L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L’istrionismo di Flórez

 di Stefano Ceccarelli

Dopo la cancellazione all’ultimo secondo del concerto di Kaufmann, il recital di Juan Diego Flórez è il vero appuntamento natalizio dei concerti dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Pur avendo subito anch’esso non poche modifiche, talune comunicate in sala la sera stessa per un’indisposizione del tenore, il concerto è piacevolissimo, mercé soprattutto, ovviamente, la cristallina bravura e l’istrionismo di Flórez, un irresistibile animale da palcoscenico in grado di ammaliare l’intero pubblico.

ROMA, 20 dicembre 2017 –Uno dei momenti più attesi dei concerti natalizi romani è certamente il recital di Juan Diego Flórez all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, sotto la direzione di Antonio Pappano. Soprattutto dopo la sopravvenuta indisposizione di Jonas Kaufmann, che ha cancellato il suo concerto all’ultimo minuto. Un trionfo di belcanto, quello di Flórez, pure dopo i tagli che hanno caratterizzato il programma originario: e cambi vi sono stati finanche all’ultimo secondo.

La serata è aperta dall’ouverture da Le nozze di Figaro di W. A. Mozart: Pappano e l’orchestra danno vita a un tripudio di splendore mozartiano. L’esecuzione, praticamente perfetta, lascia cantare le guardinghe linee degli archi che s’inerpicano negli accordi pieni, scultorei, con cui s’introduce la vicenda; lo sviluppo emerge, poi, in tutta la sua bellezza. Ecco entrare in sala il tenore: come da programma, canta l’aria «Si spande al sole in faccia» da Il re pastore. Pur non essendo nato precipuamente mozartiano, Flórez recentemente si sta dedicando a questo repertorio (come un CD, del resto, attesta). L’annuncio a inizio concerto dei problemi vocali dell’interprete sembra un po’ trovar conferma in un’aria che, scelta sì per scaldare la voce, non ci fa ancora apprezzare il Flórez che tutti conosciamo. In ogni caso, la linea della voce, i vari passaggi, i colori ci sono tutti. Dopo l’aperitivo mozartiano si passa alle portate principali: Gioachino Rossini (che di cucina, come si sa, se ne intendeva e non poco). Pappano e l’orchestra danno vita a una spumeggiante esecuzione della sinfonia da La Cenerentola, in cui il direttore si lascia apprezzare per la gestione viva dell’agogica cangiante, della progressione del tipico crescendo, come pure per l’attenzione alla cristallina esecuzione di talune cellule ritmiche che sono il nerbo del pezzo. A questo punto, da programma di sala, avremmo dovuto avere la bellissima aria dall’Otello «Che ascolto? Ahimé…Ah come mai non senti»: un’aria ben nota a Flórez, giacché Rodrigo è uno dei suoi cavalli di battaglia. Invece il tenore, cambiando la ‘pietanza’ rossiniana, vira su Gaetano Donizetti, anticipando il finale: l’orchestra attacca l’introduzione della celeberrima «Una furtiva lagrima» da L’elisir d’amore. Flórez carezza con la voce i toni elegiaci della romanza, facendoci godere delle sue mezze voci, dei colori sfumati, ma anche della poderosa verticalizzazione della sua voce: decisamente la migliore interpretazione del I tempo, che gli vale calorosissimi applausi. Si ritorna, come da programma, a Rossini, esattamente il Guillaume Tell: il coro pastorale per festeggiare le coppie di sposi («Hyménée ta journée»), di splendida pasta, che attesta la squisita estetica romantica di cui è compiutamente impregnata l’opera, sommo capolavoro del pesarese. Il coro dell’Accademia è semplicemente perfetto, a tratti commovente da quanto è bello il brano. Il primo tempo si chiude con l’aria ‘del carcere’ di Roberto Devereux, «Ed ancor la tremenda porta… Come uno spirito angelico… Bagnato il sen di lagrime»: qui sentiamo un canto maggiormente stentoreo, specialmente in alcuni punti. Si capisce anche che Flórez sta virando, nella sua carriera, sempre più verso ruoli di belcanto che privilegino anche la potenza del centro della voce: certamente quest’aria donizettiana ce ne dà saggio ben chiaro. Benché penso che il peruviano debba ancora acclimatarsi in questo repertorio, la linea della voce è smagliante al solito e soprattutto il cantabile riesce assai bene, coronato da un’applaudita cabaletta.

