L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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In Le nozze di Figaro (26 Giugno) si ha l’opportunità di apprezzare un fine impianto scenotecnico di stampo strehleriano. La buona coesione di Elena Barbalich nella narrazione della folle giornata è frutto di una sapiente commistione tra gli elementi di adesione al libretto e le impennate interpretative che non perdono di vista la contestualizzazione storica (al momento dell’investitura di Cherubino un tableau vivant rimanda agli albori della rivoluzione francese) e psicologica di alcuni dei personaggi. Il taglio registico accentua infatti le divisioni tra i sessi sottolineando i pregi femminili e acuendo invece i difetti comunemente imputati agli uomini: Figaro è irresponsabile (Susanna non è conoscenza del debito con Marcellina) ed erotomane (di pessimo gusto l’idea di ubicare la rappresentazione didascalica della parole di Figaro «Perché non puoi far che passi un po' qui?» nella zona pelvica del baritono); la Contessa assurge a simbolo di sacrificio, reagisce al penoso logorio sentimentale in virtù dell’amore per i tre figli e della somma dedizione alla famiglia risultando senza ombra di dubbio il personaggio più commovente, vincitrice esemplare nella sconfitta. Le scenografie di Tommaso Lagattolla sono costituite da apparati architettonici mobili che migrano durante il corso dell’azione per circoscrivere i differenti spazi d’azione e riflessione introspettiva dei vari protagonisti, contribuendo efficacemente alla visione d’insieme dell’intero spettacolo non frammentato da alcun cambio di scena. Alla luce di questa costatazione appare ancor più discutibile la scelta di inserire un intervallo tra il primo e secondo atto, imposto forse dalla sola esigenza di creare l’occasione per fare aperitivo al bar. Belli i costumi dello stesso Lagattolla e le luci di Andrea Anfossi che via via si assottigliano per spegnersi poi nel crepuscolare finale.

Meno convincente è la direzione di Speranza Scappucci, risolta principalmente nello stacco di tempi schizofrenici che in più di un’occasione hanno messo a repentaglio la tenuta dei cantanti: il duetto iniziale, ad esempio, è un rovinoso rincorrersi tra voci e orchestra e l’angoscia dei cantanti si percepisce in ogni stretta. L’attenzione agli intarsi strumentali è poco approfondita e l’equilibrio della concertazione, nel complesso piuttosto sbiadita, risente delle prepotenti sortite degli ottoni e dei timpani. Filologicamente corretto l’accompagnamento dei recitativi del maestro Jeong Un Kim.

Maggiori soddisfazioni arrivano invece dal versante canoro, a cominciare dalla splendida Susanna di Maria Grazia Schiavo. Il soprano partenopeo dà vita a un personaggio frizzante, audace, determinato e indomabile. Il timbro luminoso ma arricchito da screziature più intense e l’ottima predisposizione per il canto di agilità (come confermato dalle bellissima donna Anna che la Schiavo ha cantato alla generale di Don Giovanni in sostituzione dell’indisposta Grimaldi) designano un interprete ideale per il repertorio mozartiano. La voce, rotonda e timbrata, si piega all’esigenze musicali dell’artista che con eteree smorzature e raffinate accentazione tornisce un fraseggio limpido tanto nelle arie quanto nei recitativi. Sensualissime le filature della famosa aria finale. La consolidata frequentazione dei ruoli buffi avvantaggia scenicamente Paolo Bordogna, sempre magnetico nel suo inossidabile carisma, ma la resa musicale del protagonista maschile appare piuttosto statica nonostante il ruolo sembri a lui congeniale. Al di là dell’emissione meno sicura del solito – poco corposa in basso e più tesa in acuto – la linea vocale risulta avara di inflessioni e sfumature. Solo quando declama, il suo Figaro, regala qualche spunto interessante. Chi invece dell’espressione ha fatto la propria carta vincente è Simone Alberghini nei panni del protervo conte d’Almaviva. La vocalità robusta scolpisce nell’incisivo fraseggio un’ampia varietà di accenti e sebbene l’inizio sia un po’ in sordina, nell’aria del terzo atto il conte sfodera una vocalità sicura e perentoria. Qualità individuate parimenti nel Don Bartolo del poderoso ma sempre elegante Fabrizio Beggi, estremamente a fuoco nei ritmi serrati della sua cavatina. Serena Farnocchia è una contessa molto aristocratica, resistente alle ferite inferte dai cocci di una relazione andata in frantumi. Tale compostezza scenica si riflette nel signorile modo di emettere i suoni e porgere le frasi musicali. La voce, dal colore tipico di un soprano lirico-drammatico e di considerevole volume, presenta alcune mende (al di là nel vibrato che si accentua in acuto, nel terzetto con il conte e Susanna l’intonazione non sempre è precisa e a volte l’attacco basso di alcuni recitativi risulta infelice) ma la Farnocchia sa sinceramente animare il suo commovente personaggio, governando l’impegnativo strumento anche nei passaggi tecnicamente più brillanti. Paola Gardina è un Cherubino languido e sentimentale. Mariasole Mainini colpisce per il timbro corposo che sottrae Barbarina agli stereotipi interpretativi di ingenuità e inconsapevolezza, mentre Manuela Custer dona a Marcellina uno slancio lirico di bel fascino. Completano il cast Joshua Sanders (Don Curzio, la cui balbuzie maschera i difetti di pronuncia), Giuseppe Esposito (Antonio), Saverio Fiore (Basilio), Manuale Giacomini (Prima ragazza), Claudia De Pian (Seconda ragazza).

foto Ramella e Giannese

 


 

 

 
 
 

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