L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La storia, l'epos, la fiaba

di Roberta Pedrotti

Un cambio di programma all'ultimo minuto non inficia il valore di un affascinante appuntamento con la musica russa, che anzi acquista nuove suggestioni nel gioco di contrasti e rispecchiamenti fra la narrazione fiabesca, epica e storica di tre grandi compositori slavi. Sul podio dell'Orchestra del Comunale di Bologna il giovanissimo, ma non troppo brillante e incisivo, Aziz Shokhakimov.

BOLOGNA, 19 marzo 2014 - Il concerto si apre con un duplice annuncio, il saluto alla violoncellista Ingrid Zingerle, che dopo quarant'anni di carriera si ritira in pensione (e, ci informano in tono affettuoso, lascia i colleghi orfani, oltre che della sua arte, anche dei suoi strudel deliziosi), e la comunicazione, da parte del consulente artistico Nicola Sani, di un cambio di programma: per problemi tecnici è rimandata ad un prossimo appuntamento la prima assoluta di Feux follets – Étude pour l'orchestre di Vladimir Grigor'evič Tarnopol'ski, che verrà sostituita da Una notte sul Monte Calvo di Modest Musorgskij, eseguita in apertura di serata. Certo, spiace aver perso l'opportunità di saggiare il debutto del lavoro del compositore russo nato nel 1955 a Dnipropetrovs'k, nell'attuale Ucraina, e ci auguriamo venga recuperato presto. Il cambio in corsa, peraltro, offre l'opportunità di una nuova chiave di lettura del programma, come un cammino nello spirito leggendario, epico e storico della cultura slava. Dunque ecco le superstizioni popolari circa i sabba sul Monte Calvo, con tutta la loro scabra e travolgente furia, non priva di inflessioni grottesche, di un'estetica petrosa che già anticipa aspetti del fauve e del bruitisme, svincolati orma da ogni idealizzazione classica e formale.

Quindi è la volta della Storia; quella tuttora tormentata dell'Ucraina e delle etnie slave e limitrofe, filtrata attraverso l'epos raccolto da Gogol', il cui Taras Bulba ispira Janáček proprio negli anni della Prima Guerra Mondiale. Nel momento in cui la dissoluzione degli Imperi centrali sembra dare respiro alle rivendicazioni nazionali degli slavi assoggettati all'Austro-Ungheria, il richiamo del panslavismo, della Grande e della Piccola Russia come punti di riferimento etnici e culturali è sempre più forte e lo sarà anche per il compositore moravo, che pare accogliere come proprio vessillo, dopo le prove terribili delle torture e della morte dei figli (dolore che Janáček ben conobbe), la profezia di riscatto dell'indomito popolo slavo.

Dopo l'intervallo ancora la Storia, con il preludio della Chovanščina di Musorgskij, la simmetria d'autore e il chiasmo di contenuti nella scansione delle due parti del programma. Una descrizione paesaggistica, il sorgere del sole sulla Moscova, basato su modi e stilemi tradizionali slavi per annunciare nella parabola della congiura dei Vecchi credenti e del principe Chovanskij, altra emblematica riflessione sulle vicende di potenti, popoli, idee e culture, di progresso, fede, rivoluzione e fanatismo, profondamente immersa nella realtà russa, eppure universale.

Dalla Storia si torna alla fantasia e al racconto, dal demone Černobog all'immortale Koščej, mago o orco, dall'800 di Musorgskij al '900 di Stravinskij, con la suite da L'oiseau de feu (versione 1945), perfetto esempio dell'interesse del Secolo breve per il mondo della fiaba e le radici precristiane della cultura popolare, ma anche ideale compimento di un percorso già ottocentesco che dall'opera di raccolta di Aleksandr Afanasjev giungerà agli esiti linguistici e narratologici di Vladimir Propp. Al gusto per il racconto fantastico si mescolano così suggestioni folckloriche, antropologiche, etnomusicologiche, la psicanalisi nascente e il vitalismo espressionista di una continua sperimentazione ritmica e armonica.

Concerto d'emergenza, almeno in parte, ma alla fine rivelatosi dunque un percorso perfettamente costruito attraverso il senso della narrazione e dell'unità culturale, fra storia, epos, fiaba e leggenda, nell'anima slava. Tema, tra l'altro, seppur in senso lato, di stringente attualità.

 

Il teatro Comunale di Bologna sta dimostrando di credere moltissimo in Aziz Shokhakimov, e ci auguriamo vivamente che questa fiducia sia ben riposta e porti i suoi frutti nella maturazione del talento del venticinquenne uzbeko. Per ora non è riuscito a convincerci pienamente, latitando quell'ampiezza di fraseggio, quella capacità d'abbracciare la partitura in un coerente disegno interpretativo e di coglierne peculiarità, colori, dettagli. Non mancano intuizioni, ma queste e lo slancio giovanile non bastano a rendere la ricchezza visionaria, il travolgente, parossistico crescendo della fantasia popolare del Monte Calvo, l'architettura tematica e armonica dell'epos rapsodico di Janacek, l'estatico idillio slavo dell'alba sulla Moscova o ancora la vertiginosa costruzione della sfolgorante lotta fra lo Zarevič Ivan e il diabolico Koščej. È salito sul podio per la prima volta dodici anni fa e non si può dire non conosca il mestiere, ma sembrano difettargli un controllo tecnico superiore, la capacità di trasfigurare l'orchestra nel suo gesto, di dominare e sfruttare con piena maturità artistica tutte le possibilità dinamiche, agogiche e timbriche della partitura e degli esecutori. Così, soprattutto in Stravinskij è facile perdersi per strada, ma anche nella celeberrima Notte sul monte Calvo è fin troppo semplice ottenere successo per forza d'inerzia, trascinati dalla popolarità e dalla fulminante baldanza del sabba, più che per l'effettivo interesse della lettura, e parimenti la narrazione, così sottile e ispirata, di Janacek rischia di perdere mordente e tensione.

Pubblico folto – il che fa sempre piacere – e grandi applausi, comunque. Con l'augurio che Aziz Shokhakimov possa crescere e sviluppare un talento artistico che, per ora, non vediamo rifulgere al punto da abbagliarci e sedurci.


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