L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Arena e pane quotidiano

 di Francesco Lora

Lungo l’estate veronese, la compagnia di canto è riformulata quasi di sera in sera: una combinazione tra le più interessanti è quella nell’Aida del 7 agosto, con Kunde, Kutasi, Siri, Enkhbat e Mimica; al di sopra della routine areniana la cura direttoriale di Oren.

VERONA, 7 agosto 2018 – Il calendario del melomane va non da gennaio a dicembre, ma da settembre ad agosto. A regolarlo sono le stagioni di opere e concerti: gli antipasti arrivano con le inaugurazioni dell’autunno, i primi e i secondi piatti con il tran tran e le sorprese dell’inverno e della primavera, i dessert con i festival dell’estate. E mentre si torna verso casa con l’ultimo treno da Martina Franca, Pesaro o Verona, Bayreuth, Innsbruck o Salisburgo, davvero si percepisce il momento di ricapitolare l’anno passato, ringraziarlo e avviarsi al nuovo. Accade così che la recensione rimasta in coda dai primi di agosto sia rimuginata con aumentata tenerezza ai primi di settembre. Sul telaio del critico v’è, questa volta, non una rarità belcantistica proveniente da una meta lontana, ma l’ovvietà del pane quotidiano: un’Aida di Verdi dall’Arena di Verona.

Un’Aida con la solita regìa e le solite scene di Franco Zeffirelli, i soliti costumi di Anna Anni e la solita coreografia di Vladimir Vassiliev. Il solito allestimento, insomma, che di per sé non si fa preferire agli altri areniani di Gianfranco De Bosio (oleografia), Pier Luigi Pizzi (design) e La Fura dels Baus (futurismo), né agli altri firmati da Zeffirelli stesso per il Teatro alla Scala tra il 1963 e il 2006. Più che mai nel dorato horror vacui di questo spettacolo del 2002, nondimeno, si impone tuttora un vanto della tecnica zeffirelliana: quello di saper muovere masse da kolossal – centinaia di corpi, tra attori, coristi e figuranti – con la fluidità di chi, per invidiabile peso degli anni, abbia tratto la lezione, sia estetica sia logistica, dalle grandiose cerimonie ecclesiastiche preconciliari; e ciò a virtuosistico dispetto di una scena vastissima, ingombrata, labirintica.

Nella qui recensita recita del 7 agosto, sul versante musicale, il primo a sorprendere è Daniel Oren. Dopo innumerevoli serate macinate all’Arena, da lui ci si aspetterebbe giusto quanto basta di routine per mandare a casa giulivo il pubblico attrezzato di panini, binocoli, candeline e smartphone. Nella mobile, vivace e non convenzionale scelta dei tempi, negli esotici colori via via scovati tra le sezioni d’orchestra, nonché negli autorevoli richiami fatti ai cantanti – affinché nessuno tra loro creda che all’aperto ciascuno può fare di testa propria – si riconosce invece un direttore con le stesse giuste, lucide pretese avanzate nella primavera scorsa alla Scala [leggi la recensione]. Va nel contempo detto che all’Arena la compagnia di canto è riformulata quasi di sera in sera, e che qui si va a riferire di una combinazione tra le più interessanti lungo l’estate veronese.

A rendere di precetto la recita è innanzitutto la presenza di Gregory Kunde come Radamès. È però un peccato ritrovarlo in forma infelice: smalto che preoccupa per consunzione, acuti facili e tuttavia non squillanti, emissione di alta scuola ma affannosa. Rimane – e non è poco – l’eleganza insieme aulica e appassionata conferita al personaggio, tanto più palese nella nitida scolpitura della parola e nella non manierata ricerca psicologica. Ottima è l’intesa del tenore con Maria José Siri: lo spazio areniano non ostacola, anzi avvalora la malia timbrica e l’ampia risonanza di questo soprano, il quale mette a punto una principessa di spontaneità adolescenziale, a tratti ingenua, sempre fresca, fino a un etereo Do sopracuto che, nella romanza dell’atto III, sembra più confondersi nella semplicità della linea che richiamare su di sé la specifica attenzione degli intenditori.

I mezzi più sontuosi sono quelli ostentati dal mezzosoprano Judit Kutasi: volume importante, pasta densa, enfasi istrionica; un’Amneris calibrata sulla tradizione: grande impatto nel dispiegamento delle risorse, confidenza sulla bastante efficacia di esse sole, approccio superficiale degno di esile ricordo. Lo stesso si può ripetere circa il baritono Amartuvshin Enkhbat, Amonasro impacciato sulla scena ma da tutelare per pregio vocale. All’opposto sta il basso Marko Mimica come Ramfis: l’esperienza fatta in Rossini traluce nella forbitezza tecnica e stilistica, e restituisce un personaggio di originali tratti sia baldanzosamente giovanili sia minacciosamente ieratici. Puntuali il Re di Romano Dal Zovo la Sacerdotessa di Arina Alexeeva. Pericoloso il Messaggero di Carlo Bosi, così incisivo di fraseggio e abbondante di proiezione da eclissare le prime parti.

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