L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

Due tragedie

 di Stefano Ceccarelli

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia presenta un programma ‘tragico’: Alle vittime senza nome di Peter Eötvös, una composizione ispirata alla tragedia dei migranti, prelude alla monumentale Sinfonia n. 6 in la minore “La Tragica” di Gustav Mahler, ipertrofica riflessione sull’eroico e tragico dolore dell’uomo.

ROMA, 16 ottobre 2017 –Negli ultimi decenni il delicato e scottante tema della migrazione dei popoli è assurto sempre più a occupare un posto preminente nelle coscienze di chi è socialmente e culturalmente più sensibile. Non si può rimanere indifferenti di fronte alle quotidiane tragedie che queste persone, in fuga da realtà umanamente insostenibili, affrontano sperando in una vita migliore, con tutte le difficoltò dell’accoglienza nei paesi ospitanti. L’ultimo concerto di Sir Antonio Pappano all’Accademia di Santa Cecilia, prima della sua tournée newyorkese, ha voluto gettare uno sguardo nei dolori insondabili del genere umano prendendo spunto proprio da una recentissima composizione di Peter Eötvös, Alle vittime senza nome, una commissione in coproduzione con la Scala, la Rai e il Maggio Musicale Fiorentino. Pappano la presenta come una grande massa orchestrale, che rappresenta la folla in mare dei migranti, intervallata dai singulti di singoli strumenti che evocano le voci singole dei disperati, umanamente caratterizzati nel loro essere voci ‘timbricamente’ diverse. Il pezzo è veramente pregevole. Ha una tragicità terrifica, non lacrimevole, acuita da una scrittura curata e da un ethos coreutico (ammiccante anche alla cultura africana) quasi stravinskiano, di cui Eötvös stesso è ben conscio, tanto da definire il pezzo un ‘Requiem danzato’. Il brano si regge sulla umbratile contrapposizione di compagini volumetriche: la piena orchestra, appunto, si oppone al vuoto di compagini cameristiche, o veri e propri assoli, che rappresentano le voci di dolore dei migranti, simpateticamente caratterizzate dalla diversità dei timbri strumentali prescelti. I tre movimenti della composizione si assomigliano e sono strutturati su una climax tensiva inizialmente ascendente, ma poi ondeggiante e smorzantesi. La scrittura è pienamente ma classicamente novecentesca, giocata su effetti tardoromantici su cui si innestano i cangianti colori delle variazioni tonali; il finale non è scevro da un’amara ironia tipicamente šostakovičana. Pappano fa un ottimo lavoro e l’orchestra ha un suono che oserei dire magnifico.

Dal baratro della tragicità dei migranti si giunge al baratro di una tragicità esistenziale, assoluta: la Sesta sinfonia di Mahler, la “Tragica”. Pappano è maestro nel leggere architetture mastodontiche, che riuscirebbero indigeste a molti o, peggio, sarebbero noiosamente rese da altri. L’esempio evidente è il titanico Allegro energico, ma non troppo (I): Pappano gestisce magnificamente questo monstrum più unico che raro, reggendo volumi, spazi, strutture (l’enorme forma sonata) con pulsante energia. Ogni sentimento, più che espresso, è quasi vissuto: dall’ambigua dolcezza del tema dell’amata Alma, la moglie di Mahler, alla violenza dei passaggi dello sviluppo. Tutto il movimento lascia poco spazio al sollievo, tranne qualche rêverie pastorale, che ritornerà anche più avanti. Anche nello Scherzo (II), qui posto in seconda posizione (Mahler, di fatto, autorizzò due versioni differenti della Sesta), Pappano fa emergere soprattutto la dimensione allucinata, riuscendo anche a ben bilanciare un’agogica insidiosa: slanci, cozzanti colori emergono con vividezza. L’aura di danse macabre è chiara e palpitante. Dell’Andante moderato (III) Pappano legge bene quel tono mesto, elegiaco, quasi straziante, con raffinata musicalità e restituendoci quelle timbriche pastose e commoventi che sono l’unica vera requie di questa composizione che a tratti non può che definirsi angosciante. L’ultimo Allegro moderato (IV), ancor che non fosse abbastanza, mette il discorso musicale nuovamente in estrema tensione, questa volta con una frammentazione timbrica e tematica persino più complessa del I: Pappano governa il tutto con slancio, esaltando ogni rivolo di un pensiero musicale gigantesco, di «un’energia che non riesce mai veramente a sfogarsi, ma è destinata o ad arrestarsi o a collassare» (P. Gallarati, dal programma di sala). Il titanico finale, con i due colpi d’incudine, atterrisce ancora oggi per potenza e grandiosità. Pappano emerge da questa odissea stanco, ma contento: gli applausi calorosi del pubblico testimoniano non solo l’amore per il suo direttore stabile, ma anche un sincero tributo alla sua bravura e a quella dell’orchestra tutta.

foto Musacchio e Ianniello