L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

riccardo chailly, julian rachlin

La metafisica del suono

 di Antonino Trotta

Riccardo Chailly e l’Orchestra Filarmonica della Scala al Teatro Regio per la conclusione del Festival MITO Settembre Musica 2017. Una serata abbagliante dedicata alla Luce.

Leggi anche la recensione di Alberto Ponti

Torino, 21 Settembre 2017 – Nel corso dell’evoluzione del pensiero scientifico che va dalla fisica classica a quella moderna la fenomenologia della luce si è prestata a diversi paradigmi di lettura, anche contrastanti, che vanno dalla teoria corpuscolare a quella quantistica: alla fine del ventesimo secolo, l’interpretazione di alcuni fenomeni come l’effetto fotoelettrico sembrava avvalorare la teoria corpuscolare (formulato da Einstein nel 1905, anno in cui vinse il Nobel per la fisica) mentre altri come la rifrazione e l’interferenza erano spiegabili solo a mezzo della meccanica ondulatoria. Il superamento del dualismo onda-corpuscolo fu la premessa della cosiddetta crisi della fisica classica da cui ebbe inizio un tumultuoso sviluppo scientifico che ebbe ripercussioni anche nel mondo umanistico con il sorgere di movimenti culturali imperniati su questa crisi di identità scaturita dal mondo dell’assoluta certezza e del rigore logico. La musica non prova a scogliere questo nodo ma piuttosto si limita alla descrizione di questo silente fenomeno in tutta la sua impercettibile inconsistenza. Protagonista dell’ultimo concerto del festival MITO Settembre Musica 2017 dedicato interamente alla Natura, la luce è raccontata dalla Filarmonica della Scala diretta da Riccardo Chailly attraverso pagine di Ligeti, Bartok e Respighi.

Il pensiero musicale di György Ligeti, tra i più grandi musicisti dell'ultimo secolo, si allinea perfettamente con le controversie scientifiche sul fenomeno della luce. Nell’opera che apre il concerto, Lontano, il compositore ungherese si concentra sulla ricerca delle relazioni tra il fluire del tempo e la rappresentazione sonora dello spazio, visto come un asintoto di convergenza del suono, un locus a cui si punta ma in cui non si arriva. Queste elucubrazioni si riflettono in una partitura che ben si presta alla descrizione del fenomeno del movimento della luce, che da sorgenti lontane arriva a invadere lo spazio circostante con intensità diverse, riflessi e ombre. Raffinatissima l’esecuzione del maestro scaligero di queste pagine dove viene meno il pilastro portante di ogni lavoro musicale: il ritmo (Ligeti stesso raccomanda agli esecutori di non considerare la divisione in battute dello spartito ed evita l’inserimento di percussioni nell’organico orchestrale). I suoni delle differenti sezioni che via via si sovrappongono, si intersecano, si intrecciano, sono regolati con assoluta maestria per plasmare l’effetto di sorgenti in moto attraverso lo spazio ignoto. Le dinamiche che ricorsivamente si amplificano fino al tenue ffff sul finale costruiscono una lettura della parte che quasi diventa soggettiva nella percezione dell’ascoltatore: le cangianti sfumature delle sonorità consonanti sono atemporali e adimensionali, non trovano persistenza nella memoria e sembrano fluttuare in un iperspazio dove vengono meno le leggi della fisica.

Una melanconica luca opaca si cela tra le irte pagine del Concerto per viola e orchestra BB 128 di Béla Bartok. Incisivo in ogni arcata, vistosamente virtuosistico e disciplinato in ogni momento dell’esecuzione, Julian Rachlin, violista e violinista lituano, confezione un’interpretazione di tutto rispetto in un concerto che vede la viola come assoluta protagonista. Il sinuoso suono della viola, che sposa perfettamente i colori autunnali di questa composizione, emerge con sicurezza dal manto orchestrale temprato a dovere da Chailly, che intavola, specialmente nel primo movimento (Moderato), un serrato e costruttivo rapporto dialogico con il solista. Il secondo movimento (Andante religioso) si articola tra il lirismo della prima parte e la violenta tragicità della sezione centrale, dove il canto della viola diviene struggente e mesto. Pirotecnico il terzo movimento (Allegro Vivace), dove Bartok finalmente schiera i temi folkloristici con cui ha abituato e viziato il pubblico. Il sostegno ritmico dell’orchestra Filarmonica in questa avvincente danza popolare diviene di fondamentale importanza per il solista impegnato costantemente in acrobazie musicali. Nonostante le numerose facezie della scrittura, Rachlin preserva un suono corposo ed un fraseggio limpido che espone con nitidezza il contenuto di ciascuna idea.

Rutilanti i colori dell’orchestra nel dittico Pini di Roma/Fontane di Roma di Ottorino Respighi, in un’esecuzione al limite della perfezione. Distesa e avvolgente è la direzione di Chailly che porta questi poemi sinfonici alle vette del loro potere evocativo. I numerosi strumenti coinvolti nell’esecuzione sono coadiuvati con solerzia dal maestro direttore che imprime all’opera un carattere evocativo e trasognante. Impressionante la fluidità della resa dell’elemento acquatico nelle Fontane di Roma, dove il canto etereo degli archi e dei legni è sorretto da una serie di vellutati glissandi delle arpe e del pianoforte, mentre il suono cristallino della celesta dà forma al gocciolio dell’acqua. Brillanti i Pini di Roma, che si differenziano dal poema precedente per una lucentezza acrobatica fatta di danze e fanfare che si intrecciano e rincorrono. Le sfumature agogiche in questa parte sono vistose e ben compenetrate le une con le altre. Al carattere guizzante del primo movimento (I pini di villa Borghese) si contrappone quello lugubre del secondo (Pini presso una catacomba): archi e corni si alternano nell’intonare una struggente melodia nostalgica dove il fraseggio dell’orchestra è carco di vibrante pathos acuito dalla scelta di accenti e sfumature ritmiche di gran coinvolgimento emotivo. Appassionati i Pini della via Appia, l’ultimo quadro: il marziale suono degli archi evoca il tremare della terra sotto il fiero incalzare dell’esercito romano e l’apoteosi conclusiva, raggiunta con un lungo crescendo, tratteggia l’abbagliante fulgore del sorgere del sole. L’ovazione del pubblico, visibilmente in delirio in conclusione del concerto, è stata ripagata con una splendida esecuzione dell’overture da La forza del destino di Giuseppe Verdi.

Il concerto del Maestro Chailly con la Filarmonica della Scala segna la conclusione del festival che ha arricchito le giornate delle città di Milano e Torino, per tre settimana, con una serie di imperdibili appuntamenti. In attesa della prossima edizione, non resta che prepararsi all’inizio delle nuove stagioni sinfoniche e operistiche (Teatro Regio, Unione Musicale, OSN Rai, Lingotto Musica e tante altre) che da qui a breve saranno protagoniste – si spera – di serate indimenticabili.