L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

.

 

 

 

 

juraj valcuha e sergej krylov

Spiriti quieti

 di Alberto Ponti

L’eloquio pacato (ma non troppo) di tre opere magistrali si impone nella convincente lettura personale di Juraj Valčuha

TORINO, 8 novembre 2017 - Esiste un ristretto numero di grandi compositori a cui, nei precipitosi rivolgimenti dell’arte musicale tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi del Novecento, mancò solo un soffio per ascendere al pantheon della duratura celebrità. Alexander Glazunov (1865-1936) è il paradigma esemplare di tale condizione: il Valzer da concerto n. 1 in re maggiore op. 47 (1893), scelto da Juraj Valčuha per l’incantevole esordio del quarto concerto della stagione 2017/2018 dell’Orchestra Sinfonica Nazionale, ha tutte le carte in regola per stupire ancora le platee, oggi poco avvezze alla frequentazione del pietroburghese immortalato anche da un celebre ritratto di Il’ja Repin. La melodia è profusa con delicata intensità e la strumentazione, mai banale, risplende di raffinatezze sconosciute alla maggioranza dei contemporanei, nell’ambito di un discorso sempre coinvolgente, dai rintocchi di apertura dell’arpa alla placida apoteosi conclusiva. Purtroppo, in un mondo che nello stesso anno conosceva gli abissi di inquietudine della Patetica cajkovskiana, ci voleva altro per passare alla storia e il dotato Glazunov (autore di otto sinfonie che meriterebbero maggior fortuna nei programmi delle grandi istituzioni), stabilitosi a Parigi dopo la Rivoluzione sovietica, finì per essere a lungo dimenticato perfino in patria.

Diversa, travolgente reazione suscitò invece fin dal suo apparire Igor Stravinskij (1882-1971), nonostante il Concerto in re maggiore per violino e orchestra (1931), tra i massimi risultati del XX secolo in questo genere, non abbia raggiunto la popolarità di altri suoi lavori. Riflessivo e introverso, frutto maturo della virata neoclassica dopo il fragore fauve degli anni dieci, il concerto ha trovato in Sergej Krylov un interprete di alto lignaggio, coadiuvato dalla direzione più che attenta di Valčuha, capace di far emergere la partitura in tutta la sua smaltata, lucente geometria. Il suono di vibrante profondità del solista e la facilità di intonazione, uniti al controllo di una tecnica trascendentale con pochi eguali, hanno conquistato il pubblico torinese, portato al massimo livello di entusiasmo dai tre fuori programma concessi in un evidente crescendo di slancio virtuosistico, dal sublime Adagio della prima sonata di Johann Sebastian Bach ai movimentatissimi Capricci paganiniani n. 14 e 24, vero e proprio sfoggio, nell’arco di pochi minuti, di tutti i suoni che è possibile trarre da un violino.

Un’olimpica leggerezza impronta pure la Sinfonia n. 4 in si bemolle op. 60 (1807) di Ludwig van Beethoven (1770-1827). Il maestro slovacco non è certo musicista da lasciar scorrere la pagina senza imprimervi una propria visione intrisa della massima tensione dialettica, ma il dettato del genio di Bonn è trattato con rispetto sincero e veridicità di carattere.

L’energia del primo Allegro trova il suo contraltare nel successivo Adagio, dal canto disteso seppur sostenuto dalla pulsazione incessante, ora scoperta ora sotterranea, di un ritmo puntato che lo percorre da capo a fondo. Nei due ultimi movimenti le idee procedono in dialogo serrato sotto la bacchetta incalzante di Valčuha, efficace nel curare l’aspetto dinamico a scapito di qualche sbavatura timbrica, sino alla brillante chiusa dall’inconfondibile impronta beethoveniana. Ovazioni ripetute per tutti i protagonisti.   

foto Studio Più Luce