L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Il regno e la passione

 di Andrea R. G. Pedrotti

Torna a Verona, dopo undici anni, il bell'allestimento firmato da Graham Vick del capolavoro donizettiano. Il cast, completamente rinnovato rispetto alla première, convince appieno e il pubblico accoglie con meritato calore Irina Lungu, Annalisa Stroppa, Antonino Siragusa e Mirco Palazzi.

VERONA, 29 aprile 2018 - Il 24 marzo del 2007, andava in scena al Teatro Filarmonico di Verona la première di Anna Bolena, con la regia di Graham Vick e un cast stellare: Mariella Devia, Laura Polverelli, Francesco Meli e Michele Pertusi. Undici anni dopo, il medesimo allestimento vede una compagnia vocale interamente rinnovata, ma un successo di pubblico, ancora una volta, convinto.

La regia di Vick evoca nel dettaglio le atmosfere della storia inglese unite in bella alchimia con il gusto musicale italiano. Non è un allestimento caratterizzato da particolari colpi di genio, bensì una messa in scena sostanzialmente tradizionale, impreziosita da una notevole cura del dettaglio e attenzione al libretto. È bella l'idea di far sfilare, già nella sinfonia, le sei mogli del monarca, tutte riconoscibili da piccoli dettagli di recitazione, com'è bello notare la meticolosità nel rappresentare il rapporto fra Anna Bolena, sposa di Erico VIII, e la Seymour, futura consorte del Re. Appare fin dall'inizio chiaro come Anna stia presagendo che ben presto verrà sostituita: questo è evidente nel libretto di Felice Romani; parimenti appare logico, in un'ottica non solo storica ma anche relazionale, come un uomo che, per amore di una fanciulla, era stato capace di provocare uno scisma religioso non si sarebbe fermato innanzi a nulla qualora il suo sentimento si fosse rivolto a un'altra donna.

È particolarmente apprezzabile che Enrico e Anna siano impegnati a cantare il quintetto del primo atto "Voi regina?" in groppa a due cavalli: rampante e aureo quello del Re, argenteo e cheto quello della regina. Non un banale riferimento a delle statue equestri, ma una sintesi della situazione che andava a svilupparsi. L'idea di porre i due monarchi a cavallo rappresenta la quotidianità di una passeggiata, durante la quale, improvvisamente, accade un evento capace di mutare le sorti non solo della coppia già in crisi, ma dell'Inghilterra intera.

Non annoverabile a una tradizione più realistica è l'apparire di un grande pugnale allorché il consiglio è intento a decidere la sorte di Anna; anche nel finale elementi visionari e simbolici sottolineano la solitudine di una donna abbandonata, tradita e messa a morte.

Nel suo complesso convince pienamente anche la compagnia di canto, a partire dalla protagonista, Irina Lungu. Il soprano russo, negli ultimi anni, ha maturato una vocalità che la sta portando sempre più a cimentarsi in ruoli lirici e la sua provenienza artistica da un repertorio più schiettamente belcantista la rende particolarmente adatta, per caratteristiche tecniche e temperamento, a un ruolo come quello di Anna Bolena. La sua è una prova in crescendo, grazie alla presenza del libretto di espressioni che, appropinquandosi la condanna, necessitino di una passionalità crescente. È pregevole il modo in cui viene interpretata la frase “Giudici... ad Anna!!” o il finale, durante il quale Anna non impazzisce completamente, ma alterna il delirio a attimi di lucidità, rendendo necessaria una capacità espressiva di cui Irina Lungu è pienamente padrona. Bene anche dal punto di vista tecnico, con bellissime variazioni nel finale I.

Al suo fianco si distingue l'Enrico VIII del sempre preciso e professionale Mirco Palazzi, che, dotato di timbro pastoso e fraseggio curato, convince appieno. Peccato solo per qualche diffusa amnesia circa il libretto, specialmente nel duetto con la Seymour.

Nonostante l'annuncio di un'indisposizione, eccelle la Giovanna Seymour di Annalisa Stroppa, attrice di livello e cantante precisa ed espressiva.

Migliore assoluto del cast è il Lord Riccardo Percy di Antonino Siragusa, musicista sopraffino e straordinario fraseggiatore. Di Siragusa stupisce la freschezza immutata in ormai vent'anni di carriera. Negli ultimi anni il tenore siciliano si è cimentato con ruoli verdiani e donizettiani, ma senza mai abbandonare Rossini, l'autore che l'ha consacrato al grande pubblico. Il risultato delle sue recenti scelte è una notevole pastosità nella voce e uno spessore, specialmente nel registro acuto, encomiabile, senza tuttavia aver perso nulla nell'agilità e nella capacità di cantare sul fiato. Siragusa, come se non bastasse, si conferma ancora una volta perfetto nel canto sfumato e nelle mezzevoci.

Per un'indisposizione dell'interprete titolare, Martina Belli, il ruolo di Smeton è stato sostenuto da una precisa Manuela Custer. Romano Dal Zovo affronta con professionalità il ruolo di Lord Rocheford, anche se l'emissione appare sovente fin troppo grezza e poco espressiva. Nicola Pamio era Sir Hervey.

Bene la concertazione di Jordi Bernàcer che sceglie, saggiamente, di non osare troppo con un'orchestra che non ha mai fatto della raffinatezza la propria cifra distintiva. Alcune dinamiche appaiono fin troppo slentate, ma è assai interessante la ricerca dei colori, specialmente nell'ouverture. Le sezioni sono coese e i cantanti seguiti con cura doviziosa. Unico momento musicale non riuscito, ma non da imputare al direttore, è l'assai confuso intervento, nel finale II, della banda fuori scena.

Convince il coro, diretto da Vito Lombardi, specialmente nella componente maschile.

Le scene e i tradizionali costumi d'epoca, con qualche tocco vittoriano nelle vesti femminili, erano di Paul Borwn, il disegno luci di Giuseppe Di Iorio.