L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Il nulla e il vacuo

 di Andrea R. G. Pedrotti

Fallisce la manipolazione teatrale di Antú Romero Nunes per la nuova produzione di Les vêpres siciliennes alla Bayerische Staatsoper, che spezza il respiro alla concertazione di Omer Meir Wellber. Eccellente, tuttavia, la compagnia di canto: su tutti Erwin Schrott e George Petean, ma degni di lode anche Rachel Wills- Sørensen e Leonardo Caimi, subentrato a un collega indisposto.

MONACO di BAVIERA, 18 marzo 2018 - Spesso, in Italia, si suole affermare che l’opera vada eseguita secondo le indicazioni del libretto, considerando che questo venga rispettato quando si vedano delle rappresentazioni in costume d’epoca e non si considerano i numerosi errori presenti, per esempio, nell’Aida di De Bosio o nel Don Giovanni di Zeffirelli. È una manifestazione di ignoranza e di chiusura mentale, dovuta all’asservimento a un’immagine precostituita comandata dal dogma: “questo mi aspetto e questo voglio”. Lo stesso dogma, tuttavia, può essere riferito a chi, pretendendo produzioni moderne e anticonvenzionali, si aspettai qualcosa che rompa a tutti i costi gli schemi. La struttura del ragionamento è la medesima, muta solo l’aspettativa. Potremmo definirla una forma di ottusità che portò il pubblico italiano a fischiare la messa in scena di Moïse et Pharaon di Graham Vick (ROF 1997) e condusse il pubblico tedesco a fischiare l’Andrea Chénier di Philipp Stölzl [leggi la recensione] lo scorso anno alla Bayerische Staatsoper.

Les vêpres siciliennes rappresentati al massimo teatro bavarese sono stati proposti in un allestimento avulso da qualsiasi ragionamento drammaturgico, tanto da far supporre (e leggendo le note di regia il sospetto viene) che il regista Antú Romero Nunes nemmeno conoscesse la trama del Grand opèra verdiano, la quale risulta incomprensibile, senza conoscerla a priori, al contrario di ciò che era accaduto nelle precedenti premieren (con regie moderne) a Monaco di Baviera. [leggi la recensione del Guillaume Tell allestito da Romero Nunes a Monaco nel 2014]

La regia non aveva nessuna linea drammaturgica unitaria: è bello discutere di idee, ma quando queste esistono e si fondano su una nozione solida. Antú Romero Nunes propone (sempre nelle note di regia) un’analisi dei personaggi talmente superficiale e inconsistente da sembrar studiata e riassunta frettolosamente dopo una rapida lettura su qualche enciclopedia online. Anche leggendo il curriculum del regista viene da chiedersi che tipo di preparazione abbia nel teatro lirico e la risposta è univoca: nessuna. Ha frequentato la scuola d’arte drammatica e si è cimentato in produzioni di prosa contemporanea.

“L’ignoranza è forza” è uno dei principi del potere enunciati da George Orwell in 1984, perché chi è ignorante non ha nessuna forza. Quali sono state le cause del decadimento della filosofia nel XX secolo se non un impoverimento delle idee, parole pompose e periodi contorti alla Gilles Deleuze per mascherare il nulla del concetto espresso? La filosofia, così, da espressione del sapere e materia scientifica per eccellenza è diventata terreno di conquista per pretenziosa superficialità. Molti hanno studiato sui periodi contorti alla Deleuze, ma non sono riusciti a riprodurli per mancanza di una cultura di base (almeno Deleuze aveva studiato su testi seri) e al nulla del concetto s’è assommata la vacuità dell’espressione. Nel programma di sala di questi Vêpres siciliennes vengono citate svariate poesie di Salvatore Quasimodo, poeta novecentesco. Nel Novecento nacque il verso libero, ma per opera di poeti, come Clemente Rebora, in grado di utilizzare terzine dantesche alla bisogna senza voler restare imprigionati in sequenze di endecasillabi e che, perciò, cercavano nuove forme espressive pur conoscendo alla perfezione quelle precedenti: Rebora come Quasimodo, come Montale, come Ungaretti, etc…

La regia di Antú Romero Nunes pretende di aver dei significati intellettuali e profondi, invece è come tanta pseudofilosofia di oggi: vuota nel concetto e vacua nella forma espressiva.

Nel primo atto la messa in scena distrae relativamente: nelle note si parla di terrorismo, esilio, danza di morte. Parole vuote, usate a sproposito dal regista, che non ritroviamo sul palcoscenico della Bayerische Staatsoper. La caratterizzazione dei personaggi è casuale, caricaturale, priva di nesso logico, così come una mimica “da marionette” nei primi istanti, per poi non aver nessuno sviluppo sensato nel prosieguo. I francesi appaiono in abiti napoleonici, i siciliani da una parodia mal riuscita del Rugantino di Magni e Trovajoli (che fu e resta un capolavoro). Il coro indossa delle maschere variabili (in modo privo di significato) nella foggia e nella dimensione, mentre Montfort gira per il palcoscenico armato di mannaia (chissà perché…), taglia la gola a passanti (chissà perché…) ed è truccato come un membro dei Kiss (chissà perché…).

