L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

 

 

ildar abdrazakov

Il fascino del re e del demonio

 di Roberta Pedrotti

Un Ildar Abdrazakov in forma smagliante fa il suo ritorno trionfale a Pesaro con un magnifico concerto. Sul podio si apprezza il giovane Ivan Lopez-Reynoso.

PESARO, 19 agosto 2017 - A Pesaro era apparso giovanissimo, nei primi anni 2000, fresco vincitore del concorso Callas a Parma, come Selim e Assur prima che la sua carriera si indirizzasse con decisione verso il repertorio verdiano e lo consacrasse, men che quarantenne, a Filippo II e Attila di riferimento dei giorni nostri. Ildar Abdrazakov non ha dimenticato Rossini, che talora fa ancora capolino fra i suoi impegni, ed Ernesto Palacio, suo primo mentore e agente, ha ben colto l'occasione di portare (o riportare) come promesso [leggi l'intervista] stelle internazionali al Rof, anche solo per un concerto.

Ritrovare il grande basso russo a Pesaro dopo avergli visto spiccare questo magnifico volo è un'emozione ben motivata da un artista intelligente, generoso e carismatico, capace di entrare in perfetta empatia con il pubblico senza eccessi o cadute di gusto.

Perché in primo luogo c'è la voce, una voce stupenda, duttile, morbida, pastosa ed elegante, facile e omogenea in tutta la tessitura richiesta, con acuti facili e timbratissimi, cavata ammaliante, accento imperioso e seducente. Basti pensare alla nobiltà malinconica con cui esprime le amare riflessioni di Silva e Filippo II, la dolorosa constatazione d'aver perso, con la gioventù (“il mio crin bianco”, “del mio crine fra le nevi”), la possibilità d'essere veramente amati: è il sentimento di un uomo maturo e consapevole vissuto con la dignità di un sovrano, di un grande di Spagna. Allora, quando subentra la reazione sdegnata (“Se il serto regal a me desse il poter”, “Infin che un brando vindice”), l'ira si sposa a un altero orgoglio e riscopre una virile baldanza che non appare mai fuori luogo, anzi, conferisce ancor maggiore autorevolezza e profondità al personaggio. Ecco allora che a uno strumento che è un tesoro, e che la tecnica sostiene a meraviglia, si unisce l'arte intelligente, la stessa che fa apparire il suo Mozart un gioiello di modernissima carnalità: dapprima gusta e fa gustare parola per parola il catalogo di Leporello, divertito e complice con il pubblico, dosando con abilità d'alchimista la misura del gusto e il senso del teatro; quindi sussurra ammiccante un “Deh vieni alla finestra” soffuso e irresistibile anche per l'indomito erotismo che affiora nella ben studiata parabola dinamica, tale da sedurre irrimediabilmente tutta la sala.

Che Verdi sia, fin dagli esordi, l'autore d'elezione per Abdrazakov è difficile metterlo in dubbio, ma la sua grandezza in Verdi si fonda proprio sulla frequentazione di Mozart, di Rossini e del Belcanto, cui giova parimenti, di ritorno, l'esperienza in altri repertori. Ogni autore, ogni titolo, ogni personaggio è un arricchimento per l'artista che sappia metterlo a frutto cum grano salis e ne abbiamo oggi dimostrazione in un recital che non è solo puro godimento vocale con un grande, magnetico interprete di oggi. Non è un caso, allora, che il programma si apra e si chiuda con due ruoli emblematici come Attila e Assur: “Mentre gonfiarsi l'anima” è un'aria particolarmente cara e significativa per il basso russo e lo ha accompagnato più volte nella carriera fin dalla fatidica vittoria al Callas (impossibile scordare lo sguardo e la voce di quel folgorante ventiquattrenne in diretta tv); “Deh ti ferma, ti placa, perdona” ci riporta, ma a un livello superiore, alla sua ultima apparizione al Rof, nel 2003. In entrambi i casi una visione minacciosa turba i piani dell'ambizioso uomo di potere, che si riprende e sfida i poteri ultraterreni: Attila è legato al belcanto quanto il delirio di Assur si erge a modello per Verdi (anche per Nabucco e Macbeth, almeno); Abdrazakov li rende meglio che mai, artista nel fiore degli anni, forte delle esperienze passate, saldamente proiettato verso il futuro.

Dal canto suo, il giovane messicano Ivan lopez Reynoso dirige con bel piglio, buon controllo e ammirevole chiarezza l'Orchestra Filarmonica Gioachino Rossini sia nelle arie sia nei pezzi strumentali (preludi da Attila ed Ernani, ouverture da Così fan tutte e Semiramide).

Inevitabile il tripudio finale, che replica e moltiplica con incessanti richieste di bis le acclamazioni che già avevano punteggiato il programma ufficiale. Una sapida "Calunnia" rinnova i fasti del cantante attore, anche qui interprete accattivante, moderno e avveduto, scevro da sottolineature superflue quanto divertito nel gioco di colori, fonemi, dinamiche ad ampliare il rapporto testo-musica. Avremmo già di che essere ben soddisfatti di un concerto così denso e appagante, ma Abdrazakov, fra le ovazioni, torna ancora una volta alla ribalta e, complice energico e ironico Lopez-Reynoso, si lancia in ultimo assolo. La voce è ancora freschissima, sempre vellutata e penetrante, "Le veau d'or", con quel piglio sardonico e malizioso, è una gemma splendente che chiude in bellezza un pomeriggio da ricordare, a Pesaro con un autentico grande, non solo dei nostri tempi.

foto Amati Bacciardi