L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Passione e ambizione, fuoco e ceneri

di Irina Sorokina

Grazie a Barrie Kosky, subentrato alla regia dopo la defezione per malattia della prevista Laura Scozzi, l'oratorio di Händel dimostra una formidabile teatralità, rafforzata dal grande talento attoriale di tutti i cantanti. Nondimeno soddisfacente la resa musicale.

BERLINO, 15 giugno 2018 - Sembrava nata sotto cattiva stella, la messa in scena dell’oratorio händeliano Semele al Komische Oper di Berlino quest’anno. Originalmente lo spettacolo era affidato alla regista e coreografa Laura Scozzi che, purtroppo, si è ammalata poco dopo l’inizio delle prove. Così il direttore artistico dell’ensemble berlinese, il regista australiano Barrie Kosky si è trovato davanti alla necessità di prendere in mano le redini e mettere in scena la “sua” Semele. Ne è venuto fuori il risultato artistico più che soddisfacente, ma, del resto, chi potrebbe dubitare delle capacità del mago della regia venuto dalla lontana Australia?

Uno strano caso, la Semele händeliana. È un oratorio scritto, su libretto di William Congreve, in un mese soltanto, nell'estate del 1743, e presentato al Covent Garden di Londra il 10 febbraio del 1744. È un oratorio in tre parti con una grandissima quantità di cori, come vuole il genere, ma sul soggetto profano che viene dalle Metamorfosi di Ovidio. Semele ha dei tratti dell’oratorio e dell’opera lirica, e ciò rende logica la sua messa in scena, come nel caso di questa versione di Barrie Kosky, che ha debuttato il 12 maggio.

La scena unica ideata da Natacha Le Guen de Kerneizon rappresenta un elegante palazzo barocco totalmente bruciato. Le luci di Alessandro Carletti, provenienti dalle porte, creano un effetto misterioso e spettrale. Per raccontare la storia infelice della figlia del re tebano Cadmo, Kosky usa un trucco largamente conosciuto, il flash back. Lo spettacolo inizia quando Semele è già bruciata in seguito alla sua richiesta a Jupiter di apparirle nella sua forma divina e il suo fantasma canta accanto a un mucchio di cenere.

Grande maestro di teatro, Kosky trova la forma scenica convincente sia per i dialoghi dei personaggi sia per le scene corali. Il suo lavoro è sempre fantasioso e dinamico e niente ha a che fare con i soliti tableux vivant cui spesso ci si limita nelle opere barocche. Sono vivacissimi gli episodi corali dove per ogni artista è stata pensata una “partitura” personale per quanto riguarda i movimenti scenici e i modi di interagire. E se un tale lavoro è stato fatto sui coristi, cosa dire dei solisti? I dialoghi dei personaggi risultano coinvolgenti grazie al lavoro che somiglia a quel dello psicologo.

Una apprezzamento particolare merita Carla Teti, che ha creato una grande quantità di costumi ispirati a moderni abiti da sera dai colori brillanti con i riferimenti al carattere dei personaggi. Alla ambiziosa Semele giova sicuramente il nero, alla vendicativa Juno il lilla, alla dolce Ino il celeste.

Il soprano canadese Nicole Chevalier, vincitrice del premio teatrale tedesco Der Faust e annunciata come interprete eccezionale del repertorio di Offenbach, ha avuto un grande successo personale interpretando le parti principali in capolavori come La belle Hélène e Les contes d’Hoffmann. Ora si cimenta con un titolo completamente diverso ed è difficile dire cosa le venga meglio. Colpisce soprattutto per le sue eccellenti doti attoriali, disegna una Semele passionale e pazzamente innamorata, ma altrettanto vanitosa e determinata, una donna che non si ferma davanti a nulla per raggiungere il suo scopo. Viene punita con la morte per la sua ambizione smisurata. È degno d’ammirazione il desiderio della Chevalier rendere al meglio il personaggio; appare sul palcoscenico coperta dagli stracci bruciati, i cenere e il sangue. Recita senza risparmiarsi, si muove con grazia e sensualità, esprime i suoi sentimenti con i gesti eloquenti, comunica con gli altri personaggi nel modo diretto e passionale. È davvero una grande attrice, quasi più attrice che cantante. Possiede una voce piena e robusta, che non colpisce particolarmente dalla bellezza del timbro, un po’ aspro. Ma forse proprio questa sfumatura aspra contribuisce alla forza espressiva del suo canto. Le si può rimproverare una piccola inesattezza nelle colorature, ma la resa artistica rimane formidabile.

La Chevalier viene circondata da due cantanti-attrici che poco hanno da invidiare a questa primadonna indiscutibile: due mezzosoprani, Ezgi Kutlu, di origini turche – Juno e Katarina Bradi, di origini serbe – Ino. Interagiscono in un perfetto contrasto, la prima una dea falsa e vendicativa, la seconda una mortale pura e piena d’amore. Altrettanto perfetto il loro canto, dalla linea un po’ capricciosa, dal suono mai sforzato e sempre elegante. Originale e coinvolgente è la scena tra Juno trasformata in Ino e Semele con la presenza della Ino stessa non prevista dal libretto, quando, per volontà di Kosky, Juno canta ed Ino mima le sue parole, la scena tra le migliori dello spettacolo, per la qualità di recitazione e un sottile spirito ironico.

La voce del tenore Allan Clayton, morbida e leggermente belante, risulta perfetta per il ruolo di Jupiter. Clayton rivela un signore d’Olimpo per nulla diverso dai comuni mortali, a volte appare insignificante, a volte capriccioso, ed è sicuramente incapace di contrastare una donna, soprattutto se innamorato di lei.

Sono corretti tutti gli interpreti dei personaggi di contorno per cui lo stile della musica barocca non ha segreti: Eric Jurenas – Athamas, Nora Friedrichs – Iris, Philipp Meierhöfer - Cadmus, Evan Hughas – Somnus.

Konrad Junghänel, un vero specialista del genere, guida l’orchestra della Komische Oper con una delicatezza e un’eleganza uniche, che gli permettono di creare mille sfumature. Ottima la prova del coro, preparato da David Cavelius, che brilla non soltanto per l’esecuzione stilisticamente impeccabile della musica händeliana, ma, come sempre accade alla Komische Oper, per le grandi doti attoriali.

Successo pieno e applausi più che convinti.