L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Storia di una puttana

di Gabriele Cesaretti

Giuseppe Verdi La traviata Vassileva, Giordano, Stoyanov direttore Yuri Temirkanov regia Karl-Ernst e Ursel Herrmann Parma, Teatro Regio, ottobre 2007 DVD Unitel Classic A00 008959, collana TUTTO VERDI, 2012

[Pubblicato in collaborazione con Non solo belcanto]

Questa traviata è uno dei volumi più interessanti del ciclo TuttoVerdi editodalla CMajor con registrazioni provenienti dal Teatro Regio di Parma: allestita durante il Festival Verdi 2007 (assieme alla Luisa Miller) questa Traviata venne da molti sminuita nel confronto con la Luisa, ma la pubblicazione del diciottesimo volume della serie consente, a distanza di anni, di rivedere in parte questo giudizio, che comunque io non condivisi nemmeno all’epoca, avendo assistito dal vivo a entrambi gli spettacoli, oltretutto in due giorni consecutivi.

Lo scontro, in tema di regie d'opera, tra i cosiddetti passatisti e i cosiddetti modernisti si arena in una distinzione che reputo stupida e semplicistica: non tutte le regie con ambientazione tradizionale sono lodevoli e non tutte le riletture e trasposizioni sono pessime (e viceversa). È, insomma, la vecchia massima secondo cui un conto è l’ambientazione e un conto e la regia. Lapalissiano, si direbbe, ma non così tanto; che l’equazione regia = scenografia = ambientazione sia inutile e fuorviante lo penso da tempo e, soprattutto, lo penso quando leggo i teneri pensieri di chi a teatro cerca il bello e non le brutture della contemporaneità. Mi viene da ridere perché anche Verdi si sentì dire le stesse cose quando portò in scena La traviata: perché raccontare la storia di una puttana con gli stessi abiti indossati dal pubblico in sala? Perché negare all’opera la possibilità di evasione ed essere costretti a guardare nel buio della società che siamo? Allora siamo proprio sicuri che la storia di una puttana (è Verdi a definirla così, e del resto il mestiere che svolge è inequivocabile) non debba coinvolgerci, sconvolgerci, farci pensare… insomma siamo sicuri che l’opera, per sopravvivere, non debba essere più di un semplice diletto e passatempo borghese? Ecco allora che la regia diventa un elemento fondamentale per permettere al messaggio eversivo e, perché no, sovversivo dell’opera lirica di emergere nella sua forza. E poco importa che sia regia tradizionale o moderna (una distinzione che trovo priva di senso), ma deve comunque esserci.

Quello di Ursel e Karl-Ernst Herrmann è uno spettacolo sostanzialmente classico, ma che dimostra come anche un’ambientazione tradizionale possa contenere una regia splendida e coinvolgente. Un allestimento che mi sembra la prova vivente di come sia inutile e ridicola questa distinzione stupidina tra allestimenti tradizionali e moderni (magari giudicando uno spettacolo solo da due foto recuperate in rete), perché non basta una scenografia per creare la “tinta” di un’opera, ma dalla scenografia si deve partire per la creazione del teatro.

La cosa più interessante di questo allestimento è il rispetto assoluto delle didascalie di Piave, anche di quelle che non si leggono mai (e che siamo abituati a vedere disattese, dato che gli Herrmann riconoscono che “Nonostante tanti generici richiami alla tradizione, non ci sembra che queste indicazioni siano spesso rispettate. Eppure sono rilevatrici. Così ci siamo attenuti alle indicazioni sceniche che figurano nel libretto di Francesco Maria Piave. Intanto si rivela fondamentale l’individuazione delle varie stagioni. Il primo atto di Traviata si svolge una sera inoltrata di fine estate, quando la natura ormai è esplosa in tutto il suo fulgore. Il secondo atto invece cade a gennaio e per questo nel primo quadro il giardino della casa di campagna dove abitano Violetta e Alfredo non può essere rigoglioso. Presenta piuttosto alberi nudi e spogli. Il terzo atto ha luogo a febbraio, in pieno carnevale“. Ecco quindi che l’impianto scenografico (che di fatto è fisso ma viene variato con grandissima bravura) non è solo una cornice elegante (di elegante c’è ben poco – a ben vedere – nelle feste della Traviata) ma diventa, come dovrebbe essere, il punto di partenza per la costruzione dei personaggi e dei rapporti che li legano.

