L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Boito nelle proprie tasche

 di Francesco Lora

Nell’ultima ripresa del Mefistofele all’Opera di Stato bavarese, la lettura registica di Roland Schwab inizia ad annebbiarsi, mentre quella musicale di Omer Meir Wellber rimane un capolavoro di tecnica, erudizione e poetica. La compagnia di canto, via via riassortita, gode ora del sorprendente contributo di Erwin Schrott e Joseph Calleja.

MONACO DI BAVIERA, 3 maggio 2018 – A dimostrazione che nel vivo di teatri e auditorium non ha luogo un canone fisso della musica d’arte occidentale, il Mefistofele di Boito è uno di quei capolavori operistici finiti pian piano ai margini della programmazione corrente. Come per La Gioconda di Ponchielli, chi scrive è riuscito ad acchiapparne una prima recita soltanto dopo ventiquattro anni di militanza melomaniaca; e fa quasi stupore vederne la modesta rimonta in Francia e Germania: rimonta che però non mira a reinsediare il Mefistofele tra i titoli popolari, bensì ne contempla lo status di lavoro raro, dotto, da riscoprire con un filo di snobismo. Boito continua così a tacere all’Arena di Verona mentre ai Chorégies d’Orange – altro teatro romano antico – andrà in scena il prossimo luglio: diretto – ecco il punto – dalla sofisticata Nathalie Stutzmann anziché da un qualsiasi battisolfa buono agli usi estivi. Un allestimento del Mefistofele in relativo equilibrio tra tendenza vecchia e nuova è quello varato nel 2015 all’Opera di Stato bavarese: già recensito due volte in questa rivista [leggi le recensioni: 29/10/2015 e 24/07/2016], ha continuato a essere lì ripreso fino alle recite del 29 aprile nonché 3 e 6 maggio scorsi.

La nuova penna critica soprassiede volentieri sulla lettura teatrale di Roland Schwab regista, Piero Vinciguerra scenografo, Renée Listerdal costumista, Stefano Giannetti coreografo e Lea Heutelbeck con Michael Bauer, artefici rispettivi di video e luci. L’idea c’è, è lucida e può essere ripercorsa nei precedenti resoconti; si annebbia, tuttavia, nel passare a una compagnia di canto riassortita, ove la timidezza dell’uno o l’esuberanza dell’altro non fanno più capo alla densa teoria di simboli organizzata sul palcoscenico. Si prova anzi fastidio quando l’esegesi registica intorno al Boito librettista va a danneggiare la lettera testuale del Boito compositore: ciò avviene nei passi – comprese le battute iniziali stesse dell’opera, col loro sovrumano boato di presentazione – ove Schwab fa uscire la musica come gracchiante riproduzione da un vecchio grammofono, anziché lasciarla legittimamente eseguire all’orchestra pronta nel golfo mistico o alla banda dal fondo della scena. Nei teatri lirici già si va diffondendo la piaga di passaggi orchestrali registrati e riprodotti da dietro le quinte, onde non dover pagare musicisti aggiuntivi: un’ancor più significativa cessione di terreno ai capricci di un regista genera il precedente scabroso.

L’offesa all’integrità musicale aumenta al cospetto di un concertatore che è in sé un prodigio di tecnica, erudizione e poetica, e che porta al Mefistofele un amore manifesto e inconsueto: il caso appunto di Omer Meir Wellber, che conosce l’opera come le proprie tasche e che mai si stanca di chiedere e ottenere, di sottigliezza retorica in virtuosismo musicale, alla blasonata e rutilante orchestra del teatro monacense; il caso anche di un direttore – rara avis – che ha assimilato la giusta prosodia italiana e la sua più sana tradizione, e che sa ora trasporle alla scala gigante di un compositore a suo tempo influenzato dal gigantismo di Berlioz, Liszt e Wagner. Almeno finché dura il sopore boitiano di Riccardo Muti, Riccardo Chailly e Daniele Gatti, sua è la più esperta, profonda e sintetica lettura del Mefistofele sulla quale si possa contare nei dì presenti. La compagnia, dal canto suo, gli presta solido mestiere: non costituisce l’idealità assoluta, ma dà un autorevole saggio circa il catalogo vocale oggi a disposizione di Boito e circa le intenzioni o soluzioni interpretative che, più o meno a ragione, gli sono associate all’indomani delle generazioni di Siepi, Ghiaurov e Ramey, Di Stefano, Pavarotti e La Scola, Tebaldi, Freni e Dessì.

Di adeguato alla parte eponima Erwin Schrott ha innanzitutto la cospicuità e la resistenza di mezzi: senza risparmio né stanchezza sfoggia volume enorme, ampia estensione, smalto che non teme l’erosione anche quando l’iperrealismo attoriale spinga il canto ai limiti dell’igiene vocale; il personaggio è infatti animato con istrionismo spavaldo, ostentando l’esperienza maturata in ruoli buffi: si vede un Mefistofele che nulla ha da dissimulare con l’uomo e che persegue con divertimento il progetto di demolizione. Prima si storce il naso, poi si resta ammirati. Merita la lode anche Joseph Calleja, con quella sua strana dotazione vocale che ha emissione ingolata e vibrato caprino da una parte, ma che dall’altra ha suono proiettato e timbro inconfondibile: ne deriva un Faust di singolare prestanza canora e attitudine elegiaca. Al contrario di quanto prescritto da Boito, le parti di Margherita ed Elena non convergono su una medesima interprete, ma sono distribuite tra una virginea Carmen Giannattasio e una vigorosa Cellia Costea; lo sdoppiamento prosegue nelle coppie omologhe di comprimari, in barba alla soluzione d’autore che è insieme teatrale ed economica. Preparazione ferrea nel coro: manca solo il colore italico.

foto dalla prima del 2015 con Joseph Calleja, René Pape e Kristine Opolais © Wilfried Hösl e Charles Tandy