L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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anna pirozzi e ambrogio maestri

Il trittico, ritorno in Emilia

 di Francesco Lora

Il tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi tornano indivisi, dopo undici anni, nei teatri di Modena, Piacenza, Reggio nell’Emilia e Ferrara. Sempre valido l’allestimento scenico con regìa di Cristina Pezzoli, scene di Giacomo Andrico e costumi di Gianluca Falaschi. Quasi del tutto rinnovata la parte musicale, ove spiccano le voci di Anna Pirozzi e Anna Maria Chiuri.

MODENA, 26 gennaio 2018 – Quasi tre ore di musica per altrettanti atti unici posti in sapida sequenza, ciascuno dei quali reca con sé specificità narrative, vocali, strumentali, scenografiche e drammaturgiche: rappresentare Il trittico di Puccini senza sciogliere l’uno dall’altro Il tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi implica un gesto forte, degno di grandi teatri. Negli anni di crisi economica e culturale, quelli di tradizione – per loro natura abituati alla sfida di cavare molto frutto da risorse modeste – danno talvolta filo da torcere alle maggiori fondazioni lirico-sinfoniche. Così, il Teatro Comunale di Modena ha risvegliato dai propri magazzini giustappunto un suo valido allestimento scenico del Trittico: lo aveva varato nel 2007, in coproduzione col Municipale di Piacenza, il Comunale di Ferrara, il Giglio di Lucca, il Verdi di Pisa, il Goldoni di Livorno e il Comunale di Bolzano; lo ha ripreso per due recite il 24 e 26 gennaio, e a breve lo si rivedrà anche a Piacenza, Reggio nell’Emilia e Ferrara (rispettivamente il 2 e 4 febbraio, il 25 e 27 successivi, per finire il 2 e 4 marzo). Esso colpisce forse più oggi che allora: nella regìa di Cristina Pezzoli, nelle scene di Giacomo Andrico e nei costumi di Gianluca Falaschi mostra infatti qualche deposito di polvere, ma soprattutto la grandezza di uno sforzo produttivo viepiù raro da contemplare sui palcoscenici lirici. La colossale arcata di ponte che sovrasta la barca di Michele nel Tabarro, lo stagliarsi di monumentali pilastri basilicali nella Suor Angelica, l’alcova padronale smisurata e parodica nel Gianni Schicchi, tutto ciò è impianto costruito, il quale collega un titolo all’altro con senso d’oppressione calcolato secondo lo spirito teatrale vuoi del misero, vuoi del sacro, vuoi del comico. Undici anni fa la galleria di abiti fu commissionata a un esordiente che oggi è il principe dell’arte costumistica italiana: soprattutto attraverso detta galleria si coglie la trasposizione temporale dei tre atti unici al loro periodo di composizione, con ostentazione di uno smagliante mantello nel Tabarro esso stesso intitolato a un capo d’abbigliamento, e con virtuosistica licenza nella Suor Angelica, ché nel monastero la storia si sospende – tonaca e velo delle suore derivano da una libera rivisitazione dell’iconografia rinascimentale – e la Zia Principessa medesima giunge da un mondo obsoleto. Mediante uno strenuo lavoro con gli attori, l’idea registica rimane al servizio del testo e della sua intelligibilità: poche parole e semplici bastano a dar conto della sua efficacia, la quale non viene meno al cospetto di rare deviazioni (per esempio l’agonia di Suor Angelica, ove col bimbo le appare non la Madonna ma – a completare gli affetti che sono alfa e omega del suo sacrificio – la sorellina Anna Viola in abito nuziale).

Poche parole bastano a illustrare anche della concertazione musicale, qui tenuta da Aldo Sisillo: diligente, benché poco intenta a differenziare il carattere antitetico dei tre atti, benché non interessata a conti aperti filologici – nella Suor Angelica, l’allucinata “aria dei fiori” rimane espunta a dispetto dell’autore – e benché poco atta a spronare i professori dell’Orchestra regionale dell’Emilia-Romagna; si contenta di poco e altrettanto poco ottiene. Un solo elemento della compagnia compare lungo tutti gli atti, ed è peraltro l’unico di peso a riprendere i panni del 2007: si tratta di Anna Maria Chiuri, compiaciuta e plateale nel suo opulento canto affondato en poitrine, ma resa da ciò anche simpaticamente e positivamente inconfondibile; la cenciosa Frugola, la tombale Zia Principessa e la pomposa Zita ricevono ampia forza di caratterizzazione da una gamma espressiva degna della natura enciclopedica del Trittico. Debuttante è invece Anna Pirozzi: come Giorgetta fa valere il pregio lirico di timbro ed emissione, pervasi da fremiti vuoi erotici vuoi nervosi, mentre come Suor Angelica evolve dalla straniata introversione dell’uscita in scena al saldo dominio tecnico ed emotivo del temibile finale (passando per una romanza siglata con un La acuto, pianissimo, di encomiabile purezza e luminosità). Ella si astiene dal principale ruolo femminile del Gianni Schicchi, estraneo al suo più poderoso calibro, e non ripete dunque l’azzardo della primadonna di undici anni fa: Lauretta tocca invece a una Lavinia Bini divertita, spensierata e maliziosa, così naturale nella recitazione da far dimenticare quale insidioso banco di prova sia «O mio babbino caro» con i suoi continui sospiri sopra il pentagramma. Non di pari livello il versante maschile. Ambrogio Maestri reca alla parte di Michele una generica protervia, a quella di Schicchi l’usuale esuberanza, a entrambe la naturale copia di mezzi vocali ma anche un fraseggio sbrigativo e un’intonazione capricciosa. Rubens Pelizzari, generoso nel canto e un poco monocorde, restituisce in tal modo non uno sfumato eroe romantico, bensì l’amoretto da bassofondo che alla fin fine è Luigi. Curiosa la promozione in itinere di Marco Ciaponi dal caratterista Tinca all’arciesposto Rinuccio: canta tutto con correttezza e affabilità, ma non si comprende su quale lato della troppo democratica coperta intendesse fare principale affidamento chi l’ha scritturato. Funzionali gli altri in locandina: uno spreco vistoso in Giulia De Blasis, qui marginalmente impiegata come Prima Conversa e Nella dopo essersi rivelata come primadonna meyerbeeriana a Martina Franca [leggi]; e un’errata valutazione nella serie di particine della Suor Angelica, brevi sì, ma così minuziosamente sbozzate in parole e musica da reclamare interpreti più scaltrite.