Il secondo tempo di apre con J. Offenbach: l’ouverture da Orphée aux Enfers. Pappano fa scintillare l’orchestra di quelle spumeggianti e tipicamente francesi melodie che fecero la fortuna dell’operetta parodica del celeberrimo mito: il Can Can galoppa brillante e affascinante. Il tempo per qualche applauso e siamo immersi nell’altra celebre opera di Offenbach, Les contes d’Hoffmann, di cui Flórez esegue la ballata «Va pour Kleinzach», perfettamente adatta al suo timbro chiaro e alla sua propensione per un fraseggio preciso e ben scandito che gli deriva dall’immenso bagaglio rossiniano: il tenore, inoltre, si diverte in tutta la mimica parodica del deforme personaggio, frutto anch’esso della penna di Hoffmann. Chiude il trittico di Offenbach la celeberrima Barcarolle (sempre da Les contes): l’orchestra intona la cullante melodia, fra le più belle del tedesco, che viene addolcita dall’intervento del coro (in questa versione non ci sono le due voci femminili), trasportandoci in atmosfere fatate. Da Offenbach si passa a Giacomo Puccini: l’attesa, celebre aria di Rodolfo, «Che gelida manina» (da La bohème, naturalmente), che francamente era forse il pezzo che destava più interesse di tutto il concerto – proprio per questo slittamento di repertorio cui sta dando vita Flórez – viene sostituita dalla smagliante aria tenorile del Gianni Schicchi, «Firenze è come un albero fiorito»: certo, la scrittura di Rodolfo è certamente più confortevole di quella del Gianni, ma forse Flórez vuole rimanere sul seminato – per così dire – ritornando a quello che per lui è un repertorio confortevole, ben sondato. Lo svettare acuto in alto, la verticalità argentea e squillante dell’elogio di Firenze riescono splendidamente al tenore, ben più del prevedibile, almeno per il suo annunciato stato di salute. Dopo applausi calorosissimi, Pappano e l’orchestra attaccano lo struggente intermezzo di un’opera che incarna appieno quel ‘sadismo’ di cui fu accusato Puccini: l’intermezzo, cioè, di Suor Angelica, che fa cadere più di una lacrima a chi ne ricordi la pietosa storia. Chiude il secondo tempo Giuseppe Verdi. Immancabile, il «Va’ pensiero, sull’ali dorate», patriottico inno alla patria lontana e irraggiungibile dagli ebrei in cattività babilonese: il coro dell’Accademia ci mostra ancora la sua bravura, ergendosi compatto ma dolcemente delicato nell’andare mesto della melodia, accompagnato magnificamente da Pappano e dall’orchestra. Ecco tornare in scena Flórez: l’aria da ILombardi alla prima crociata, «La mia letizia infondere… Come poteva un angelo», scorre smagliante e piena nel cantabile, che ci dimostra ancor più l’irrobustimento della zona centrale della voce di Flórez, che svetta bene ai frequenti passaggi in acuto. Un coup de théâtre ci attende per la cabaletta: si sceglie una versione alternativa, assai meno nota, di «Come poteva un angelo», più ritmata, istrionica, meno belliniana, per così dire, e più vicina a un ‘donizettismo’ affascinante, decisamente giocante su una brillantezza più acuta (celebre ne è stata l’interpretazione di Bergonzi; ove Pavarotti, invece, cantò sempre quella tradizionale). Dopo scroscianti applausi ci aspetta ancora, si può dire, una terza parte del concerto. Flórez, infatti, esce sul palco con la fida chitarra e inanella una dopo l’altra canzoni napoletane e messicane, fra cui: A Marechiare, Cucurrucucù paloma e Granada, dove Pappano ritorna sul podio. Il successo è strepitoso e, benché modificato, il concerto non può che risultare un successo.

Foto: Musacchio, Ianniello & Pasqualini


 

 

 
 
 

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