L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Siviglia, al tempo delle fiabe

 di Andrea R. G. Pedrotti

Torna all'Arena, per le celebrazioni rossiniane del 2018, il fortunato, fiabesco Barbiere di Siviglia allestito da Hugo de Ana. Si fa apprezzare anche la parte musicale, con la concertazione convincente di Andrea Battistoni e le voci di Nino Machaidze, Leonardo Ferrando, Mario Cassi (che concede il richiestissimo bis della Cavatina), Carlo Lepore, Romano dal Zovo e Manuela Custer.

VERONA, 17 agosto 2018 - Quando si pensa al concetto di catarsi, si ragiona sempre sulla catarsi tragica figurandosi un'azione di grande violenza che nella sua brutalità compia un atto di purificazione nei confronti, per esempio, ma non solo, di uno spettatore a una rappresentazione teatrale. Non è sempre così, infatti la catarsi può anche provenire attraverso un momento di gioia, di disordine di allontanamento dalle strutture costituite, che conduca a quella giocosa eccitazione quasi erotica (ma questo nel caso di qualsiasi tipologia catartica) data dal gioco.

L'Arena di Verona non è uno spazio tradizionale e non si può pensare che gli spettacoli possano prender forma secondo le forme canoniche che possiamo riscontrare in un luogo canonico; l'Arena già da sé fa parte dello spettacolo, crea atmosfera e allontana gli spettatori dalla dimensione terrena, avvicinandoli a quella condizione metafisica, tipica dell'infanzia. In sostanza l'Arena è un grande balocco che, fra i suoi marmi, narra le fiabe del melodramma, tragiche o giocose che siano.

La magia dell'anfiteatro ancora una volta aureolato dal firmamento delle scintillanti candeline è cornice ideale alla deliziosa regia che Hugo de Ana (autore anche di scene e costumi) pensò oltre dieci anni fa per Il barbiere di Siviglia rossiniano da rappresentarsi in questo luogo.

La scena prende vita in un fatato giardino all'italiana e il muoversi delle siepi consente consente l'alternanza dei diversi ambienti. Non dobbiamo, tuttavia, immaginare un normale parco, ma un autentico Eden delle fate, capace di trasportare ognuno all'interno di un sogno di mezza estate. Grandi farfalle, rose gigantesche e fiabeschi danzatori ci conducono in una Siviglia onirica, irreale, come poteva sembrare irreale, prima del 1913, proporre un'opera in uno spazio simile, tanto più un'opera buffa rossiniana, che, rispetto a un'Aida o un Nabucco, difetta assai dal punto di vista delle masse corali. Quindi, sta all'abilità del regista, proporre uno spettacolo che costruisca una drammaturgia credibile. Grazie a Hugo de Ana, la drammaturgia di questo Barbiere di Siviglia, tuttavia, non è solo credibile, è pienamente vincente.

I dettagli delle danze fiabesche pensate da Leda Lojodice sono riprese dai protagonisti, oltre che dal coro, sovente impegnati in accenni tersicorei capaci di conferire notevole amalgama visivo a una scena che, seppur animata sul più grande palco del mondo, appare come un modellino e i personaggi dei piccoli elfi di un giardino incantato.

Belli, per niente kitsch, festosi, gioiosi i fuochi d'artificio che salutano gli sponsali fra Rosina e il Conte d'Almaviva sull'ultimo accordo dell'opera rossiniana.

Bene tutto il cast, guidato dall'eccellente Rosina di Nino Machaidze che sceglie, da soprano secondo la tradizione areniana, di interpretare il ruolo nella tessitura originale, senza linserimenti di arie alternative nella scena della lezione, mantenendo l'originale “Contro un cor che accende amore”. La Machaidze è attrice simpatica e spigliata e, grazie a una vocalità duttile, può giocare liberamente con cadenze e fraseggio, forte anche d'un volume di tutto rispetto e una notevole omogeneità d'emissione nei registri.

Accanto a lei si segnala la prova in crescendo di Leonardo Ferrando (Il Conte d'Almaviva) che inizialmente sembra quasi avvertire un lieve timore reverenziale per l'anfiteatro, con conseguente prudenza nell'emissione. Già dalla serenata “Se il mio nome saper voi bramate” il tenore, al debutto in Arena, pare sciogliersi completamente, portando a termine una prova positiva sia scenicamente, sia vocalmente. Peccato per il taglio del rondò conclusivo.

Trionfo fu nel 2015 ed è ancora trionfo per il Figaro di Mario Cassi, baritono di riferimento internazionale per il ruolo come già lo furono Leo Nucci e Roberto Frontali. A differenza di tre anni fa la voce si dimostra ulteriormente maturata e sul palcoscenico areniano non ritroviamo un baritono brillante, ma un autentico baritono nobile, convincente per rotondità d'emissione, fraseggio accurato e un timbro che fa pensare a personaggi come Guy de Montfort, ma anche a Don Carlo di Vargas, al suo omonimo futiro imperatore in Ernani, o a quel Conte di Luna che Cassi si appresta a debuttare a Liegi. Trionfo per lui specialmente dopo la cavatina, bissata a gran richiesta. Scenicamente è disinvolto e guascone come si conviene al suo personaggio.

Si fa apprezzare anche il Don Bartolo di Carlo Lepore, preciso vocalmente e attore disinvolto; discorso simile per il Basilio di Romano Dal Zovo.

Completavano il cast la brava Berta di Manuela Custer, Nicolò Ceriani (Fiorello/Ambrogio) e Gogha Abuladze (Un ufficiale).

Precisa e ordinata la concertazione di un Andrea Battistoni che palesa notevoli progressi rispetto agli anni passati. Le sezioni sono coese, i tempi adeguati e, pregio principale, si nota una grandissima attenzione alle voci, seguite con notevole diligenza e perizia.

Come sempre quest'anno è eccellente la prova del coro diretto dal m° Vito Lombardi.

Al termine si registra un successo per tutti gli interpreti da parte di un'Arena gremita, giocosa ed entusiasta, quanto disciplinata e attenta all'ascolto. Per questo la nostra lode va anche al pubblico che, in Arena come in nessun altro luogo, è parte integrante dello spettacolo.

foto Ennevi