L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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L’equivoco imbarazzante

 di Antonino Trotta

 

La nuova produzione del Viaggio a Reims di Rossini saluta il teatro comacino nella desolazione di un teatro semivuoto. Alla discutibile regia Michal Znaniecki si contrappone invece una compagine musicale assortita e interessante. S’impone su tutti la concertazione del giovanissimo Michele Spotti.

Como, 29 Settembre 2018 – Se «il gran trattato inedito» finisse tra le mani di qualche regista, oggi si eviterebbe di assistere a spettacoli pretenziosi, senza tradizione né modernità, impantanati nell’imbarazzante equivoco di poter rinnovare l’opera con un linguaggio colloquiale spicciolo e irrisorio. Eppure in molti, da Ronconi a Michieletto, hanno colto nell’ampio respiro concesso dal pretestuoso canovaccio – nulla più di una vetrina espositiva per i sublimi modelli rossiniani – l’occasione per argomentare ad libitum un capolavoro che nella dimensione musicale individua l’essenzialità del proprio archè. Opportunità purtroppo sprecata nella nuova messa in scena de Il Viaggio a Reims, titolo inaugurale della stagione lirica del Sociale di Como, allestito in coproduzione con i teatri del circuito OperaLombardia.

La regia firmata da Michal Znaniecki – movimenti scenici di Damian Malvacio – prende le mosse dall’ormai scontata osservazione sull’attualità dei tòpoi proposti e si arroga la responsabilità di offrire uno spaccato sociale malato dal quale non si può non prendere le distanze: scambi di coppia, tradimenti, orge e molestie sono la costante di uno spettacolo in cui Il Giglio d’Oro si trasforma in un laido postribolo, con buona pace dei personaggi che nella libertà della trama trovano una fisionomia caratteriale e distintiva ben espressa invero dalla scrittura musicale. Certo, gestire il sottile sarcasmo del Cigno con soluzioni teatrali raffinate ed efficaci non è facile, ma la difficoltà non legittima la mutuazione di una retorica lasciva ereditata senza filtro da una perversa tradizione televisiva. Si assiste così, stretti nella morsa di domande senza risposta, alla tresca tra Madama Cortese e il Barone, a Corinna che denuda Belfiore nella sauna dove poco dopo si consumerà un baccanale privo di senso, alla sculacciata erotica di Don Profondo a Don Prudenzio, al bullismo perpetrato nei confronti di Lord Sidney alla fine del sestetto, esposto alla berlina dai sei aguzzini perché meditabondo nelle sue pene d’amore. Fanno però da contrappeso a simili cadute di stile alcuni versi nella lettura registica più leggeri. Il pubblico catapultato in prima persona nella reception con il coro di facchini e inservienti in platea nella scena di apertura, la proiezione dei primi interpreti del Viaggio nel finale, il bel gioco di ombre cinesi durante l’intervento di Corinna nel sestetto in linea con l’astratta purezza dell’improvvisatrice romana e l’esercizio al flauto di Madama Cortese (Marigona Qerkezi è anche flautista) dall’episodio “della sincope” fino all’assolo nell’introduzione della sortita di Sidney, ad esempio, funzionano bene. L’impianto scenotecnico di Luigi Scoglio cita invece con arguzia il libretto di Luigi Balocchi – «di matti una gran gabbia» – e incapsula l’ambientazione tra grate che descrivono e circoscrivono di volta in volta, nella scena fissa, le varie ambientazioni, dalla sauna ai corridoi dell’albergo, con tanto di ascensori bloccati a mezz’aria durante il black-out del gran pezzo concertato. L’enorme blocco marmoreo ricorda a tratti la produzione parmigiana del ben più impegnativo Don Carlo di qualche anno fa e le fastidiose luci al neon afferiscono a quel trovarobato kitsch di cui si farebbe volentieri a meno, ma nel complesso la scenografia a due livelli pare possedere un potenziale non pienamente esplorato. Convolano a nozze con il taglio registico i costumi di Anna Zwiefka e le luci dello stesso Znaniecki.

Sulla falsariga dell’accademia pesarese, questo Viaggio è concepito come il ginnasio di un ateneo di giovani musicisti e, glissando sui limiti imposti dall’inesperienza, il risultato musicale risulta decisamente più apprezzabile. Se dell’orchestra I Pomeriggi Musicali non si possono lodare morbidezza, precisione o plasticità timbrica, la direzione del venticinquenne Michele Spotti s’impone invece per l’attenta indagine cromatica e per la fine pertinenza drammaturgica: le punte di entusiasmo negli applausi finali sono più che meritate. Ne sono testimoni già la battute di inizio, dove il giovane direttore ricerca sfumature chiaroscurali. Bacchetta controllata e nitida, Spotti sa ben svincolarsi da alcuni impasse vocali, correggendo con estrema lucidità l’assetto di una concertazione ricca di intensità e verve teatrale. Soffre però in più punti l’equilibrio buca-palcoscenico.

Ben assortita la compagnia di canto. Marigona Qerkezi padroneggia bene la tessitura prevista da Madama Cortese e l’acuto facile lascia spazio a filature interessanti. Paola Lenci dà vita a una Contessa frivola e civettuola, spregiudicati nei picchiettati e nei virtuosismi vari dell’impervia aria. Irene Molinari sfoggia con la sua Melibea un colore contraltile, specie nei centri, morbido e vellutato mentre di Maria Laura Iacobellis, Corinna, incanta il timbro cristallino e la delicatezza nel porgere. Passando agli uomini, il Conte di Libenskof di Ruzil Gatin si distingue per baldanza e squillo nelle puntature, oltre che per un fraseggio attento e variegato. Il veterano Andrea Patucelli presta a Sidney una voce dal volume ragguardevole, generosa nelle smorzature e disinvolta nelle agilità della stretta, con una bella tenuta dei fiati. Meno appuntito in acuto, ma sicuro e aitante il Belfiore di Matteo Roma, attento alla sfumature nel finale del duetto. L’istrionico Vincenzo Nizzardo trova una lettura personale e funzionale degli spassosi sillabati di «Medaglie incomparabili» mentre al Barone di Giuseppe Esposito, oltre alla carica attoriale, si riconosce una vocalità fiera e tonante. Completano il cast Guido Dannizi (Don Alvaro), Massimiliano Mandozzi (Don Prudenzio), Nico Franchini (Don Luigino), Francesca Benitez (in questa recita Delia, ma si alterna con Paola Lenci nel ruolo della Contessa di Folleville), Francesca di Sauro (Maddalena), Elena Caccamo (Modestina), Ermes Nizzardo (Zefirino/Gelsomino) e Luca Vianello (Antonio). Buona la prova del coro OperaLombardia istruito da Massimo Fiocchi Malaspina e Enzo Spinoccia.

Non mancano i difetti, questo è vero, ma nel contesto di un rodaggio teatrale si perdonano più di una sbavatura o imprecisione. Dispiace allora incontrare, in chiusura, il saluto di un teatro semideserto, con ben cinque file completamente vuote in platea e solo pochi palchi popolati nei vari ordini (non che lo spettacolo in se meritasse accoglienza più trionfale). Solo un malinteso su data e orario, l’ulteriore imbarazzante equivoco della serata, giustificherebbe un tale disinteresse verso lo splendore della musica di Gioachino Rossini.


 

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