L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

 

 

cornelius meister

Meister, l’arte del condurre

 di Francesco Lora

Nello strabocchevole cartellone del Festival di Salisburgo non deve passare inosservato un concerto dell’ORF Radio-Symphonieorchester di Vienna: il suo direttore musicale, Cornelius Meister, è nerbo dell’ultima generazione musicale tedesca.

SALISBURGO, 12 agosto 2017 – 12 agosto memorabile al Festival di Salisburgo, grazie alla recita pomeridiana dell’Aida con Muti, Netrebko e urbi et orbi radiotelevisivo [leggi la recensione]. Schiacciante anche il programma dei giorni adiacenti: tra le altre cose I due Foscari con Mariotti e Domingo [leggi la recensione], una Liederabend di Goerne e Trifonov, un concerto di Muti e Wiener Philharmoniker, un recital di Yoncheva e Academia Montis Regalis. Pochi lettori staranno dunque attendendo notizie sul concerto serale del 12 agosto stesso, nella Felsenreitschule, sesto di otto intorno alla figura di Gérard Grisey (l’ideatore della musica spettrale: 1946-1998). Ma urge parlarne: soprattutto per il suo carismatico concertatore, principe dei giovani direttori tedeschi, tuttora non abbastanza noto in Italia (a dispetto di un’apparizione importante alla Scala: la creazione di CO2 di Giorgio Battistelli).

Classe 1980, di Hannover, Cornelius Meister ha tecnica da atterrire i colleghi, conosce in lungo e in largo il repertorio otto-novecentesco, sente più dovere che timore verso la musica contemporanea, ha caratterizzato e rilanciato l’attività dell’ORF Radio-Symphonieorchester di Vienna – ne è direttore musicale dal 2010 – e sta per prendere le redini artistiche della Staatsoper di Stoccarda. Due anni fa ha condotto in porto con i professori dell’ORF, al Theater an der Wien, il più pungente, lancinante, sconvolgente Peter Grimes del quale si possa aver memoria. E persino nel raggiungere il podio, nel vestire giacche lunghe, nel raccogliere l’applauso, nell’uscire dallo stage door vanta una discrezione, un’eleganza, una simpatia e una signorilità di norma ignote ai coetanei. Un’antologia ideale delle sue doti e delle sue intenzioni è emersa dal programma salisburghese.

Pericolo e coraggio nella lunga mezz’ora del Siddharta di Claude Vivier (composto nel 1976, eseguito nel 1987): Orchestra dell’ORF a pieno organico e divisa in otto gruppi sull’immenso palcoscenico, podio che non può tralasciare un solo attacco e che, per salvaguardare l’incastro inesorabile, deve battere rigido il tempo dalla prima all’ultima misura, come si fa con la grande musica policorale secentesca. Occorre una motivazione donchisciottesca, fuori moda e geniale per gettarsi a capofitto nello studio di una partitura del genere, e per trascinare con sé nell’impresa un’orchestra quasi divertita e un uditorio senza sbadigli. Ancora musica contemporanea e di ordine colossale nel cuore della seconda parte del concerto, con lo Hymnos per due orchestre di Giacinto Scelsi (1963) e con l’organo di Robert Kovács amicalmente sopraffatto da un contorno in costante fibrillazione timbrica.

Intorno a Scelsi, l’arcinoto dell’avanguardia ottocentesca: prima la coppia di Preludio all’atto I e Liebestod da Tristan und Isolde di Wagner, poi Tod und Verklärung di Strauss. Ed è qui che balza all’orecchio la virtù dietro la quale Meister è imprendibile: quella di flettere la frase musicale in continui indugi e fervori che trascinano la mente o mordono lo stomaco, senza mai un cenno di artificioso, di vanitoso, di calligrafico, come se quell’arte di condurre il discorso non fosse che l’ovvietà, su uno sfondo di lettura sempre limpido, lineare, moderno, di una sobrietà, una chiarezza e un’oggettività che disarmano. La concertazione messa a punto durante le prove svela qui il capolavoro architettato; ma chi voglia comprendere in cosa consiste il lavoro del direttore, nell’istante vivo e minuto dell’esecuzione, dove tutto passa attraverso il gesto, recuperi al più presto un concerto con Meister e come questo.