L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

Zee Zee

Acque sinuose, acque insidiose

 di Antonino Trotta

Debutto italiano per la pianista cinese Zee Zee, in recital al Conservatorio Statale “Giuseppe Verdi” di Torino. Un concerto dedicato all’acqua che scorre rapido e lascia un solco.

Torino, 11 Settembre 2017 – Niente in natura è tanto musicale quanto l’acqua: lo scrosciare della pioggia che silenziosa scandisce il tempo di una giornata d’autunno, il rumore della risacca del mare che lambisce la spiaggia e si infrange sugli scogli, il gorgheggiare di una sorgente che testimonia dolcemente la presenza di vita. Non c’è da stupirsi se non esiste compositore che abbia resistito al fascino di un elemento tanto ammaliante quanto inafferrabile ed elusivo. “Acqua e Acquerelli” è il titolo del concerto che vede il debutto in Italia della pianista cinese Zee Zee – nome d’arte di Zhang Zuo – in un concerto liquido con alcune delle più celebri pagine dedicate alla molecola della vita.

La serata si apre con una raccolta di otto brevi pezzi intitolata Eight Memories in Watercolor firmata dal compositore cinese Tan Dun, che nella cellularità e nelle pretese ricorda le Scene Infantili di Schumann. Le singole composizioni mescolano spunti internazionali e nei temi tipicamente cinesi si stemperano anche gocce di jazz. Un’opera propedeutica per il resto del concerto che ha il merito di indirizzare il pubblico verso l’ascolto di brani liquidi e pastosi. Un'entrèe di benvenuto che la pianista offre con trasporto al pubblico in sala.

La fenomenologia acquatica che sgorga dalle pagine di Maurice Ravel è proposta in tutte le sue mille sfaccettature: zampilli, cascate, rapide, onde, il trasformismo dell’acqua offre al compositore francese l’occasione per modellare quella miriade di effetti che rende il suo stile unico e inimitabile. La prima composizione acquatica è Jeux d’eau, scritta nel 1901. Dalle prime battute è evidente la ricercatezza nel tocco necessaria per affrontare una partitura dalle sonorità così raffinate. La resa è piuttosto fluida e anche nei passaggi “più stretti” il suono si mantiene abbastanza morbido. Il canto emerge sicuro tra i vari spruzzi d’acqua senza risentire della moltitudine di note che sorregge la melodia.

Unanimemente riconosciuta come una della pagine più impervie della letteratura pianistica, la Gaspard de la Nuit si rivela l’osso duro dell’intero programma. L’Ondine condivide con il brano precedente i fluttuanti arpeggi che dipingono il sinuoso moto ondivago dell’acqua. Anche in questo caso la pianista cinese offre una lettura della composizione ben variegata in termini di colori e dinamiche, nonostante qualche pausa troppo lunga prima dei glissandi che interrompe il senso di costante ciclicità nello scorrere dell’acqua. Grande eleganza nel secondo movimento della suite, Le Gibet: in questa sezione Zee Zee intavola la più ampia gamma di colori con cui dipinge, a mezzo di pennellate impressioniste, la scena dell’impiccagione che il poema descrive. Meno brillante è lo Scarbo finale, il più trascendentale dei tre, che mette a dura prova i nervi della pianista ed esaspera le possibilità della tastiera. L’inizio è impetuoso, con grande pulizia nelle note ribattute ed estrema fluidità negli arpeggi che corrono perfidi lungo tutta la tastiera. Purtroppo il pezzo sfugge - poco dopo l’inizio, nella sezione degli arpeggi alla mano sinistra con note ripetute – dalle mani della pianista, che prontamente improvvisa prima di riallacciarsi a quanto scritto dall’autore. L’acqua è scivolosa e questa breve perdita di equilibrio ne pregiudica la ripresa, che continua innervata di tensione: il tocco si indurisce, l’esecuzione diviene furente e conseguentemente i colori si appiattiscono.

L’acqua che racconta Liszt non è contemplazione della natura ma nostalgica rimembranza. Elegiaca e distesa, la Vallée d’Obermann dal primo libro delle Années de pèlerinage dà il via alla seconda parte del concerto. La visione della natura che ne scaturisce è solitaria e malinconica. La pianista esegue con sofferto lirismo il violoncellistico tema che diventa poi protagonista di cangianti peregrinazioni sonore e tonali, mantenendo il fraseggio limpido anche laddove è richiesto un notevole sforzo virtuosistico. Les jeux d’eau à la Villa d’Este si avvicina per potere evocativo ai Jeux d’eau di Ravel ma si differenzia per la densità della scrittura pianistica. Alle spumeggianti fontane infatti si sovrappongono meccanicismi pianistici di assoluta cristallinità che ben rendono l’immagine di quegli apparati meccanici ad orologeria che in maniera metronomica scandiscono e regolano i giochi acquatici. Conclude il concerto la Tarantella dal secondo libro delle Années de pèlerinage (Venezia e Napoli) – a differenza di quanto riportato nelle note di sala, non vengono eseguite le prime due parti della suite, la Gondoliera e la Canzone. Per l’impostazione estremamente brillante, l’interpretazione di quest’ultimo colosso appare pedissequa. Nonostante non vi siano sbavature, non sempre alla maestria nell’esecuzione delle note si sovrappone un’egual padronanza della gestione delle sonorità, e in alcuni passaggi il fraseggio si increspa e sbava. Non mancano tuttavia momenti di grande trasporto, come nella canzone napoletana che si frappone all’interno della tarantella.

Grande entusiasmo da parte della platea nei confronti di questa giovane pianista che al termine del concerto ringrazia personalmente il pubblico per il calore con cui è stata accolta e saluta la sala del conservatorio con piccolissimo brano popolare cinese.