L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Mondi paralleli

di Giuseppe Guggino

In occasione del venerdì santo il Teatro Massimo propone un concerto con una prima parte dedicata a composizioni profane di Mozart e Richard Strauss e la seconda parte interamente dedicata allo Stabat Mater di Francis Poulenc.

PALERMO 18 aprile 2014 - Sembrano seguire strade parallele Richard Strauss e Francis Poulenc nell’abitare il ‘900 musicale senza per questo adottare posizioni di rottura verso il passato, anzi distinguendosi con nettezza, quasi in polemica verso Schönberg il primo e Messiaen il secondo; eppure l’analogia di approccio, corroborata da universi estetici di riferimenti piuttosto lontani, nel secondo dopoguerra conduce i due ad approdi per nulla assimilabili di cui questo concerto palermitano fornisce un essai, presentando due lavori quasi coevi.

Il Duetto-concertino in Fa maggiore per clarinetto e fagotto con orchestra d’archi e arpa o.Op 146 TrV293 (1947) di Strauss è preceduto da una pallida esecuzione della Sinfonia K 543 del “sublime Mozart”, come spesso soleva apostrofarlo il compositore monacense eleggendolo nei suoi scritti a paradigma assoluto della musica oltre che affrontandolo spessissimo nella veste di concertatore. L’esecuzione riesce comunque a predisporre l’atmosfera elegante in cui dialogano il sentimentale clarinetto e l’umoristico fagotto su un sottofondo cameristico d’archi, particolarmente caro a Strauss in questa come in altre pagine più note della sua ultima fase creativa quali l’introduzione di Capriccio e Metamorphosen.

Il Teatro Massimo sceglie di valorizzare in questa stagione le prime parti della propria Orchestra scritturandole come solisti: scelta che espone le serate a più di qualche incognita e le sottrae al giro di nomi prestigiosi, ma che risulta una scommessa vinta quando i solisti rispondono ai nomi di Giuseppe Balbi e Aldo Terzo, rispettivamente primo clarinetto del Massimo dal 1974 e primo fagotto del Massimo dal 1978, capaci di un’intesa semplicemente perfetta, sebbene non adeguatamente sorretta dalla svogliata compagine d’archi eccezion fatta per il primo violino Silviu Dima, che si distingue per bravura nei passaggi a solo particolarmente appariscenti di questa insolita pagina straussiana. Perfettamente in linea con la prima parte del concerto è la scelta del bis: una trascrizione per clarinetto contrappuntata da interventi del fagotto dell’aria della Contessa “Porgi amor” dalle Nozze di Figaro, valsa ai due solisti il tributo giustamente convinto da parte del pubblico.

La mano del direttore Alexander Vedernikov si mostra ben più a suo agio nello Stabat Mater FP 148 (1950), composizione della fase “mistica” di Francis Poulenc, dove anche la resa dell’orchestra si fa più partecipe ed omogenea. Come povera, priva di inopportuni orpelli se non una tau francescana è la mise di Laura Giordano, così la sua linea di canto prosciugata, essenziale, contribuisce a rendere dolente il “Vidit suum”, “Fac ut portem” e il “Quando corpus”, dando prova di grande intelligenza in un cimento piuttosto lontano per colore e temperamento dalle sue abituali frequentazioni operistiche. Non altrettanto appropriato si mostra il coro, che affronta i propri interventi forse non all’altezza del peso che essi rivestono nel pezzo, per cui pare doveroso auspicare un maggior lavoro di preparazione in vista del prossimo concerto con in programma lo Schicksalslied oltre che la Rapsodia per Contralto di Brahms.

 


 

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