L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

 

 

Gianandrea Noseda

Chiare, fresche et dolci acque

 di Antonino Trotta

È l’acqua il filo conduttore del concerto sinfonico proposto dal Maestro Noseda al Regio di Torino. L’ulteriore tappa di successo lungo i sentieri della Natura che il MITO 2017 offre alle città di Milano e Torino.

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Torino, 4 Settembre 2017 – Gianandrea Noseda alla guida dell’Orchestra del Teatro Regio di Torino propone per il festival “MITO: Settembre Musica 2017” un bellissimo concerto intitolato “Fiumi, Ruscelli e Campagne” dedicato a Dvorak, Smetana e Beethoven. Il tema centrale della serata è sempre il rapporto tra musica e immagine che nel corso dell’Ottocento è stato approfondito con grande interesse dalla maggior parte dei compositori romantici che hanno fatto della Natura una feconda e redditizia fonte di ispirazione.

Diffusosi a partire dalla seconda metà dell’ottocento, il poema sinfonico è tra i generi più esemplificativi della cosiddetta “musica a programma”. Nata nel periodo di massima maturità artistica, La colomba selvatica, poema sinfonico op. 110 (Holoubek in ceco) di Antonìn Dvoràk segna il distacco dall’orbita brahmsiana in favore di un avvicinamento a forme nuove di carattere descrittivo. Le quattro scene intorno alle quali si intreccia la narrazione musicale sono tratte dall'omonima opera di Karel Jaromír Erben, uno dei massimi esponenti del Romanticismo ceco. La vicenda narra di una donna che dopo aver avvelenato il marito sposa un bel giovane; ma l’illusione della felicità dura ben poco perché una colomba selvatica si posa ogni sera sulla tomba del dipartito per intonare un triste canto che spingerà la donna al suicidio. Molto coinvolgente la lugubre marcia funebre iniziale, intonata con struggente mestizia e passo cadenzato dagli staccati dei violoncelli. Il lungo crescendo iniziale, fatto di volumi in lenta ebollizione che imitano il sinuoso nuotare di una medusa, conduce con interesse all’esposizione del tema della marcia, solennemente eseguito dalle trombe. Al canto funereo si sovrappongono leggere e tormentate volatine dei violini che tratteggiano il volare isterico della colomba. Non mancano elementi folcloristici, qui e là disseminati nella sezione centrale (che descrive il secondo matrimonio della donna) dove danze popolari hanno evidentemente offerto al compositore molto materiale con cui arricchire la composizione. Grande merito di Noseda è quello di preservare il carattere tradizionale di questi luminosi temi, esposti con rispetto delle forme originarie e senza informi impostazioni melliflue. Nell’ultima parte della composizione il carattere diventa più insidioso e i colori si scuriscono nuovamente. I trilli dei flauti che accompagnano l’intero finale suggestivamente rievocano il canto della colomba mentre il tema della marcia funebre ritorna più sommesso per plasmare la lenta agonia della ragazza che culminerà nella morte. Affascinante il finale in maggiore dell’opera, che assume un carattere quasi trionfale, un beffardo lieto fine accennato con un soffuso diminuendo che sancisce il vittorioso trionfo di una giustizia provvidenziale incarnata nella colomba che dall’alto guarda e sentenzia.

Forse l’opera più nota d Bedřich Smetana, Vltava (La Moldava) è un poema sinfonico tratto dal ciclo Mà vlast (La mia patria). Il compositore ceco propone (in circa quindici minuti) un viaggio evocativo che parte dalle sorgenti del fiume Moldava e termina con l’arrivo nella città di Praga e descrive una serie di sette scenari (musicalmente contigui) che prendono vita lungo le sponde del fiume. Anche di questo secondo lavoro Noseda e l’Orchestra del Regio offrono una lettura fedele alla partitura e poco leziosa. I tempi che Noseda imprime all’orchestra sono sufficientemente serrati e le agogiche ben marcate: le guizzanti sestine di biscrome scorrono fluide e irruente come un fiume in piena. Manca forse una sfumatura di transizione tra un cambio di tempo e l’altro che conferirebbe all’esecuzione una continuità più fluida. I colori dell’orchestra sono interessanti. Lodevole l’equilibrio delle varie sezioni in un’opera dalla scrittura così intricata. Molto bello l’improvviso pianissimo orchestrale che precede la ripresa del tema in tonalità maggiore in conclusione del poema sinfonico.

Assoluta protagonista della serata è la Sinfonia No.6 in Fa Maggiore op.68 «Pastorale» di Ludwig van Beethoven, che occupa tutta la seconda parte del concerto. Forse tra le più riuscite sperimentazioni di pittura musicale, la “Sesta” è le più eccentriche ed enigmatica delle sinfonie del Genio di Bonn. Eccellente la prova dell’orchestra e del direttore in quest’opera tanto bella quanto complessa. L’orchestrazione è elegante e i colori intavolati dall’orchestra ricchi di variegate sfumature dinamiche. Un’opera che evidentemente è ben sedimentata nel repertorio dell’orchestra e del direttore. L’esecuzione è distesa, naturale e coinvolgente. I giochi di echi in lontananza del primo movimento sono resi con grande efficacia figurativa e la vitalità della natura fervidamente dipinta dagli staccati del fagotto alla fine del primo movimento. La scena al ruscello, il movimento più lento di questa sinfonia dalla struttura di una sonata, è serafica e ogni nota è perfettamente incastonata come le tessere di un luminoso mosaico. Il suono dei flauti si adagia morbido sul vaporoso accompagnamento dell’orchestra. I canti delle varie sezioni si intrecciano armoniosamente in un clima di assoluta purezza e genuinità. La terza parte della sinfonia, che comprende le tre scene finali (“Lieta Brigata di campagnoli”, “Il Temporale” e “Canto pastorale: sentimenti di gioia e di riconoscenza dopo il temporale”), preserva quest’allure anche nei momenti più serrati. Lo scherzo del terzo movimento è gioioso e ritmato e si contrappone per colori all'arrivo del temporale sancito dal prorompere dei timpani, delle trombe e dei tromboni. Il vorticoso turbinio del quarto movimento si stempera lentamente con un lungo diminuendo nel meraviglioso ultimo movimento, dove la solennità dell’orchestra trasforma l’esecuzione nell’apoteosi della bellezza della natura.

Un fiume di applausi rompe gli argini del palcoscenico e l’orchestra ringrazia eseguendo come bis la prima Danza ungherese di Brahms. Un concerto straordinario che rimarrà nella memoria del pubblico torinese.