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Parti reali e tre nature

 di Francesco Lora

L’anniversario monteverdiano rivela un endemico fraintendimento dell’opera del compositore. Ma al Festival di Musica antica di Innsbruck le Sanctissimæ Virgini Vesperæ con Rinaldo Alessandrini e il Concerto Italiano sono esecuzione dalla quale trarre un attendibile riferimento.

INSBRUCK, 11 agosto 2017 - Almeno tre nature convivono nella pubblicazione delle Sanctissimæ Virgini ... Vesperæ pluribus [vocibus] decantandæ di Claudio Monteverdi (Venezia 1610; vulgo: Vespro della Beata Vergine): quella prioritaria di trattato esplicito sulle risorse tecniche e retoriche, agli albori del Seicento, della musica da chiesa sia polifonica sia monodica; quella d’istantanea sull’assetto musicale ideale di un vespro insieme coerente nel materiale ed enciclopedico nello stile; quella infine – lampante, ma di minore importanza ai fini dell’autore – di prontuario di musiche per l’ufficio vespertino, utile di brano in brano alle contingenti necessità delle comunità. Tutte e tre le nature sono ribadite dal doppio testo che percorre l’opera. Nel corso della funzione non solo solenne ma anche solennissima, o comunque improntata alla compiaciuta esibizione di mezzi, si eseguiranno il responsorio concertato con violini, cornetti e tromboni, la serie dei cinque salmi con le voci raddoppiate da strumenti, la serie dei mottetti che sostituiscono la ripetizione delle antifone, l’inno comprensivo delle strofe monodiche e dei ritornelli strumentali, infine il Magnificat nella sua stesura lunga e con strumenti di concerto. Nel corso della funzione solenne ma non solennissima, o comunque celebrata in un contesto non facoltoso, si intoneranno invece il responsorio in canto gregoriano, i salmi senza raddoppi e senza la giustapposizione dei mottetti, l’inno adattando alla polifonia della prima strofa anche le successive e omettendo i ritornelli strumentali, infine il Magnificat nella sua stesura breve e senza strumenti di concerto.

A far toccare con mano quanto ripercorso è la recente esecuzione diretta da Rinaldo Alessandrini, con voci e strumenti del suo Concerto Italiano, nel corso del Festival di Musica antica di Innsbruck: 11 agosto, Chiesa dei Gesuiti. È difficile dire quanto le celebrazioni sparse per il 450o anniversario della nascita stiano giovando alla quotidiana riscoperta di Monteverdi: chi tra i lettori di questa rivista si fidi della penna dello scrivente, avrà còlto nelle ultime settimane l’allarmante bollettino di guerra circa un endemico fraintendimento, imperito o efferato, dell’opera del compositore. Molto v’è da dire anche intorno all’approccio di Alessandrini, e più di quanto sia possibile abbozzare in questa sede; ma va premesso il costruttivo contributo del musicista romano, acuto anche in qualche scelta esecutiva non appieno condivisibile e sincero nella sua volontà di indagine filologica, là dove gli altri sostituiscono fantasie a evidenze ed enigmi del testo.

Come oggi sempre praticato anche da tutti i colleghi, Alessandrini legge la versione completa delle Vesperæ, tesa dal Domine ad adiuvandum al Magnificat I. Come già nella sua interpretazione del 2004 – indimenticata in concerto e già fissata in CD – evita però prudentemente d’interporre le parti gregoriane (che richiederebbero introvabili specialisti di canto fratto) e opta per un’economica esecuzione a parti reali (una solo esecutore per ciascuna parte). Da quest’ultima scelta vengono pro e contro: l’intreccio della polifonia vocale si apprezza con inusitato nitore, ma anche con una risonanza più modesta, squilibrata rispetto alla prestante compresenza degli strumenti a fiato; nel contempo, il ricorso non costante ai raddoppi strumentali consegna, per esempio, un Lauda Ierusalem oltremodo castigato e disadorno, lasciando interdetto chi in esso pregusti il grandioso epilogo della teoria di salmi.

Esperto di Monteverdi e della sua prassi testuale, non è però Alessandrini a cadere nella trappola dei brani da leggere alla quarta inferiore. Soprassiede invece sul rapporto proporzionale che dovrebbe regolare con matematica inesorabilità il passaggio dai tempi in due movimenti a quelli in tre. Restituisce in ogni caso – e questo è ciò che più urge – una lettura severamente coltivata sui significati, sulla fragranza, sulla fonetica e sui tempi della parola, in caparbia adesione al testo verbale e a quello musicale che ne consegue. Manco a dirlo, la vertigine degli esiti è garantita da una schiera di cantanti tutti italiani per cultura, maestri di naturalezza retorica, comunicativa timbrica e autenticità stilistica; e sono i soprani Monica Piccinini e Anna Simboli, il falsettista Andrés Montilla-Acurero, i tenori Valerio Contaldo, Gianluca Ferrarini e Raffaele Giordani, i baritoni Marco Scavazza e Furio Zanasi, e i bassi Matteo Bellotto e Salvo Vitale. Tra una recita e l’altra del Ritorno d’Ulisse in patria [leggi la recensione]  nel vicino Landestheater, ecco l’esecuzione monteverdiana dalla quale trarre un attendibile riferimento.