L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Il factotum dell'Arena

di Francesco Bertini

Per il centenario dell'Arena di Verona un gala dedicato a Verdi e Wagner in cui si impongono le prove di Francesco Meli ed Evelyn Herlitzius, affiancati da Violeta Urmana, Susanna Branchini e Vitalij Kowaljow sotto la direzione di Daniel Harding. E poi c'è lui, Placido Domingo: direttore artistico, tenore, baritono e direttore d'orchestra...

 

VERONA, 15 agosto 2013 - Quest'anno il Festival Arena di Verona è impegnato su più fronti per celebrare varie ricorrenze di grande rilievo: dai cento anni dalla prima rappresentazione operistica nell'anfiteatro scaligero, ai duecento anni dalla nascita di Giuseppe Verdi. Come supplire al mancato ricordo di Richard Wagner, altro genio della musica? Con un gala poggiante su due artisti di livello internazionale: Plàcido Domingo e Daniel Harding. La serata di ferragosto, prossima all'anniversario della prima esecuzione di Aida, il 10 agosto 1913, un pubblico nutrito, ma non quanto ci si potrebbe aspettare leggendo una locandina con nomi noti mondialmente, ha atteso le 22.00, un po' tardi considerando le quasi tre ore di programma, per vedere dispiegarsi, sull'ampio palcoscenico veronese, l'Orchestra e il Coro dell'Arena. Prima ancora di passare al resoconto del "concertone" è bene spendere qualche parola proprio sulla compagine festivaliera. La guida attenta di Harding, che cerca di risaltare i colori e un fraseggio maturato con personalità sapida (lo si nota bene nell'Ouverture di La forza del destino in apertura del concerto), non trova quel riscontro nell'orchestra tale da rendere unica e emozionante la fusione tra concertatore e musicisti. L'ensemble scaligero affronta Wagner con asperità evidentemente incolmabili per strumentisti avvezzi all'opera italiana. Tanto l'orchestra, imprecisa negli attacchi e disomogenea, quanto il Coro, deficitario per intonazione, non rendono giustizia al genio di Lipsia mentre si difendono bene con Verdi, in particolare nelle grandi scene corali di Nabucco, "Va', pensiero" eseguito con grande afflato, al pari di "Patria oppressa" da Macbeth e "O Signore, dal tetto natio" da I lombardi alla prima crociata. Ovviamente la maggiore attrattiva dell'evento è però concentrata e riassunta nel nome Plàcido Domingo.

Ci si trova in difficoltà, nel 2013, a dare una descrizione univoca di Domingo: l'unico termine utile per racchiudere la sua figura è "artista". Un artista poliedrico che durante una serata è tenore, baritono e direttore. Azzardo a dire: "forse un po' troppo". Domingo conserva in tutto e per tutto il timbro tenorile: i ruoli baritonali dei grandi padri verdiani sono rivisitati secondo una personale concezione che non dismette i panni vocali resi noti da una carriera lunga più di cinquant'anni. Domingo è tenore nella prima parte con l'esecuzione di "Nur eine Waffe taugt" dal Parsifal e al principio della seconda parte nei panni di Siegmund, nella toccante Winterstürme. Pur con qualche cedimento, il cantante affronta con passione entrambi i cimenti wagneriani e ne esce a testa alta. Poi, dismessi i panni tenorili, si confronta con un ruolo monstre della vocalità baritonale: Simon Boccanegra. A questo punto Domingo tende ad ingrossare la voce per rendere più credibile una zona centro grave piuttosto vuota e carente di quella brillantezza e facilità spesso difficoltose anche per un baritono in piena carriera. Compensa le mancanze con espedienti interpretativi non sempre condivisibili, seppur sorretti dalla lunga esperienza. Il finale del primo atto "Plebe! Patrizi! Popolo dalla feroce storia!", dove incombe la temibile invettiva, è sottolineato da una forte espressività che Domingo esterna fisicamente, mentre è più introversa la lettura del finale del terzo atto "M'ardon le tempia…". A fianco dell'istrionico mattatore ci sono alcuni artisti più o meno legati al Festival areniano ma tutti, senza eccezioni, internazionalmente noti. Francesco Meli è di gran lunga la conferma più felice della serata: lo smalto della voce è fuori discussione, com'anche il colore luminoso ed al contempo sempre più robusto dell'ammaliante registro centrale. Le interpretazioni di "Ah, la paterna mano" da Macbeth e "Oh inferno!... Amelia qui!... Sento avvampar nell'anima" da Simon Boccanegra sono da manuale. Specie nel secondo dei due brani, il cantante non lesina di fraseggiare con intelligenza, controllando l'emissione mai avara di tinte e dinamiche. Al suo pari solo Evelyn Herlitzius, soprano tedesco legato al repertorio wagneriano. Le sue proposte sono infatti incentrate su pezzi estrapolati dalle opere dell'autore di Lipsia, in particolare da Tannhäuser "Allmächt'ge Jungfrau", cantato con profonda dolcezza d'accenti, e da Götterdämmerung l'intero olocausto di Brünnhilde "Starke Scheite schichtet mir dort". In quest'ultima scena si percepiscono segni di stanchezza vocale che, tuttavia, inficiano solo una piccola parte della preziosa e emozionante prova del soprano. Sono parse invece preoccupanti le condizioni vocali in cui versa un'artista come Violeta Urmana. L'ingresso in scena, con il temibile "O Don fatale" da Don Carlo di Verdi, ha messo a nudo problematiche della zona acuta e una disomogeneità tra i vari registri, inaspettata in una cantante in piena carriera. Migliore, perché meglio gestita, la lettura del "Liebestod", il canto di morte di Isolde, che trova un'esaltante ricchezza di pathos e colori nell'interpretazione della Urmana, al pari di "Der Männer Sippe" da Die Walküre. Anche Susanna Branchini si cimenta con Don Carlo, ma nella parte sopranile di Elisabetta, affrontando "Tu che le vanità". Il brano, corposo e intenso, richiede una completezza tecnica che sembra carente nell'artista italiana: la Branchini esibisce voce stentorea ma non sempre duttile e controllata, con alcune mancanze nella parte grave. La presenza scenica è a volte fin troppo calcata. Lo spazio riservato ai solisti si chiude con l'esibizione del basso ucraino Vitalij Kowalijow impegnato nell'addio di Wotan "Lieb wohl" da Die Walküre. Il suo strumento ha pasta interessante ma problemi nell'emissione e, in particolare, nell'intonazione. La conclusione della serata è occupata per intero dal Simon Boccanegra che oltre a Domingo ha impegnato buona parte degli artisti in campo. Si sono ascoltati nuovamente Meli, Gabriele Adorno, Branchini, Amelia Grimaldi, Kowalijow, Jacopo Fiesco, ai quali si sono aggiunti David Babayants, onesto Paolo Albiani, e Gianluca Breda, Pietro. A suggellare il Domingo factotum, un bis in veste direttoriale. Harding attacca il coro verdiano "Vedi le fosche notturne spoglie" da Il trovatore ma dopo poche battute cede il podio al "collega" andando a sedere tra le fila dell'orchestra. Il grande entusiasmo del pubblico, aizzato da questi siparietti, non ha nascosto alcuni spazi vuoti nei vari settori dell'Arena.


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