La grande sala di Violetta al I Atto, ad esempio, è volgarissima nelle pareti con tappezzeria bombata color viola / porpora e soffocante nella creazione di un’atmosfera gravida di sensualità, ma di una sensualità stanca e annoiata.

Violetta è rappresentata come una puttana (senza spazio per equivoci), quindi come oggetto da usare, cosa che peraltro lei sa benissimo, visto che indossa un vestito (dello stesso colore delle pareti) che basta muovere un po’ per mostrare le gambe agli infoiatissimi maschi della compagnia. Al centro della stanza c’è un enorme tavolo, come peraltro prescrive Francesco Maria Piave nelle didascalie del libretto: “la grande tavola rotonda è davvero imponente, ingombrante, si direbbe. Al punto da obbligare i solisti ed il coro a muoversi costantemente in cerchio. Perché la sala di Violetta deve dare la sensazione di essere sovraffollata, non c’è spazio per i visitatori. La posizione centrale ne fa un simbolo: la ricchezza e la prodigalità dell’ambiente di Violetta saltano all’occhio“. I visitatori sono, di fatto, clienti e la festa è ricca, ma volgare, con Violetta che addirittura sale sul palco e si toglie la giarrettiera, accennando quasi passi di danza, tra le urla di incitamento di tutti. “Se si pone caso a Violetta ed al suo ambiente si ha ragione di credere che in quei salotti le cose potevano prendere una piega volgare. [...] È la borghesia che si diverte, una borghesia di cui Violetta in breve tempo sarà la vittima sacrificale“

Quando Alfredo dichiara il suo amore alla donna, quindi, il fatto che lei all’inizio lo scambi per un maschio arrapato come gli altri non ci desta stupore, ma viene anzi reso con grande poesia l’effetto devastante che la parola “amore” ha su Violetta. Una puttana che cambia vita, che vorrebbe essere accettata da una società borghese ma che sa (lo ha sempre saputo) come quella società non potrà mai accettarla: una puttana esiste infatti per essere goduta finché la si vorrà godere, mica può diventare una moglie. Eppure il sogno di un amore si fa strada in Violetta e gli Herrmann sono molto bravi a trasmettere questo contrasto tra la nuova speranza della donna e l’ambiente cinico che la circonda. I clienti, aggressivi e volgari, rovesciano la tovaglia con i piatti per terra al momento di andare via e Violetta, arrivata al momento della grande scena del Finale I, apre la finestra, quasi alla ricerca di un po’ di aria pura necessaria a purificare un ambiente mefitico e sulfureo, un ambiente che è il suo mondo (lei lo sa), ma in cui non vuole e non può più rispecchiarsi dopo le parole di Alfredo. Molto bello, durante il “Sempre libera”, il gesto di coprirsi le gambe, che il rotolare sul tavolo aveva scoperto, quando dalla finestra aperta la donna sente la voce di Alfredo. In un gesto la definizione di Violetta come puttana che, nonostante il suo mestiere, non ha perso il senso del pudore e, soprattutto, non ha fatto marcire la propria anima, ci appare con enorme e comunicativa evidenza.

Il II Atto è sempre stato realizzato, secondo tradizione, con scenografie opulente raffiguranti una natura rigogliosa e voluttuosa, ma spesso ci si dimentica che Piave prescrive il mese di gennaio per l’ambientazione. Ecco allora che la stanza ovale del palazzo parigino di Violetta diventa una squadrata vetrata di campagna che si apre su un gelido e freddo paesaggio innevato, in cui fantasmi di una vita gioiosa vissuta all’aperto (l’amaca che pende dai due alberi rinsecchiti) incombono su un duetto Gérmont – Violetta che poche volte è sembrato altrettanto crudele e spietato come in questa occasione, con i rari cenni di rivolta di Violetta subito smorzati dalla consapevolezza dell’impossibilità di realizzare il proprio sogno. Il senso di freddo e di gelo trasmesso dall’enorme vetrata viene quindi sfruttato per ricreare quel senso di ineluttabilità che fa letteralmente sciogliere le speranze di Violetta sull’altare della convenienza borghese: Violetta si muove in maniera convulsa, quasi isterica, consapevole della sua follia nell’illudersi che avrebbe potuto cambiare le regole della società, regole cui invece è costretta a piegarsi.

