L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Teresa Iervolino

Il puzzle incantato

 di Antonino Trotta

L’itinerante Cenerentola dedicata a Lele Luzzati approda al Teatro Municipale di Piacenza. Meritato successo per l’eccezionale compagnia di canto. Spiccano il trascinante brio di Paolo Bordogna e la principesca innocenza di Teresa Iervolino nei ruoli rispettivamente di Dandini e Angelina.

Piacenza, 18 Febbraio 2018 – C’è chi dice sia cinese, chi invece sostiene che l’idea primigenia nasca addirittura nell’antico Egitto. Sopravvissuta a secoli di adattamenti e rivisitazioni, questo racconto costituisce quasi per tutti il primo contatto con l’amarezza che può riservare il vissuto e insegna il valore della fermezza interiore indispensabile per elaborare e vincere l’asfissiante frustrazione che l’incontro con gli ostacoli costella. La Cenerentola di Gioachino Rossini, versione musicale dell’omonima fiaba, in scena al Teatro Municipale di Piacenza – in un allestimento in coproduzione con il Teatro del Giglio di Lucca e con i Teatro Alighieri di Ravenna omaggio al grande scenografo, costumista e illustratore genovese Lele Luzzati – offre l’occasione per rifugiarsi in bucolici ricordi d’infanzia e liquefarsi beati in un’atmosfera di fanciullesco abbandono.

Enrico Musenich e Aldo Tarabella firmano uno spettacolo che trova nella sfacciata semplicità e nella paratestualità del linguaggio scenografico una chiave di lettura vincente e immediatamente accessibile. Gli elementi autoportanti dipinti, mossi da mimi e tecnici invisibili, si scompongono, si ricompongono, si trasformano come tessere di un puzzle temporale creando ambientazioni in continuo cambiamento e suggestionando il pubblico che, in un clima di nostalgica rimembranza, si trova a sfogliare le pagine di un enorme libro animato. I meravigliosi costumi che lo stesso Luzzati creò per la sua Cenerentola al Teatro Margherita di Genova (1978) sono tornati a splendere coloratissimi, armoniosi e fiabeschi – così come erano stati concepiti – grazie all’intervento della Fondazione Cerratelli di Pisa che oggi ne detiene la proprietà.

Sul podio Erina Yashima guida con garbo e gusto l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini. Se le accentazioni risentono in alcuni momenti dell’eccessiva solerzia ritmica, i tempi serrati, le dinamiche brillanti, l’alternanza di staccati e legature conferiscono alla lettura orchestrale piglio e brio che rafforzano il carattere giocoso della narrazione musicale.

Eccezionale l’intero cast impegnato in questa rappresentazione. Primeggia su tutti, Teresa Iervolino: timbro contraltile corposo e brunito – specialmente nella tessitura centrale e bassa, punto di forza di quest’ottima cantante – fraseggio curato e variegato, voce rotonda e perfettamente emessa, agilità sgranate e slanciate nelle raffinate variazioni. La Iervolino si impone per questa felice commistione di precipue caratteristiche vocali che le permettono di intavolare, unitamente a una lettura innocente e trasognata del personaggio, un’Angelina di grande coinvolgimento, commovente e appassionata. Impossibile, poi, non innamorarsi di Paolo Bordogna, chiamato a sostituire l’indisposto Pablo Ruiz nel ruolo di Dandini. Magnetico, arguto, accattivante, padrone della partitura e del personaggio, Bordogna conferma la fama che lo precede nei ruoli buffi e in particolar modo in quelli rossiniani. Il baritono lombardo monopolizza la scena a ogni incursione sul palco con una verve entusiasmante e una linea di canto perfetta per pulizia, accentazione, sfumature e precisione sia nei passaggi distesi sia in quelli funambolici. Non è da meno Marco Filippo Romano, scelto per ricoprire i panni del meschino Don Magnifico. Se il disegno in bianco e nero del personaggio predispone naturalmente all’antipatia e all’avversione, l’uso screziato di colori variegati, l’ampia vocalità, l’espressività cangiante e metamorfica edulcorano questa maschera che a tratti appare persino malinconica e desolata nell’anelito di ricchezza. Nobile nella presenza scenica e nell’assetto vocale Antonino Siragusa, Don Ramiro in luogo dell’indisposto Pietro Adaini. Il tenore siciliano si distingue per l’ottimo squillo e la facilità negli acuti, sicuri e incisivi. Qualche imprecisione nell’attacco del duetto con Dandini al primo atto non compromette la performance, nel complesso, di buon livello. Valido l’Alidoro di Matteo D’Apolito, che nella grande aria virtuosistica «Là del ciel nell'arcano profondo» si destreggia con disinvoltura e leggerezza. Si può tuttavia imputare al baritono pugliese una lieve opacità di accenti e una caratura drammatica più dimessa rispetto all’irrefrenabile vitalità degli altri interpreti. Esplosive Giulia Perusi e Isabel De Paoli, rispettivamente Clorinda e Tisbe. Alla voce incisiva in acuto della prima si contrappone il bel timbro brunito e robusto della seconda. Affiatate e presenti nei pezzi d’assieme, nella caratterizzazione dei rispettivi personaggi le “sorellastre" hanno investito principalmente su un taglio teatrale ironico e stereotipato che spesso cede il passo a qualche gigioneria. Ottima la prova del Coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato dal maestro Corrado Casati.

Alla chiusure del sipario tutte le tessere di questo incantato puzzle trovano la loro giusta collocazione: grande successo, nessun tassello è andato smarrito.

foto Claudio Cavalli