsi certo negativa.

Il coro della Fondazione, ben guidato da Vito Lombardi, convince musicalmente, meno per la dizione tedesca, approssimativa e non sempre intelligibile.

Bene i solisti Erika Grimaldi (soprano), Daniela Barcellona (mezzosoprano), Saimir Pirgu (tenore), mentre qualche perplessità in più desta un Ugo Guagliardo, poco a suo agio in una parte schiettamente baritonale e nella pronuncia di un tedesco dalla fonazione fin troppo italiana.

Al termine successo convinto da parte di un pubblico non molto numeroso e, di certo, poco preparato. Se si può comprendere l’applauso nelle brevi pause fra un movimento e l’altro da parte di ascoltatori che, evidentemente, non erano mai stati presenti a un concerto sinfonico, ancor più perplessi lasciano alcune grida per l’aumento dell’intensità orchestrale o per il Prestissimo finale, salutato da un sonoro “yeah!” da parte di uno dei presenti.

Il disegno luci era a cura di Paolo Mazzon, mentre i vuoti del palcoscenico erano occupati dalle grandi rose della scenografia di Il barbiere di Siviglia della Fondazione Arena con la regia di Hugo de Ana, andato in scena l’ultima volta nel 2015.

foto Ennevi