La festa a casa di Flora è ancora più volgare di quella a casa di Violetta: zingarelli e matadores sono un pretesto per avances volgari e travestitisimo collettivo, nella creazione di un ambiente fumoso e inquietante. Il grande capolavoro dell’allestimento è, però, il III Atto, legato a doppio filo al bellissimo I Atto. L’ambientazione, innanzitutto, ritorna a essere la grande sala di Violetta, che stavolta non è affollata e piena di gente, ma miseramente vuota e fredda, con il letto della donna posto al centro dell’ambiente, mentre la cruda luce dell’inverno parigino si fa strada dalla finestra sulla destra quasi con violenza. Herrmann ci ricorda che è febbraio, dunque rinuncia a ogni eleganza per Violetta (che di solito siamo abituati a vedere mezza nuda sul letto o comunque scalza) e vediamo la donna infagottata e imbruttita da scialli, pesanti calzini di lana, maglie, nel vano tentativo di trovare un po’ di calore. La puttana sta morendo, non c’è più spazio per l’eleganza, c’è spazio solo per un ultimo e vano tentativo di cercare un po’ di aria pure quando, dopo l’Addio del Passato, spalanca la finestra facendo entrare coriandoli e due palloncini della festa parigina che restano premuti contro il soffitto, a fianco dello scintillante lampadario ora avvolto da veli neri, come un cupo ricordo del benessere passato.

La tappezzeria bombata viola, tanto gravida di sensualità nel I Atto, sembra quasi afflosciata su se stessa in questo freddissimo III Atto, in cui spicca soprattutto la geniale soluzione con cui gli Herrmann ricreano il “Parigi o cara”, visto con Violetta e Alfredo posti uno di spalle all’altra, ognuno perso nel coltivare la propria illusione di felicità, con la differenza che lei sa benissimo quanto il sogno sia ormai irrealizzabile, mentre lui è un bambino mal cresciuto, che per la prima volta si trova a dover fare i conti con la morte. La visita di Grenvil, effettuata come noioso dovere tra una festa e l’altra, accentua la distanza (anche morale) tra Violetta e il mondo da cui proviene. Puttana cui è mancato il cinismo per sfruttare la propria professione, talmente stupida da illudersi di poter trovare un posto nel mondo borghese il cui ordine, però, non tollera eccezioni… Violetta è veramente un’eroina, ma quanti altri spettacoli sono stati in grado di trasmetterlo con simile evidenza? Davvero, non so che cosa ci sia di rassicurante e di borghese in questa storia violenta e cruda, che Verdi voleva ambientata con gli stessi abiti del pubblico in sala: per rispettare l’idea verdiana potrebbe bastare un’ambientazione contemporanea a quella di chi siede in platea, mentre i coniugi Herrmann hanno scelto la strada più difficile di una contestualizzazione storica realizzata con grande chiarezza, questo perché “Verdi quando l’ha scritta aveva chiara l’idea – assolutamente provocatoria – di un’ambientazione ferma al proprio presente. Allora era importante una fedele messa a fuoco del momento storico in cui è stata scritta“, ma le vie di allestire traviata possono essere molteplici, talmente tante che non basterebbe una distinzione tra “passatisti” e “modernisti” a esaurirle.

Uno spettacolo splendido, in sintesi.

Circa la parte musicale, la direzione di Yuri Temirkanov è bellissima, intensa e calda come una colata di lava, ma intrisa di un lirismo struggente che non manca di lasciare il segno; peccato per i canonici tagli “di tradizione”.

Nel cast Svetla Vassileva fu molto criticata ma onestamente non capisco perché: gli acuti sono striduli e c’è un fuori tempo abbastanza evidente al termine di “Sempre libera” (che non sarebbe stato male correggere) ma, al di là del fatto che si sente molto di peggio in giro, l’interpretazione e il fraseggio sono talmente personali da farsi perdonare molte cose; in più è una bella donna e in scena sta molto bene. Più scialbo Massimo Giordano, comunque un Alfredo abbastanza attendibile, per quanto assai parco di sfumature, e bravo Vladimir Stoyanov, un Gérmont padre notevole. Uno dei dvd del ciclo TuttoVerdi che assolutamente merita una visione.


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