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Andrea Chénier, trionfo e congedo

di Francesco Lora

Alla penultima recita, lo spirito di novità è ancora allo zenit nell’interpretazione di Chailly, Martone, Netrebko, Eyvazov e Salsi: dopo quasi un mese dall’inaugurazione di stagione al Teatro alla Scala, lo spettacolo sempre meglio si assesta, cresce, dialoga col pubblico.

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MILANO, 2 gennaio 2018 – Basta un breve raffreddore perché il melomane perda un’intera produzione. Così accade di norma nei teatri italiani dove, complice il canonico avvicendamento di due compagnie di canto, le recite iniziano e finiscono in una settimana. Non è invece così al Teatro alla Scala, dove le produzioni si intersecano, tendono alla compagnia unica, spandono le loro recite sull’arco di due, tre, quattro settimane, e nel frattempo sempre meglio si assestano, crescono, dialogano con un pubblico che può assistere e ascoltare, meditare e assimilare, riassistere e riascoltare. Una volta inaugurata la stagione d’opera e balletto nella data santa del 7 dicembre, dunque, tra clamore mediatico e dirette radiotelevisive, fino al 5 gennaio è stato possibile seguire una delle otto recite di Andrea Chénier di Umberto Giordano: un nuovo allestimento che, col privilegio del mese dopo, smorzate le aspettative e còlto il dato di fatto, è forse possibile inquadrare, apprezzare e recensire con maggior lucidità.

In esso si attendeva, spropositatamente, la fiera vocale del soprano Anna Netrebko e la concomitante prova del tenore Yusif Eyvazov: costui oscuro marito della primadonna – si diceva – e scritturato soltanto per compiacerla. Ma altri sono stati i metri valutativi imposti da uno spettacolo perentorio. Lo ha simboleggiato la prima uscita degli interpreti alla fine di ogni recita: tutti subito, tutti insieme, dal concertatore al protagonista, al comprimario, alle intere masse; una squadra coesa nella quale ciascuno ha tenuto il proprio ruolo nell’avvaloramento di quello altrui, talvolta rinunciando all’ostentazione – quando sterile – del patrimonio artistico personale, e corrispondendo invece studio, studio, studio inesaustibile di un’opera forse mai riproposta con pari spirito di novità. Creata alla Scala nel 1896, vi era stata ripresa con continuità fino al 1960; era riapparsa soltanto nel 1982 e 1985, diretta da Riccardo Chailly; aveva compiuto i suoi primi cent’anni in un pacifico silenzio milanese.

Ancora Chailly, oggi direttore musicale, l’ha voluta nel 2017/18. Nel programma di sala dello spettacolo, tra le tante concesse alla stampa, è impaginata la sua più puntuale intervista circa l’opera di Giordano. Vi si legge del pregio sinfonico, della tensione teatrale, dell’imprevedibilità ritmica, dell’originalità armonica, della connotazione storica, della dignità stilistica, del respiro autenticamente europeo vantato da questa composizione negli anni già di Mahler, Puccini e Strauss. Non è l’interprete che blatera promesse, bensì l’antipasto al capolavoro direttoriale: mai gli ultimi decenni – e forse la storia tutta – aveva conosciuto un Andrea Chénier più misuratamente coltivato nel testo senza pretendere di uscirne ed eccederlo, ma nel contempo anche più fremente di passo, sgargiante di timbri, drammaticamente proteso al punto da rendere impossibile l’interruzione dell’applauso, e dunque l’omaggio al cantante anziché il rispetto dell’unità teatrale.

Là dove Chailly eccitava il ritmo drammatico, con un’orchestra ora estenuata in mezzetinte ora fiammeggiante di gesti, il regista Mario Martone ha predisposto una scena girevole che esalta il flusso dell’azione, e con mano leggera ha eletto una seconda macchina teatrale negli specchi: da lì dietro, nel castello dei conti di Coigny, s’intravedono i servi, i poveri, gli emarginati pronti all’irruzione e alla rivoluzione; davanti a uno specchio, nel monologo del quadro III, Gérard ha il confronto morale con la propria doppiezza. È una lettura per il resto intenta a narrare, spiegare, dirozzare, illustrare, focalizzare: non necessita di trasposizione spazio-temporale, professa i valori stessi predicati nel libretto, invita a entrare nel testo anziché a dileggiarlo. Le scene di Margherita Palli colgono insieme il Settecento storico, la suggestione dell’età di Giordano e la restituzione al terzo millennio; i costumi di Ursula Patzak divengono capolavoro cromatico nelle scene di massa, percorse da punti rossi tra gli stracci.

Nella compagnia di canto, la Netrebko è regina non per arroganza primadonnesca, bensì per magistrale inclusione in un lavoro condiviso. Per mettere a punto la parte di Maddalena di Coigny, ella insegue dunque la sfumatura, la naturalezza, la rinuncia all’esibizione di un canto fluviale come oggi di nessun’altra. In cambio, ottiene dal podio un accompagnamento vivido, fonte d’ispirazione, sul quale la voce corre, il timbro si scalda, ogni capitale risparmiato è restituito con gli interessi. Si coglie in lei la gioia di lavorare col marito. Ed Eyvazov ribalta di recita in recita, con innata simpatia e palese abnegazione, il pregiudizio per lui tenuto in serbo. Fortunatamente non è il tenore capace di sbancare il loggione, e dunque di mandare all’aria la coesione generale; ma ha scandagliato la parte protagonistica, ha imbrigliato un canto facile in una tecnica salda, mostra in più passi ragguardevole metallo, volume e squillo, non pretende il calibro drammatico ma costruisce sull’estrazione lirica.

Il terzetto delle parti principali è completato alla pari dal più attendibile Carlo Gérard oggi alle scene: il baritono Luca Salsi, che a ogni istante della recita va acquisendo sempre più lucido smalto, sempre più esuberante risonanza, sempre più omogeneità e legato, sempre più forza di caratterizzazione, senza per questo sostituire alla dismissione del canto verista degradato l’intrusione opposta di formule calligrafiche. Sciorinamento di lussi nella galleria delle parti di caratteristi e comprimari: non v’è niente di meno che una vivace Annalisa Stroppa come Mulatta Bersi, e che una laconica Mariana Pentcheva come Contessa di Coigny. Per accorta ortodossia tecnica e insinuante sottigliezza espressiva, favoloso è l’“Incredibile” di Carlo Bosi. E a fuoco anche i numerosi altri. Una sola occasione persa: quella della vecchia Madelon, parte predestinata a camei memorabili – si pensi all’Elena Zilio di oggi – e qui limitata a Judit Kutasi; efficiente senza dubbio, ma non carismatica.

Foto Brescia Amisano