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I due volti della leggenda

 di Antonio Ponti

James Conlon, tra opposte suggestioni, affronta pagine meno note di Dvořák e Mahler

TORINO, 26 ottobre 2017 - Al pari di molti capolavori più noti dello stesso autore, anche la cantata Das Klagende Lied (1878-1901) di Gustav Mahler (1860-1911) ebbe esistenza travagliata fin dalla nascita. Spedita dal compositore diciottenne al concorso Beethoven organizzato dalla viennese Gesellschaft der Musikfreunde l'opera non ottenne alcun successo e dovette aspettare quasi un quarto di secolo prima di essere eseguita, in una versione nel frattempo assai rimaneggiata e priva dell'intera prima parte, sotto la bacchetta dell'autore nel 1901.

La vasta partitura è stata il piatto forte, giovedì 26 e venerdì 27 ottobre, preparato dal direttore principale James Conlon per il secondo concerto della stagione 2017/2018 dell'Orchestra Sinfonica Nazionale, affiancata per l'occasione, oltre che dalle quattro voci soliste, dall'ottimo Coro Filarmonico Ceco di Brno guidato da Petr Fiala.

Traducibile come 'Il canto del lamento e dell'accusa', il lavoro prende le mosse da una fosca leggenda nordica rielaborata in un testo scritto dallo stesso Mahler: un giovane trova in una foresta un fiore magico, il cui possesso consente di sposare una bella e sdegnosa regina, ma viene ucciso dal fratello, che ne usurpa il diritto. Durante le nozze, l'ombra del fatto di sangue, rievocato da un menestrello, si infittirà sino all'inevitabile catastrofe conclusiva.

Sia pure in forma perfettibile, con l'evidente influsso wagneriano ancora da assimilare a fondo nella ricerca di una via espressiva personale, Das Klagende Lied contiene già molte delle caratteristiche di magistrali momenti a venire: tutta la prima parte, Waldmärchen ('Fiaba della foresta'), con i richiami ciclici dei corni, conduce direttamente a quel Naturlaut che sarà la cifra distintiva della sinfonia di esordio Il Titano mentre numerosi passi dei due movimenti successivi Der Spielmann ('Il menestrello') e Hochzeitsstuck ('Scena di nozze') sono quasi un cartone preparatorio della grandiosa Resurrezione, seconda tappa del ciclo mahleriano. Colpiscono, nell'insieme, gli impasti timbrici, geniali nel sottolineare gli aspetti inquietanti e soprannaturali della vicenda, il colore scuro degli archi, a larghi tratti privo dei violini e della loro brillantezza, l'uso teatrale di un'orchestrina fuori scena nel finale, efficace nel relegare a un lontano altrove l'unico momento di festa.

La direzione di Conlon è serrata, attenta, capace di dare il giusto respiro a tutti i gruppi di strumenti, senza cadere nella tentazione di esasperare un tessuto orchestrale drammatico ma sempre distante, nonostante l'ampiezza dei mezzi impiegati, dal facile effetto, dall'esibizionismo irruento quando le parole, assai inferiori alla musica, potrebbero suggerirlo.

Nel quartetto dei cantanti emerge il contralto russo Yulia Matochkina, voce calda e smaltata, dotata di notevole raffinatezza nell'adattare l'emissione alle minime sfumature della scrittura. Più uniforme e distaccata, il soprano Aga Mikolaj si fa notare invece per la potenza del timbro particolarmente adatta agli episodi più turgidi e concitati del racconto; Brenden Gunnel, tenore, e Thomas Tatzl, baritono, completano un cast in grado di portare a termine senza affanni l'impegno di un'esecuzione generosa, nel rispetto della temperie tardoromantica dell'ambiziosa pagina di Mahler.

La serata si era aperta con l'energica interpretazione del poema sinfonico L'arcolaio d'oro op. 109 (1896) di Antonín Dvořák (1841-1904). Anche in questo caso l'ispirazione letteraria viene dalla lontananza del mito, declinato tuttavia in un tripudio da festa popolare che poco spazio concede alle fascinazioni più brutali della storia originaria, tra lupi famelici e fanciulle fatte a pezzi.

Il compositore boemo qui lascia una delle tracce più alte del suo ingegno per la padronanza assoluta dei mezzi e del senso della forma, unite alla fulminante bellezza e all'ispirazione di ogni tema conduttore.

Un successo entusiastico e indiscutibile, con numerose chiamate in scena, arride ai protagonisti del concerto, premiando una programmazione coraggiosa e stimolante che, per tutta la stagione, comprenderà, accanto a capisaldi del grande repertorio, altri titoli non così frequentati del periodo otto-novecentesco.

foto Più luce