Nel nulla più totale ritroviamo, in principio del V atto l’inserimento di un intermezzo, che dovrebbe essere la festa prima del matrimonio fra Hélène e Henri, con della musica elettronica ispirata a temi di Giuseppe Verdi. Teniamo ora conto di una cosa: il pubblico pagante acquista un biglietto per vedere Les vêpres siciliennes di Giuseppe Verdi, non uno spettacolo “tratto da…” Un prodotto del genere può essere venduto a chi conosce l’opera originale come divertissement, ma non si può spacciare una manipolazione della musica di Giuseppe Verdi per musica dell’autore medesimo a un pubblico che difficilmente conosce questo lavoro. Così si altera un testo e lo si spaccia per originale, un'operazione non all'altezza di un’istituzione culturale del prestigio della Bayerische Staatsoper.

Musicalmente, perlomeno fino alla fine del IV atto, le cose procedono bene: stupisce per carisma, tecnica e bellezza del timbro l’eccellente Procida di Erwin Schrott che condivide la palma del migliore del cast con l’altrettanto eccellente Guy de Montfort di George Petean. Convince anche l’Hélène di Rachel Wills- Sørensen, specialmente nell’appassionata interpretazione della romanza del IV atto e penalizzata solo nel Bolero del V atto, eseguito molto bene, ma subito dopo l’improvvido inserimento di cui abbiamo scritto sopra.

In crescendo la prova di Leonardo Caimi, anch’egli particolarmente efficace musicalmente nel IV e nel V atto, a cui va data ulteriore menzione di merito, considerato che si è trovato a sostituire improvvisamente il tenore titolare in uno dei ruoli più ostici e faticosi scritti per il suo registro vocale. Bene anche gli altri interpreti: la Ninetta di Helena Zubanovich, il Danieli di Matthew Grills, il Mainfroid di Galeano Salas, il Robert di Callum Thorpe, il Thibaut di Long Long, Le Sire de Béthune di Alexander Milev e le Comte di Vaudemont di Johannes Kammler.

La concertazione di Omer Meir Wellber appare drammaturgicamente scollata da ciò che appare in palcoscenico. Evoca una lunga Danse Macabre, acuita dalle varietà cromatiche e dall’utilizzo delle percussioni, i timpani in particolare. Di gran effetto e teatralità tutti i numeri d’assieme, con alcune bellissime intuizioni dinamiche, come l’attacco di Montfort nel duetto del III atto “Quand ma bonté toujours nouvelle”, con il tema dell’ouverture ripreso con interpretazione differente, sottolineando la drammaticità del momento. Peccato che in quell’istante, dentro un acquario si sviluppasse una controscena (ridicola in verità) di una donna imbalsamata nell’acqua e capace di riprendere vita all’asciutto, agghindata con un vistoso fermaglio luminoso alla Lucia Mondella.

La concertazione è assai convincente nel IV atto, quando riesce a sopperire alle imperdonabili mancanze registiche, particolarmente nel momento della grazia a Hélène, visivamente ridicola al pari dell’uccisione dei Montfort da parte di Procida, con la medesima mannaia del francese, ma utilizzata al contrario: per intenderci Procida uccide Montfort con l’impugnatura e non con la lama e non si capisce come faccia a morire immediatamente per quello che non è altro che un pugno, seppur violento, nello stomaco.

In questi anni Wellber, in tutte le situazioni, ci ha abituati a soluzioni che comunque (sia in produzioni moderne, sia in produzioni tradizionali) mettevano in risalto la sua personalità. La sua concertazione è come un lungo respiro che va dalla prima all’ultima nota della partitura. Purtroppo, in questa produzione, il respiro è stato mozzato di continuo da una regia senza senso e indifendibile in qualsiasi discussione razionale. Bello il finale, ma ormai il respiro era stato definitivamente soffocato dall’assurdo inserimento del V atto. Bene il coro della Bayerische Staatsoper diretto al meglio da Stellario Fagone.

Inesistenti o formate da semplici drappeggi le scene di Matthias Koch, i costumi erano di Victoria Behr, la coreografia di Dustin Klein, le interferenze sonore di Nick & Clemens Prokop, le luci, banali e scontate, di Michael Bauer e la drammaturgia di Rainer Karlitschek.

Visivamente l’unico elemento salvabile sono le coreografie inserite nei primi tre atti, al contrario quella su musiche elettroniche del V atto, che risulta prolissa e priva di senso drammatico, tanto distrarre e far svanire del tutto l’attenzione dal Bolero di Hélène. Un peccato vista la qualità dell’esecuzione.

La Bayerische Staatsoper aveva raggiunto un vertice assoluto con lo splendido allestimento di Un ballo in maschera, firmato da Johannes Erath [leggi la recensione], mentre questi Vêpres siciliennes, al contrario, ha mostrato come un testo, di qualunque natura esso sia vada interpretato in un linguaggio, non tradotto (e quindi tradito) con una manipolazione arbitraria.

Sono da registrare alcuni dissensi, provenienti dalle gallerie e in minor misura dalla platea, dopo l’inserto in principio del V atto e negli applausi conclusivi. Nessuna contestazione alle singole uscite.

foto © Wilfried Hösl