L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La Staatsoper del quotidiano

 di Francesco Lora

In concomitanza con l’annuncio del cartellone artistico 2018/19, qualche pensiero finora rimasto nella penna a proposito di tre serate dell’inverno scorso: Le nozze di Figaro (Goetzel, Martinoty, Beszmertna, Keenlyside, Nafornitą), La Cenerentola (Spinosi, Bechtolf, Leonard, Mironov) ed Evgenij Onegin (Langrée, Richter, Beszmertna, Černoch, Furlanetto, Kwiecen).

VIENNA, 18, 19 e 25 febbraio 2018 – I cartelloni concertistici 2018/19 del Konzerthaus e del Musikverein possono essere consultati già da settimane; tra ieri e oggi, 19 e 20 aprile, l’annuncio di quelli operistici della Staatsoper e del Theater an der Wien consente finalmente al musicofilo internazionale uno sguardo panoramico sul nuovo programma artistico nella città di Vienna. È il momento di aggiornarsi su treni e aerei, e d’iniziare a congegnare gli incastri d’agenda: la capitale dell’Austria, come e più di Londra e Parigi, è anche il capoluogo del mercato musicale globale, e pochi giorni di permanenza assicurano caccia grossa allo spettatore che non tema di andare fino a tre spettacoli per dì. Un esempio. Alla Staatsoper i nuovi allestimenti lirici saranno sei, e chi scrive ne ha già messi quattro tra le proprie priorità; sono Les Troyens di Berlioz (direttore Altinoglu, regista McVicar, protagonisti Jovanovich, Antonacci e DiDonato), Die Weiden di Staud (prima rappresentazione assoluta; Metzmacher, Moses, Konieczny), Lucia di Lammermoor di Donizetti (Pidò, Pelly, Peretyatko e Flórez), Orest di Trojahn (Boder, Marelli, Aikin e Herlitzius), Die Frau ohne Schatten di Strauss (Thielemann, Huguet, Gould e Nylund, Herlitzius, Koch, Stemme: locandina impressionante per il centenario del capolavoro) e Otello di Verdi (Chung, Noble, Antoņenko). Ma accanto a questi titoli operistici ne saranno ripresi ben quarantaquattro altri – sì, tutti in un solo teatro e nell’arco di dieci mesi – a costituire il repertorio quotidiano del pubblico più festosamente ingordo al mondo.

Quotidiano repertorio: vale a dire allestimenti scenici a volte in uso da oltre mezzo secolo e per centinaia di recite, ripresi con il minimo di prove e con artisti assortiti senza troppe finezze, miscelando i divi massimi della scena internazionale con la squadra di cantanti residenti del teatro. A questo proposito, il resoconto di alcune serate dell’inverno scorso era rimasto nella penna del critico: torna ora utile per segnalare, tra la simpatica mediocrità di allestimenti già stranoti e di letture tanto solide quanto svelte, alcuni picchi di merito, o anche qualche spunto di riflessione. Il discorso parte un po’ severo ricordando Le nozze di Figaro di Mozart, recita del 18 febbraio. Dal 2011 è stato dismesso l’allestimento con regìa, scene e costumi di Jean-Pierre Ponnelle – il classico dei classici, al pari di quello di Giorgio Strehler – e al suo posto ne è arrivato uno nuovo firmato da Jean-Louis Martinoty. Il vantaggio è meramente pratico: la drastica riduzione di scene e costumi agevola lo spostamento dei materiali dal magazzino al palcoscenico, ma tale insussistenza contagia la lettura teatrale del testo, ché si assiste a uno spettacolo ove la gag pretestuosa toglie spazio alla consapevolezza del libretto-capolavoro. Il male si aggrava se nessuno dei cantanti vanta sciolta madrelingua italiana, se il Conte d’Almaviva di Simon Keenlyside incappa in stanchezza e distrazioni, se la Susanna di Valentina Nafornitą ha più autorevolezza della Contessa di Olga Beszmertna e se Sascha Goetzel dirige con la lutulenza strumentale di sessant’anni fa. Avviso al turista: il Mozart migliore non si esegue a Vienna.

Esilità di dotazioni sceniche nonché di concetto drammaturgico si ritrovano nell’Evgenij Onegin di Čajkovskij, recita del 25 febbraio e regìa di Falk Richter, ove la parte più appetitosa è svolta dall’esibizione di acrobati anziché in un sottile lavoro con gli attori. Persino sbrigativa è la direzione di Louis Langrée, in barba ai languori preordinati dal compositore; e tanto più provvidenziale risulta allora, nel contempo, la naturale avvenenza timbrica dell’orchestra viennese. Dopo un avvio anemico, il protagonista secondo Mariusz Kwiecen e il Lenskij di Pavel Černoch crescono di scena in scena, fino a radere i meriti della sontuosa Margarita Gritskova, come Ol’ga, e del monumentale Ferruccio Furlanetto, come Principe Gremin; quanto a Tat’jana, è un bene che la Beszmertna non ne faccia un’eroina e ne preservi l’ingenuità. Il più esemplare spettacolo nella terna qui proposta rimane nondimeno La Cenerentola di Rossini, recita del 19 febbraio. Speciale è la regìa di Sven-Eric Bechtolf, ove la trasposizione temporale a una cartolinesca Italia anni Cinquanta – tant’è – avviene secondo stereotipo, ma con mano leggera, sapiente, divertita, mai irriguardosa. Così disinibito nel dirigere strumenti originali, Jean-Christophe Spinosi pare timido al cospetto di quelli moderni. Sorniona eleganza a profusione, invece, nel vivido e altero Don Ramiro di Maxim Mironov; e una sorpresa nella spiritosa Angelina di Isabel Leonard che, giunta al rondò, esegue al completo le variazioni del manoscritto di Chicago: le stesse nelle quali anche Cecilia Bartoli si era concessa un piccolo sconto.